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Inside+Limbo Doublepack è disponibile da oggi in formato fisico

Nel mare di backlog che mi ritrovo, e che tutti per un motivo o l’altro ci ritroviamo, faccio spesso l’errore di buttarmi su qualche gioco lungo e complesso che, causa mancanza di tempo, nel giro di una settimana torna malamente nella lista. Questo non è stato vero per INSIDE, fruibile in una manciata scarsa di ore: nel suo caso avevo una paura maledetta di rimanere deluso, un po’ per le lunghe discussioni avute con un valente collaboratore anni fa (ciao Ale), proprio in merito alla qualità del predecessore LIMBO, un po’ per l’effettivo rischio di trovarmi di fronte a una versione riveduta e corretta del titolo d’esordio di Playdead (stessa squadra per entrambi i giochi, capitanata da Arnt Jensen), a cui a una prima occhiata INSIDE assomiglia tantissimo. Il pericolo è stato corso, in effetti, ed è per questo che sono rimasto ancora più stupefatto (sarebbe bastato leggere la mia recensione, eh. ndKikko).

In fondo, l’opera seconda è ancora più importante della prima. È il momento per confermare che non è stato solo un colpo di genio, ma l’inizio di qualcosa di più importante e duraturo, il percorso di un vero autore. Pensate a Jonathan Blow: nel suo caso il talento non solo è stato confermato, ma si è spostato su un piano superiore in cui la natura stessa di The Witness si può discutere, interpretare e leggere come un discorso teorico sulla semantica dei puzzle game. Altrettanto sicuro, naturalmente, è il fatto che il talento di Blow è riuscito di nuovo a esplodere, e con più potenza, su qualcosa di diverso e ben più ambizioso di Braid. Dove pure ci sono tante cose da ammirare, sia chiaro.

inside inside limbo editoriale

L’opera seconda è ancora più importante della prima

A un livello forse meno pregiato (dove il “forse” è pura cortesia), mi sono trovato poco tempo fa a recensire il secondo titolo di Mike Bithell, autore di Thomas Was Alone. In un certo senso, Volume fa un discorso piuttosto articolato sul genere stealth, un po’ come ha discuisito di platform nell’opera precedente; come The Witness sceglie di spostarsi nel territorio della rappresentazione poligonale, pur con enormi differenze in termini di stile, apertura e ambizioni concettuali. In entrambi i casi, però, la parabola degli autori è diretta senza tentannementi verso l’esterno, e nemmeno per un attimo hanno pensato di usare la stessa visuale, le medesime meccaniche d gioco e persino lo stesso soggetto.

INSIDE, al contrario, si ributta a capofitto all’interno di se stesso. È vero che si presenta molto simile a LIMBO, praticamente sotto ogni punto di vista, al punto che mi è saltata addosso una sensazione strana, come se l’impianto grafico fosse sempre stato quello di INSIDE, e così la maggiore vividezza di ogni cosa. In realtà vengono messe da parte le controverse incursioni nei platform, raffinata la componente enigmatica e la storia prende una strada autonoma pur passando da vie simili, fino a tuffarsi in una parte finale da poesia dell’orrore. Uno della mia generazione non può che ritrovarci molto del linguaggio visivo di The Wall, e anche la contrapposizione tra autoritarismo “adulto” e creatività del bambino fa parte di un discorso tematico non poi così lontano, attorniato da una colonna sonora dai riverberi Lynchiani. Ha contemporaneamente il valore di un gioco e di un magnifico lungometraggio animato, e se vi avanzano quattro ore potrebbe essere un ottimo modo di risolvere una serata. Una serata cupa ma bellissima, di nuovo accompagnati da un bambino senza volto.

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