Videogiochi (e non solo) contro il #MuslimBan

trump videogiochi

La situazione, negli Stati Uniti, è abbastanza caotica e continua a cambiare nel corso delle ore, e probabilmente quando questo editoriale arriverà sui vostri schermi (grandi, piccoli) le cose saranno diverse dal momento in cui lo sto scrivendo, a notte di domenica inoltrata. Parlo delle proteste che si sono scatenate in tutti gli Stati Uniti dopo la decisione del neo-presidente Trump di chiudere le frontiere contro chi arriva da sette paesi a maggioranza islamica (Iran, Iraq, Libia, Somalia, Sudan, Siria e Yemen) e – tra le altre cose – di bloccare il rinnovo automatico dei visti per lavoro.

Premetto subito che siamo in una di quelle situazioni del tipo “ma voi che vi occupate di videogiochi lasciate stare queste cose, che non vi competono e non c’entrano niente con il vostro lavoro e il divertimento“, come è già accaduto nei mesi passati per la brexit e gli attacchi terroristici di Bruxelles dello scorso marzo.

Non importa. Oggi, come allora, eventi di portata tale da coinvolgere tante voci, finiscono inevitabilmente per far sentire anche quella del mondo dei videogiochi, e del settore della tecnologia tutto. La prima a levarsi è quella dei game designer e degli sviluppatori, che intervengono nel dibattito e nella protesta in modi diversi. Gli organizzatori dell’imminente Game Developers Conference di San Francisco hanno twittato il loro “orrore per il #MuslimBan“, promettendo il rimborso a chi – per colpa di questa misura – sarà impossibilitato ad arrivare a Frisco per la GDC.

Rami Ismail, co-fondatore di Vlambeer (Super Crate Box, LUFTRAUSERS), musulmano residente in Olanda, ha annunciato che i guadagni dalle vendite di questi giorni verranno tutti devoluti alla ACLU (American Civil Liberties Union, unione americana per i diritti civili) a sostegno della sua campagna contro il #MuslimBan.

Cardboard computer, gli autori di Kentucky Route Zero, scontano del 50% i loro giochi e donano i proventi delle vendite ad ACLU.

Kristian Segerstråle, CEO della software house Super Evil Megacorp ha pubblicato su Medium una lettera aperta ai suoi dipendenti che “non avrei mai immaginato di dover scrivere

Joseph Staten, uno degli autori della serie Halo, twitta il suo orgoglio di essere un sostenitore di ACLU.

Paul Murphy, CEO di Dots, la software house che sviluppa la popolare serie ludica con lo stesso nome, twitta un’immagine decisamente esplicativa che verrà introdotta in queste ore nei suoi giochi, in cui si dà il benvenuto a giocatori di tutto il mondo.

Kate Edwards, direttrice esecutiva della International Game Developers Association (IGDA), in una nota dice che “da quando la nostra organizzazione è diventata operativa anche negli Stati Uniti, uno dei suoi compiti è stato assistere la United States Citizenship and Immigration Services (USCIS) (che si occupa di immigrazione, ndr), il che significa che quando una società statunitense vuole assumere persone dall’estero, IGDA fornisce consulenza sulle loro qualifiche nell’ambito dello sviluppo di videogiochi, e ne incoraggia l’assunzione negli Stati Uniti. Da quando rivesto questo ruolo, dalla fine del 2012, ho firmato più di 250 lettere per persone provenienti da tutto il mondo, compresi paesi che adesso vengono identificati come “nazioni musulmane”. Noi sosteniamo con forza che la passione e il talento per il game development non conosce confini – politici, geografici, culturali o demografici. Limitare l’immigrazione per via del paese di origine di una persona è un atto di ignoranza che rafforza i peggiori stereotipi culturali. Siamo assolutamente contrari a ogni politica di qualsiasi governo volta a restringere ingiustamente le possibilità di chiunque di seguire la propria passione, e di percorrere una carriera nello sviluppo di videogiochi“.

Tracey Thompson, portavoce di Bethesda Softworks, afferma: “siamo una compagnia globale con impiegati di ogni razza, genere, etnia, religione e orientamento sessuale. Come tale, sosterremo sempre la diversità e l’accoglienza, e saremo sempre contro le divisioni e le esclusioni“.

E non sto neanche a tirar fuori i “nomi grossi”. Anzi, qualcuno sì.
Stephen King ha twittato: “Immaginate un hooligan che versa zucchero nel serbatoio di una macchina costosa e tenuta bene. Trump è quell’hooligan. L’America è quella macchina

Mark Zuckerberg ricorda le origini migranti della sua famiglia, e scrive che “gli Stati Uniti sono una nazione di immigranti, e di questo dovremmo essere orgogliosi“.

Sergey Brin di Google è andato di persona all’aeroporto di San Francisco per protestare), mentre Tim Cook di Apple, in una email ai suoi dipendenti, ricorda che quella di Trump “non è il genere di politica che supportiamo“.

Satya Nadella, CEO di Microsoft, scrive ai suoi dipendenti: “Come immigrato e CEO, ho sperimentato di persona e vissuto sulla mia pelle l’impatto positivo che l’immigrazione ha sulla nostra società, sul nostro paese, e sul mondo intero. E continueremo a sostenerla attivamente”.

Insomma, qui si parla del mondo dei videogiochi, di tecnologia e di intrattenimento. E questo, oggi, è quello di cui questo mondo parla.

Aggiornamento: Insomniac Games, quelli della serie Ratchet & Clank, ha pubblicato un video su Facebook in cui condanna la decisione di Trump, e che trovate qui sotto

A loro si è aggiunta anche ESA, Entertainment Software Association, associazione di categoria degli sviluppatori americani, ha pubblicato una dichiarazione ufficiale in cui si legge che “Entertainment Software Association chiede prudenza alla Casa Bianca per quanto riguarda l’immigrazione e i programmi di lavoro per cittadini stranieri. L’industria del videogioco negli Stati Uniti è una forza leader nella tecnologia, grazie anche ai contributi di innovatori provenienti da tutto il mondo […] Le società che fanno parte di ESA si affidano ai talenti di cittadini statunitesi e immigrati allo stesso modo. Parole e azioni della nostra nazione dovrebbero supportare la loro partecipazione all’economia americana“.

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