Mal di contemporaneità

Mal di contemporaneità

Guardate un attimo la vostra collezione di videogiochi e, sportivi ed fps con ambientazione militaresca a parte, ditemi quali sono ambientati ai giorni d’oggi. Bene, immediatamente identificate i GTA, gli Yakuza, gli Uncharted, i Tomb Raider, gli Hitman. Al netto dei primi due, che danno una lettura del presente o del recente passato critica e decisamente interessante – a proposito, Yakuza 0 sembra proprio una gran figata – quello che manca, spesso e volentieri, ai giochi ambientati nella contemporaneità è il coraggio di raccontare storie che nel presente affondano le proprie radici, che scuotano in qualche modo la nostra percezione delle cose e provino a toccare temi che, quotidianamente, sono legati alla nostra esistenza.

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Per carità, in assoluto gli esempi non mancano, e se la saga di Metal Gear è, in fondo, un’enciclopedica lettura critica della contemporaneità, Life is Strange e Oxenfree sono piccole storie che si inseriscono benissimo nel paradigma del romanzo di formazione. Parallelamente, i titoli di Quantic Dream, che sono quanto di più vicino ci sia nel mondo dei videogiochi all’uso della contemporaneità di stampo cinematografico, ci hanno mostrato come funzionino meglio le frugali scene “normali” rispetto alle derive sci-fi all’interno delle stesse storie. Certo, lì è un problema di sceneggiatura, però è anche la dimostrazione che siamo pronti a parlare di noi in maniera diversa dal solito, e senza necessariamente tirare in mezzo elementi sovrannaturali o guerre più o meno devastanti. Quello che manca ai videogiochi sono le grandi narrazioni contemporanee che coinvolgano più o meno strati della popolazione non eccezionale; avventure urbane che possano vivere al di là degli open world di matrice criminale – anche Watch_Dogs, di fatto, ci parla di una storia sul genere, per quanto immersa nella cultura pop – che, di fatto, sono gli unici a sorreggere il peso della rappresentazione delle città per come le viviamo noi, tanto in Occidente, quanto in Oriente.

Quello che manca ai videogiochi sono le grandi narrazioni contemporanee che coinvolgano più o meno strati della popolazione non eccezionale

Tra l’altro, mi ha sempre perplesso l’assenza cronica di RPG con ambientazione moderna, anche perché gli esperimenti in tal senso, quando qualche coraggiosa software house si è cimentata, non sono stati affatto male: da Shenmue, mai troppo lodata serie di Yu Suzuki, che tra l’altro ha un’interpretazione del senso del tempo meravigliosa, ai vari Parasite Eve e Shadow Hearts, se rimaniamo in tema JRPG. In Occidente, al netto del meraviglioso Vampire: Bloodlines (che però resta un titolo che di contemporaneo ha unicamente il setting e il mood urbano), c’è fondamentalmente solo Alpha Protocol, che è comunque legato alla sua natura ibrida e tendenzialmente action, ma che, in termini di sceneggiatura e gestione dei dialoghi, resta probabilmente uno dei migliori RPG di Obsidian, nonché il gioco narrativo più simile a una serie TV prima dell’era Telltale. Ecco, sarà che per me Alpha Protocol resta uno dei tre giochi più sottovalutati nella storia del medium, ma mi chiedo sempre perché quel sistema di dialoghi lì e quel modo di raccontare non venga utilizzato di continuo oggi in storie che parlino di spionaggio, politica o, perché no, di drammi più o meno quotidiani, storie d’amore e vite degne di essere vissute. Insomma, in qualsiasi forma e modo, risolviamo questo diamine di mal di contemporaneità che ci affligge e abbassiamo il numero di fantasy e sci-fi game pro capite.

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