Multiplayer competitivo VS multiplayer co-op

Multiplayer competitivo VS multiplayer co-op halo

Sebbene io sia principalmente un animale da single player, nella mia ormai lunghetta vita da videogiocatore incallito non mi sono lasciato sfuggire l’occasione di partecipare anche a corpose orge multiplayer. Se guardo a quando ero poco più di un giovincello di belle speranze – quando, cioè, internet era ancora una questione per pochi e fortunati universitari – riaffiorano pomeriggi pregni di schiaffoni calcistici, nei verdi campi di Kick Off 2, a casa di questo o quell’amico. In quei tempi il concetto di co-op era ben lungi dall’essere un fatto concreto, ma anche successivamente all’esplosione del multiplayer online è davvero difficile che mi tornino alla mente momenti in cui l’unione con altri giocatori ha preso il sopravvento sul resto, se si esclude la felicissima (per quanto mi riguarda) parentesona nelle terre di EverQuest prima ed EverQuest II dopo, due MMORPG da me vissuti esclusivamente lato PvE.

Fino a qualche anno fa, il gusto del multiplayer competitivo ha avuto la meglio sul resto. Anche in redazione, per dire, quando si lanciava un FIFA o un NBA in pausa pranzo non passava certo per la testa l’idea di giocare nella stessa squadra contro la CPU, e anzi si vivevano sfide serratissime a botte di caffè da offrire agli astanti in caso di sconfitta. Non parliamo poi degli Halo party in un buio scantinato, saturi di birra e patatine, laddove ognuno si portava da casa la propria Xbox da attaccare a una LAN messa in piedi per l’occasione, pronto a fare a pezzi il vicino di postazione a sventagliate di pistola ad aghi. Tuttavia, invecchiando, qualcosa è cambiato.

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Gli attimi che riaffiorano alla mente con più forza sono quelli percorsi mano nella mano con altri compagni di viaggio

Oggi trovo incredibilmente più soddisfacente giocare in co-op. Se ripenso a come ho approcciato la mia vita online negli ultimi tempi, gli attimi che riaffiorano alla mente con più forza sono quelli percorsi mano nella mano con altri compagni di viaggio. La campagna di The Division – con Claudio, Davide e Mario (e le sue torrette tirate “a muzzo”, per vedere l’effetto che fa) – è un esempio recente, così come gli Assalti folli in quel di Destiny, con un Marco Tassani in berserk violento; se vado un po’ più indietro nel tempo non posso non citare le Spec Ops di Call of Duty: Modern Warfare 2 e seguito, spazzolate in coppia con un Davide Tosini sugli scudi e foriere di divertimento genuino (a me quello a destra e a te quello a sinistra… 3… 2… 1… bang!). Il tutto, in attesa di Ghost Recon: Wildlands (qui ce ne parla il buon Talarico, dopo averlo recentemente provato), su cui il Team Crimine redazionale non vede l’ora di metterci le mani sopra.

In realtà, questo discorso vale, almeno parzialmente, anche se guardo al multiplayer competitivo, quando gioco contro altri umani ma la squadra è comunque composta da amici: è un caso in cui la soddisfazione che provo è pari a quella del co-op puro, perché in fondo è il lottare assieme sotto un’unica bandiera che crea una magia impossibile da replicare quando è la sola competizione a entrare in ballo. Ciò non significa che non mi diverta anche giocando in puro PvP e in assenza di compagni conosciuti, anzi. È tuttavia innegabile che, con l’avanzare degli anni, tragga maggior soddisfazione vivendo esperienze online spalla a spalla con gli amici, sotto la rassicurante coperta della condivisione degli intenti. Vestendo la stessa maglietta, da un lato viene più semplice aprirsi alla chiacchiera estemporanea (quella che esula dal contesto ludico e che aggiunge gusto alla pietanza), e dall’altro si cementifica ulteriormente un legame di squadra che, un po’ alla volta, trascende la vita digitale e sfocia in quella reale. Dite che questi miei pensieri sono colpa della vecchiaia incipiente, oppure sono frutto di attenzioni sempre maggiori degli sviluppatori verso il magico modo del co-op e che hanno fatto particolarmente presa su una mente semplice come la mia?

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