Gli NFT mi fanno venire il mal di vivere

NFT. Non-Fungible Token. Sì, va bene, ma in italiano? Token non sostituibili. Okay, e in italiano comprensibile anche senza un vocabolario dell’internet?

NFT

[nota: le immagini che vedrete in questo articolo non sono necessariamente collegate all’argomento. Ma avevo bisogno di bilanciare il male di vivere con ricordi positivi, e quindi ho scelto immagini di alcuni dei miei giochi relax preferiti]

Immaginate un archivio enorme, che esiste da qualche parte dell’internet. Questo archivio si chiama “blockchain”, ed è sicurissimo: quando al suo interno viene eseguita un’operazione, l’anonimato dei contraenti è praticamente assoluto. Non solo, è pure strutturato in modo da tenere a memoria ogni operazione eseguita al suo interno, e da renderla inattaccabile da agenti esterni. Questo archivio è pure slegato da organi di qualunque tipo, non dipende da nessuna corporazione o da nessuna ente statale, garantendone dunque l’indipendenza. Mica male, vero? Ora immaginate di volerci inserire al suo interno qualcosa, per esempio, chessò, un’immagine che volete preservare. Ecco, no, non è così semplice. Vedete, per operare questo archivio ha bisogno di un quantitativo non indifferente di energia, e quella ce la dovete mettere voi, quindi immagazzinarci un’immagine, beh, non è proprio il massimo, diciamo. Sapete cosa sarebbe più efficiente, però? Inserire nella blockchain un attestato che dichiara che l’immagine in questione è vostra. Questo attestato si chiama “NFT”.

TU CLICCHI DI DESTRO SU DI ME?

Ora, non è che sia tutto perfetto, diciamo. Vedete, questa blockchain non ha nessun valore legale, concretamente. Se qualcuno – mettiamo caso – decidesse di cliccare di destro sulla vostra preziosa immagine ed utilizzarla a suo piacimento, beh, sventolare figurativamente il vostro attestato digitale non vi sarebbe granché utile. Esiste già un sistema per proteggere l’utilizzo di immagini specifiche, ovviamente: si chiama diritto d’autore, è legalmente codificato e viene già largamente utilizzato da tutti gli artisti che vogliono tutelare le loro creazioni. Gli NFT però sono una cosa a parte, e qualcuno di voi magari si sta già chiedendo di preciso qual è la loro utilità.

NFT male di vivere

Ebbene, sappiate che a sentire i circoli della criptofinanza questi NFT sono una specie di rivoluzione copernicana, ma andiamo con ordine. Forse vi è capitato, girando per l’internet e per Twitter in particolare, di vedere immagini – solitamente usate come avatar – di scimmie particolarmente brutte o di leoni decisamente stupidi. Ecco, quelli sono uno dei simboli più diffusi della cultura NFT. La particolarità di queste immagini è che ciascuna è generata in modo casuale, combinando una serie di elementi che ne assicurano l’unicità; e ciascuna di queste scimmie uniche ha un suo proprietario, che appunto viene registrato nella blockchain. Il proprietario, in teoria, può farci che vuole con la sua immagine, incluso rivenderla: e proprio qui sta il nocciolo della questione, perché dietro a queste NFT gira una quantità di soldi che se ve lo dicessi non ci credereste.

Veniamo però a quello che sarebbe in teoria l’utilizzo pratico di queste immagini di scimmiette deformi e leoni pettinati male. L’idea va a legarsi a quella di metaverso di cui tanto si inizia a sentir parlare negli ultimi tempi, e punta a offrire un avatar unico legato a un proprietario ben definito, e che può essere trasferito tranquillamente in tutti gli ambienti virtuali del metaverso assicurandone appunto l’unicità. Praticamente l’idea è che nel futuro distopico in cui vivamo tutti nella Oasis da incubo di cui piace tanto parlare ai tech guru della Silicon Valley, quell’avatar è il vostro identificativo.

SI MA, E CHE C’ENTRANO I VIDEOGIOCHI?

Questo discorso sulla permanenza dell’avatar è importante perché va a ricollegarsi all’applicazione (teorica) degli NFT ai videogiochi. Qualche genio della domenica che evidentemente non sa bene come funziona la programmazione videoludica si è infatti chiesto “ma non sarebbe fighissimo applicare questo concetto anche qui? Pensa, compreresti la NFT di un oggetto cosmetico su un gioco e poi potresti portartelo dove vuoi.”

SPOSTARE FILE DA UN GIOCO ALL’ALTRO NON È CERTO QUESTIONE DI COPIA-INCOLLA

Se vi siete mai occupati di programmare un gioco, se conoscete qualcuno che ha mai programmato un gioco, se avete una vaga idea di come funzionano i file di un qualunque gioco, sapete già perché un’idea del genere è semplicemente assurda, e se non lo sapete nessun problema: ve lo spiego io. Mettiamo che voi su Terraria abbiate sbloccato un cappellino di paglia che vi piace un sacco. Vi piace così tanto che mentre giocate a Final Fantasy XIV pensate “cacchio, però alla mia Miqo’te starebbe proprio bene in testa quel cappellino di paglia.” Quindi da giocatori ingegnosi quali siete scartabellate fra i file di Terraria, trovate quello associato al cappellino, lo copiate nella cartella di Final Fantasy XIV, e sapete cosa succede? Niente.

Perché non succede niente? Beh, perché ciascun gioco ha il suo tipo di file, ha il suo motore di gioco, le sue caratteristiche grafiche, e per spostare cose da uno all’altro non basta fare Ctrl+C Ctrl+V. Nel caso del cappellino di paglia, dovreste imparare come moddare i file di gioco di Final Fantasy XIV (sempre che possiate farlo, dato che è un MMO), creare un modello 3D del cappello, creare le sue texture, inserirle nel gioco e assicurarvi che il tutto non causi problemi di incompatibilità di qualche tipo. Un bel lavoro per un oggetto cosmetico, eh? Ecco, ora applicate il tutto a centinaia di cappellini di paglia NFT unici che si spostano fra tutti i giochi che vi vengono in mente e capite perché la cosa è fattibile solo nei sogni di qualche appassionato di criptovalute.

NFT? NO FUCKING THANKS

Ovviamente, questo non ha impedito a software house e personalità varie legate ai videogiochi di gettarsi a capofitto in questa opportunità di fare soldi a bizzeffe. Fra i publisher, Ubisoft è forse stata quella di cui si è più parlato a causa del suo progetto Quartz, non esattamente ben accolto dai giocatori, ma non è l’unica: Konami non ha perso tempo e ha ben pensato di festeggiare il 35° anniversario di Castlevania creando NFT commemorative (dare un nuovo capitolo alla serie era cheidere troppo, evidentemente), Square Enix ha espresso interesse per l’argomento, SEGA ha registrato il marchio “SEGA NFT”. E poi c’è Molyneux, il caro vecchio Molyneux che non fa più giochi da dieci anni ma appena ha annusato il potenziale di milioni facili ha tirato su in quattro e quattr’otto Legacy, un simulatore di latifondismo dove i giocatori possono comprare i lotti di terra presenti all’interno del gioco per poi rivenderli ad eventuali interessati che ci possono creare un’attività che immagino a un certo punto rivenderanno a qualche altro sprovveduto che spera di poterci a sua volta ricavare qualche tipo di profitto.

E poi c’è Troy Baker che pensa bene di passare un colpo di spugna su tutte le problematiche ambientali legate agli NFT – eh sì, perché vi ricordate che vi ho detto che consumano un sacco di energia queste transazioni? Mica stavo scherzando, eh – con un bel “you can hate, or you can create”, seguito a stretta ruota anche da Charlet Chung, la doppiatrice di D.Va di Overwatch. Ah, ve l’ho detto che la piattaforma a cui si sono rivolti per creare NFT della loro voce ha in passato usato senza permesso file audio creati da altre persone? Già, perché nel magico mondo della blockchain e delle criptofesserie gli scam e il tentativo di appropriarsi di cose d’altri  sono all’ordine del giorno. Volete un’ulteriore dimostrazione? Uno dei primi slogan pubblicitari dei NFT era il loro essere una novità che avrebbe portato beneficio sopratutto agli artisti, permettendo loro di guadagnare molto di più dalla loro attività e di farlo in sicurezza. Forse per alcuni, i primi arrivati. Per il resto? Vi basti sapere che DeviantArt ha una pagina dedicata alla questione delle immagini rubate per farne NFT, e che esistono artisti che si sono visti costretti a rimuovere la loro pagina DeviantArt proprio per le continue appropriazioni indebite di loro creazioni.

Io, dal canto mio, sono semplicemente stufo di dover ogni mese trovarmi davanti una nuovo carico di scemenze legate al mio hobby preferito. Forse questo articolo avrebbe beneficiato da un approccio più bilanciato, di risposte più puntuali e moderate a quelle che sono le argomentazioni a favore di questa novità tecnologica. Ma poi ho deciso che non ne vale la pena: non ha senso discutere con la logica con gente che dalla logica è completamente scollegata, che cade facile preda dell’hype e del sogno di inseguire facili guadagni, e proiettando i loro sogni su una realtà il cui funzionamento non capiscono o scelgono di non capire. Mi avete rotto le scatole, ecco.

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