I Simulacri sono fra noi

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O, meglio, i “simulacri” sono sui nostri schermi, e non so nemmeno se posso indicarvi dove e perché. Abbiamo addirittura deciso di non nominare il film che ha ispirato queste riflessioni, rinunciando ai benefici di una buona indicizzazione SEO (mannaggia a lei) per farvi capire quanto questo articolo, senza eccezioni, sia quanto più lontano si possa immaginare dall’idea di spoiler.

Per la prima volta nella mia vita, mi è sembrato che almeno la metà degli spettatori in sala non riconoscesse l’inganno di una marionetta digitale

I più fanatici dei fanatici potrebbero non voler nemmeno intuire lo spunto d’ispirazione, comunque scevro di nomi di personaggi, descrizioni di scene o, per amore di quell’integralista di Ivan, persino del titolo dell’opera. In tal caso non procedano oltre: l’altro giorno, e per la prima volta nella mia vita, mi è sembrato che almeno la metà degli spettatori in sala non si rendesse conto che un certo personaggio di un certo film era in realtà una marionetta digitale. Niente Uncanny Valley, nessuna faccia particolarmente stupita: a parte quelli che conoscevano bene l’attore in questione, consci dell’impossibilità che fosse davvero in scena, tutti gli altri pensavano tranquillamente si trattasse di una persona in carne e ossa.

I casi specifici esistono sempre, ed è facile che qualche ingenuo spettatore (un bambino, magari) si sia fatto ingannare anche da esperimenti più datati, magari dai personaggi de La leggenda di Beowulf (2007) o dai “ringiovaniti” Arnold Schwarzenegger nei più recenti (e parecchio controversi, ahimé) Terminator. Per la verità, nemmeno stavolta mancava qualcosa di impercettibilmente imperfetto, quasi impossibile da individuare persino per occhi allenati (cioè i nostri, appassionati “nativi” di CG), nascosto fra i movimenti delle pupille, i battiti di ciglia e qualsiasi altro dettaglio che, seppur presente, può sempre tradire la costruzione artificiale a causa di una lievissima imperfezione.

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Gli “animatroni” del cinema anni ’80 non sarebbero mai potuti arrivare a un simile livello di perfezione

Il cinema, dal canto suo, non può che rappresentare il vertice di simili tentativi, ancor più delle celebrazioni attraverso immagini olografiche, o anche di quanto possa accadere nei videogiochi: tutta l’attenzione del fruitore dell’opera si concentra sul viso dei “simulacri” e sulla loro recitazione, senza ulteriori effetti o interazioni che vadano a complicare l’esperienza. Davanti a noi c’è qualcuno che sta recitando ineccepibilmente la sua parte, e stavolta si tratta di un essere umano solo per via “indiretta”.

In fondo, non ci troviamo in un territorio lontano da uno dei miei ultimi editoriali. Dopo anni di sperimentazioni sulla robotica nel cinema, sul massimo che si poteva trarre dall’uso di animatroni sempre più sofisticati, gli effetti digitali si sono avvicinati a obiettivi a cui le macchine o gli effetti tradizionali potrebbero aspirare solo fra molti anni, fino a incocciare il “fine supremo” di rappresentare correttamente noi stessi. La regola non è valsa per gli stuntman di Mad Max: Fury Road, a dire il vero, ma questo ha a che fare con la carne e il sangue che un vero artista può ancora tirar fuori dal cinema live d’azione, e non certo con le riflessioni di queste righe.

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Philip Dick ha immaginato nei suoi romanzi e racconti che fossero i robot a poter sembrare in tutto e per tutto identici agli esseri umani

A me intrigano i punti di contatto con la “mia” sci-fi preferita, insieme a tutte le libere speculazioni che ne possono derivare: P. K. Dick ha immaginato nei suoi romanzi e racconti che fossero i robot a poter sembrare in tutto e per tutto identici agli esseri umani – per scopi biecamente politici ne “I Simulacri”, ad esempio, o nei risultati “incidentalmente” esistenzialisti di “Abramo Lincoln Androide” (We Can Build You) – con la credibilità visiva che è oggi propria degli attori virtuali. Per certi versi, almeno in questo caso, il nostro mondo è meno mediaticamente pericoloso rispetto alla metafora di Dick, dal momento che le tecniche di manipolazione digitale avanzano alla stessa velocità dei software che possono smascherarle, ed è dunque impossibile ingannare l’opinione pubblica proponendogli, per citare il primo dei romanzi suddetti, una ricostruzione digitale al posto del vero Presidente degli Stati Uniti d’America.

Al contrario, possiamo concentrarci serenamente sui risultati dei simulacri nel campo dell’entertainment, e goderne come ho fatto io durante la proiezione del film che non posso nemmeno nominare. Un film bellissimo per mille altri motivi, prodotto da una major spesso odiata per i suoi approcci “corporate” ma indubbiamente esperta nel macinare “creature finte” fin dalla sua nascita. E con questo direi che dovrebbe aver capito anche l’ultimo dei lettori, giusto Kikko?

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