Hotline Miami, l'eredità di Scorsese e altre storie

Ogni qual volta si pensa o si parla dell’ambiente di videogiochi indipendenti, non riesco a non pensare subito a Hotline Miami, forse uno dei prodotti più folli e allucinogeni mai apparsi sulle nostre macchine da gioco.

Ho sempre avuto interesse per storie che pongono sull’altare dell’attenzione quell’abisso di aberrazione e fascinazione per la violenza, efferata o patinata, dei giovani dall’animo vuoto usciti dai romanzi di Bret Easton Ellis del periodo d’oro, o anche gli individui ai margini della società, reietti, che urlano il loro disagio in abiti sozzi e follia dilaniante del Martin Scorsese in piena New Hollywood. La reale consapevolezza di poter raccontare una storia fuori da classici canoni che il cinema, arte ormai secolare, ha categorizzato in un una manciata di generi e reiterato in film della stessa natura per un innumerevole numero di volte.

ULTRAVIOLENZA

Sembra attingere proprio qui Hotline Miami – il primo, e ancor di più il sequel Wrong Number – quando in una manciata di secondi, pixel e sfumature cromatiche allucinate ci porta in una stanza sporca e vuota, un telefono che squilla, i passi pesanti per andare a rispondere e una voce dall’altra parte della cornetta che ci dice di compiere un massacro. Niente vere spiegazioni, o motivazioni a supporto della macabra richiesta; siamo sotto un trip allucinato, non possiamo fare altro che dirigerci al luogo indicato e compiere la strage. La stessa modalità di gioco sarà ferale e feroce: uccidere o essere uccisi, e moriremo tante, tantissime volte, perché l’essenza di Hotline Miami si costruisce con l’intuizione, la velocità di esecuzione, sparare senza farsi alcuna domanda (mixare istinto e tattica in un millesimo di secondo, aggiungerei, nd Mario).

l’abisso in cui ci getta Hotline Miami è fatto di ultraviolenza e immagini patinate

Il fondale di gioco manda in loop un tripudio di colori senza apparente logica, la musica martellante entra tanto nella testa quanto nelle vene fino a trascinarsi fin dentro il petto, le bocche delle nostre armi fanno fuoco a ripetizione senza sosta. Poi la missione finisce, il massacro e l’obiettivo correlato portati a termine. Non resta che da uscire dall’edificio e tornare all’automobile.

Hotline Miami

Incontrarsi con amici, recitare assieme “do you like hurting other people?” e abbracciarci. Sì, siamo a casa.

Questo è uno dei momenti più alti di tutta la produzione, partorita da una mente freschissima, esaltata da un compositore di sonorità elettroniche altrettanto giovane,  ma inzeppata di valori drammaturgici incredibilmente potenti. La musica finisce, si sente solo il rumore dei nostri passi e il ritorno al nostro veicolo è l’unico momento di lucidità per capire ciò che è successo pochi secondi prima: una distesa interminabile di corpi a terra, sangue schizzato ovunque, l’adrenalina che pian piano si normalizza.

PUT ON A HAPPY FACE

Esattamente come nel cinema di Scorsese, con la parentesi gangster in primis, la violenza mette paura e ci attrae allo stesso tempo. Questo è uno dei tanti sunti su cui Mario Puzo prima e Francis Ford Coppola poi hanno realizzato le loro versione de Il Padrino: la dinastia, il potere, la paura di una vita breve, vissuta pericolosamente, ma l’impossibilità di reprimere la fascinazione per la violenza, raffinata o brutale che sia. Questa è anche la storia di un cambiamento, un’evoluzione, una persona, un signor Nessuno, che improvvisamente si trova al centro di un vortice di violenza, che verrà successivamente idolatrato, raccontato ed emulato. Anche inHotline Miami 2: Wrong Number, per tornare a noi

taxi driver

Travis Bickle: unico vero personaggio in grado di trovarsi a suo agio in un mondo folle come quello di Hotline Miami.

E mentre tutto il mondo si chiede chi sia quella persona, quel signor Nessuno, ecco che entrano in gioco le maschere, necessarie a coprire il volto, capaci di regalarci qualche abilità o bonus momentaneo. Non è solo una soluzione di gameplay azzeccata, bensì il messaggio del cambiamento, svegliarsi con un viso diverso, la consapevolezza di poter essere finalmente qualcuno e non più un fantasma della peggiore borgata cittadina. Travis Bickle, ormai l’icona per eccellenza di Robert De Niro in Taxi Driver, attua una trasformazione radicale, da tassista medio borghese si ritrova fondina e arma al petto e si taglia i capelli da mohawk. Una maschera perfetta per concludere la sua vita in un lago di sangue e corpi martoriati.

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