I ricordi dei videogiochi

I ricordi dei videogiochi Editoriale 04Probabilmente, almeno una volta nella vita, qualche parente/conoscente/amico avrà cercato di rifilarvi una boule à neige: trattasi di uno di quei globi di vetro con all’interno il diorama di un paesello che non avete mai visitato in vita vostra, né visiterete mai, con la neve posticcia che, capovolgendo e rigirando il globo medesimo, precipita lenta sui tetti e le strade in miniatura. Il cestino della carta straccia, in molti casi, è la destinazione naturale, ma a volte – per rispetto al summenzionato parente/conoscente/amico – la boule à neige viene deposta su di una mensola poco in vista dove, per una tremenda simmetria, verrà ricoperta in breve da uno straterello di polvere bianca, riflesso della candida “neve” che si trova all’interno.

Orbene, da collezionista mi rendo conto, talvolta, di trattare con medesima, irrispettosa negligenza le scatole dei miei videogiochi preferiti. Proprio mentre scrivo, le confezioni di Morrowind, Riven e Starcraft (quella con il Protoss goffrato in copertina) mi “guardano” con cipiglio impolverato dalla mensola posta sopra la testiera del letto. Il motivo di tale trascuratezza è da ricercarsi nel fatto che, purtroppo, non rigiocherò mai più i titoli in questione: avendo esplorato Morrowind nella sua interezza, me lo ricordo troppo bene (per non parlare del tempo richiesto per esperire come si deve un sandbox); gli enigmi di Riven, pur conoscendone la soluzione, richiedono un tempo di manipolazione oltremodo elevato, e Starcraft l’ho già completato tre volte.

I ricordi dei videogiochi Editoriale 02

Guybrush dice un lazzo e io rido, il viaggio del Senza Nome giunge al termine e io piango

E così i titoli sulla mensola non diventano altro che ricordi impolverati di viaggi: ogni tanto, nella mia mente, li agito e pulisco, così da vedere nuovamente la pioggia che increspa la superficie dell’Odai River che biseca Balmora; similmente rievoco memorie della stanza pentagonale di Riven in tutta la sua magnificenza, con il pennino dorato posto sulla sommità del soffitto, mentre con l’immaginazione muovo un plotone di unità fenice per epurare ondate di Zergling. Talvolta rivisito la periferia di Vizima, e corro con Geralt per umide strade di campagna, oppure mi accompagno a Garrus sotto le volte ricurve della cittadella. Guybrush dice un lazzo e io rido, il viaggio del Senza Nome giunge al termine e io piango.

È questo il più grande potere del nostro medium, secondo alcuni “piccolo”: la capacità di forgiare ricordi “tangibili” equiparabili al vissuto reale, con ogni videogioco che lascia dietro di sé una piccola boule à neige, e che ora, piumino alla mano, corro a spolverare.

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