Nativi digitali: un mito da sfatare?

nativi digitali

Un paio di anni fa, facendo pulizia di vecchi cellulari da parcheggiare nel cimitero dell’hardware, la mia figlia più piccola si è imbattuta in un vecchio Nokia a conchiglia: l’ha aperto, ha ignorato bellamente la tastiera, e ha provato a toccare lo schermo sperando che succedesse qualcosa, e quando ha visto che era inutile, l’ha accantonato con uno sguardo di sufficienza, tornando felice al suo iPad (quello vecchio del papà). Per me, questa è una delle immagini che meglio descrive il concetto – più o meno abusato – di “nativi digitali“. E che sottolinea come la definizione, per quanto affascinante, sia poco azzeccata, o quantomeno impropria.

La definizione di “nativi digitali” appare a volte impropria

Una generazione nata in un mondo iper-tecnologico, abituata fin da subito a interfacciarsi con schermi touch e comandi vocali, ma del tutto incapace di gestire quello che non conosce e/o non capisce. L’esatto opposto dei cosiddetti “immigrati digitali” (la mia generazione e quella immediatamente successiva), per cui il processo di crescita ha visto un lento e progressivo abbandono del mondo analogico degli anni Settanta e Ottanta, l’avvento di quello digitale e del suo lento propagarsi in ogni ambito della nostra vita. Quelli che nell’arco della loro vita hanno usato il telefono a disco e gli smartphone, che si sono collegati a internet con i modem 14.4 della Philips e la fibra a 1 Gigabit, che hanno provato a navigare su cellulare con WAP e oggi usano invece LTE, che stavano un’ora con l’orecchio attaccato alla radio in attesa della canzone da registrare – perdendosi sempre i primi secondi – e che oggi sono abbonati a Spotify, che dovevano ricordarsi di riavvolgere le videocassette prima di restituirle al negozio che le noleggiava, e che oggi si comprano Die Hard su Blu-ray.

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La risposta dei nativi digitali ai problemi è perlopiù alzare le spalle e ignorarli

Quando mi sento dire che “i giovani d’oggi sì che ne capiscono, di computer“, “mio figlio è uno smanettone” (o peggio ancora, “è un hacker“) mi sale sempre un po’ di crimine, perché ho la forte impressione che non sia vero. Parlo solo per esperienza personale, di quello che nel corso degli anni ho visto da cugini, nipotini, compagni di classe e amici vari: non ne ho incontrato uno solo, uno che fosse in grado di gestire un conflitto hardware, un pop-up invasivo, una ricerca meno banale di “Google + Wikipedia”, una stampante che smette di funzionare o un’applicazione che non risponde. In quei casi, ho sempre riscontrato tre possibili risposte: alzare le spalle e non curarsi del problema; spegnere e riaccendere, nella speranza che la cosa magicamente si auto-risolva (e, come insegna IT Crowd, sporadicamente è vero); rivolgersi allo “zio che ne capisce“. Mai, e dico mai (ma ripeto, è sicuramente un limite del mio limitatissimo campione statistico), ho visto qualche ragazzino incaponirsi su un problema, mettersi lì e dire “adesso cerco di capire cosa non va, e soprattutto di risolverlo“. Forse, chissà, non glielo ha mai insegnato nessuno, io per primo.

In questi casi, la domanda che mi frulla sempre per la mente è una sola: ma lo “zio che ne capiscea chi si rivolgeva quando, vent’anni fa, apriva per la prima volta Netscape, quando un floppy smetteva di andare o un disco fisso cominciava ad avere dei settori danneggiati? Se devo cercare una differenza importante tra la “mia” (nostra) generazione e quelle più giovani, mi sembra essere la propensione ad arrangiarsi, a cercare di risolvere i problemi in maniera autonoma, la consapevolezza che se non siamo noi a venire a capo di una cosa, non lo farà nessun altro. Che si tratti di un hard disk danneggiato, è del tutto secondario.

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