Le quinte galattiche di Mass Effect

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Nel numero di TGM mandato in stampa nei giorni scorsi ci siamo presi lo spazio per parlare diffusamente del nuovo Mass Effect, con riferimento anche a quella che è stata, 10 anni fa, la percezione della comunità giocante sull’affresco fantascientifico di BioWare. Accanto, però, agli appunti sulla reale identità ARPG di Shepard e compagni, sull’immersione nella messa in scena e altri dettagli della trilogia originale, mi sembrava finanche eccessivo approfondire in quella sede il rapporto tra Mass Effect e le produzioni di fantascienza spaziale degli ultimi lustri, peraltro rilevante per chi divora titoli sci-fi con gameplay molto diversi tra loro.

Non a caso ho usato il termine “percezione“: se, infatti, all’epoca della prima trilogia sembrava impossibile creare per davvero un continuum nell’esplorazione della galassia, e i “siparietti” scenografici di Mass Effect funzionavano sempre alla perfezione, oggi gli orizzonti possibili si sono estesi fino ad abbracciare dimensioni addirittura sconvolgenti.

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Ttitoli come Elite Dangerous o No Man’s Sky hanno introdotto una scala di grandezza nei viaggi spaziali addirittura senza precedenti

Titoli dai diversi risultati qualitativi come Elite Dangerous e No Man’s Sky restano imparagonabili tra loro, a maggior ragione rispetto a Mass Effect, ma hanno altresì introdotto una scala di grandezza nei viaggi spaziali addirittura senza precedenti nei videogiochi: anche a non voler essere fanatici, riconoscendo le ovvie differenze tra la simulazione di David Braben, il sandbox procedurale di Hello Games e l’approccio action adventure di Mass Effect, resta il fatto che produzioni molto meno ricche hanno concesso di arrivare “dove nessun uomo è mai giunto prima“, colmando spazi mai visti con la forza – e i limiti, naturalmente – della generazione procedurale. Non ci sono NPC, intricate relazioni drammatiche o sistemi di crescita dei personaggi, ma in compenso c’è tutto il resto. C’è la galassia.

Il pensiero mi è venuto con la presentazione del nuovo Mako, immaginando come sarebbe apparso il goffo mezzo di Mass Effect se, invece di deserti quasi completamente vuoti, avesse potuto esplorare veri ecosistemi, basi aliene o anche lune provviste di grandi basi, strutture militari o spazioporti civili; pensate anche all’eventualità di poter controllare direttamente navette di trasporto a addirittura il vascello Tempest durante specifiche manovre, ammesso (ma assolutamente non concesso) che in Mass Effect Andromeda ci sia posto anche per questo.

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Come sarebbe apparso il goffo mezzo di Mass Effect se, invece di vuoti deserti, avesse potuto esplorare veri ecosistemi alieni?

E non parlo a caso, pur non avendo un’idea precisa della forma finale del gioco: da appassionato di space-sim e action di fantascienza sarei molto più lieto di trovare simili contenuti, imperfetti ma tesi verso nuove frontiere, rispetto all’introduzione di un multiplayer che, lo dico fin da subito, in una serie come Mass Effect m’interessa molto ma molto di meno. Naturalmente non si tratterebbe di cambiare le cose buone che lo storymode di Mass Effect ha già conseguito: si tratterebbe di conquistare quelle che non ha.

Oltretutto, scrivere di galassie e fantascienza mi ha fatto venire una voglia matta di parlare di Elite Dangerous, in particolare della geniale introduzione iperrealistica degli alieni, i cui relitti sono stati avvistati tempo fa e, appunto, solo nelle ultime settimane hanno lasciato il posto a gigantesche astronavi funzionanti, presumibilmente Thargoids, dopo più di un anno di (vera) sperimentazione sui contenuti. Facciamo che ne tratterò la settimana prossima, va.

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