Ho giocato troppo!

Ho giocato troppo! Dipendenza da videogiochi

Vi è mai capitato di eccedere in maniera talmente esagerata nel giocare da avere le visioni o gli incubi notturni? A me ogni tanto accade, in realtà ultimamente più per lavoro che per altro, tipo quando ho accumulato 80 ore di gioco in quattro giorni per recensire The Witcher 3 o Bloodborne. In passato, invece, è successo che mi infilassi nel ginepraio delle maratone devastanti per i fatti miei, e per fortuna che all’epoca non avevo figli da gestire, altrimenti ora sarei morto oppure rinchiuso in qualche struttura sanitaria in attesa della lobotomia.

Non so cosa prenda al cervello quando scatta il meccanismo autodistruttivo del “ancora un po’ e poi basta”. Non parlo dei giochi addictive che, come le ciliegie, ti fanno venire voglia di accumulare partitine una dietro l’altra e che prevedono una fruizione a tanti piccoli “shot”, bensì di quelli che fluiscono senza soluzione di continuità. Prendiamo Pikmin, ad esempio. Quando uscì su GameCube ci giocai talmente tanto che una notte non riuscii a dormire perché sentivo “fisicamente” la presenza di tuberi colorati che mi saltavano addosso per tutto il corpo; sono arrivato addirittura ad alzarmi e a farmi una doccia per togliermi di dosso quella sensazione, ma niente da fare. Che dire, poi, di quando mi sono incaponito a voler scalare le classifiche di Every Extend Extra Extreme? Il titolo di Q Entertainment era una roba talmente alienante che già dopo un quarto d’ora si cominciava ad avere una mezza idea su quali sensazioni crei l’assunzione di LSD, ma l’averci giocato per 16 ore di fila mi causò allucinazioni per almeno un paio di giorni: ovunque guardassi mi sembrava che il mondo fosse fatto a rombi e luci colorate, e anche tenendo gli occhi chiusi la situazione non migliorava granché.

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Sulla retina si formano cicatrici, ma tu continui imperterrito, in una sorta di autoflagellazione che si autoalimenta della tua stessa dipendenza

Gli episodi che vi ho appena citato sono, nel mio caso, fortunatamente gli unici di una certa rilevanza e sono relegati a un lontano passato. Certo, come detto, quando mi tocca fare nottata per questioni lavorative ne risento un po’, anche se ormai il mio cervello ha raggiunto un livello tale di assorbimento da videogiochi che, per quanto io possa spingere sull’acceleratore, ormai sempre più difficilmente arrivo ad avere accenni di incubi o visioni. Resta, però, il fatto che c’è un meccanismo perverso che – vai a sapere perché – scatta qualche volta nella testa e zittisce la consapevolezza che ti stai facendo del male fisico. Perché tu lo percepisci quando sta per succedere, e sai che dovresti smettere e andare a farti una passeggiata (o una bella dormita, magari popolata di sogni con belle figliole e unicorni colorati), ma proprio non ti riesce di staccare le mani da quel pad o da quel mouse. Sulla retina si formano cicatrici, ma tu continui imperterrito, in una sorta di autoflagellazione che si autoalimenta della tua stessa dipendenza. E non ditemi che non vi è mai successo almeno una volta nella vita, ché non ci credo proprio.

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