Metagaming: vizio o virtù?

Metagaming: vizio o virtù?

Da ragazzino giocavo a Magic: The Gathering, nel senso che mi aveva preso proprio la fotta di comprare carte, passare le giornate a studiare mazzi più o meno improbabili con gli amici e andare nei punti vendita specializzati a sfidarmi con gli altri. Erano gli anni del liceo, per lo più, e di quel gruppone di persone c’è chi ha continuato, togliendosi belle soddisfazioni in giro per il mondo, e c’è addirittura chi ha finito per lavorare in Wizards of the Coast; oppure chi, come me, è rimasto nel giro ma ha preferito dedicarsi ai videogiochi.

Al di là della generazione bruciata a cui appartengo, ricordo perfettamente il perché mi allontanai dalla scena competitiva di Magic: il metagaming. Mi piaceva giocare Tipo 2 (ovvero con carte delle espansioni più recenti), mi divertiva fare i mazzi, ma soprattutto trovavo affascinante ottimizzare la pochezza delle mie risorse economiche creando soluzioni con le carte che avevo. A volte funzionava, a volte no: non ho mai avuto velleità di conquistare la vetta del Pro Tour, ma mi bastava il divertimento dato da una combo che girava bene. Avevo la fissa del rosso danno diretto, e dispensavo Shock in nonchalance. Poi però, all’improvviso, non solo ai tornei seri, ma anche alle robe locali, lo spettro dei mazzi scaricati da internet iniziò a omologare tutta la scena: convertirsi al mazzo blu di controllo era quasi una roba fideistica, ma soprattutto i pomeriggi passati a costruire i mazzi più improbabili diventavano i pomeriggi passati a cercare i mazzi col win rate più alto, taroccandosi le carte per testarne le funzionalità, e le giornate in negozio diventavano una ricerca forsennata delle due o tre carte che andavano di moda. Il mio amore per Magic si trasformò in una lotta contro i mulini a vento, e la storia finì che giocavo soltanto ai draft, ovvero quei tornei in cui di fatto si deve costruire il mazzo a volo, come accade nelle arene di Hearthstone. Ed è proprio qui che volevo arrivare, non solo ad Hearthstone in sé, ma proprio alla tendenza del metagaming nei giochi online.

Hearthstone Viaggio a Un'Goro immagine PC 03

In nome del metagaming e del “successo”, è lecito rendere i giochi più brutti cercando di romperli e di forzare ogni meccanismo alla ricerca dell’efficienza?

Non sono uno che gioca tanto ai card game, un po’ per questioni di tempo, un po’, perché, anche in questo caso l’unico modo per divertirsi sembra scendere a compromessi con la scena competitiva e seguire le strade dei mazzi già belli che fatti. Chiaro, uno se ne può fregare, a suo rischio e pericolo, ma diciamo che entrare baldanzoso in una partita e capire di avere davanti un Quest Rogue o un Pirate Warrior vuol dire passare i tuoi quindici minuti successivi a imprecare male. Mi direte voi: è colpa mia che non ho un mazzo efficace, magari, ed è così che funzionano i giochi di carte, da sempre. Si tratta di trovare le combinazioni migliori, e se sono quelle, appunto, sono quelle. Sarà anche così, ma esiste qualcosa chiamata bilanciamento, nel senso che il sistema di gioco dovrebbe favorire la varietà, e volte mi sembra che piuttosto che evitarlo vengano dati sempre nuovi spunti per farlo.

Ma comunque, di Hearthstone a me frega tutto sommato poco, visto che di fatto, il discorso sul metagaming me l’ha suggerito FIFA 17. Sì, perché si tratta del titolo che sfrutto di più online, nella sua malsanissima componente di FUT. Non sono uno che dilapida patrimoni in bustine, penso di averci speso in totale una trentina di euro per darmi un boost iniziale di consumabili e comprare un paio di bustine promo durante i momenti di follia, ma diciamo che per il resto è stata una lunga corsa verso le prime divisioni e la ricerca della squadra giusta. Nel mio piccolo sono arrivato a giocarmi l’accesso alla FUT Champions e alle prime tre divisioni con gente come Kalinic e Milik (versioni base) in attacco, e un terzino come Vangioni che dovrebbe addirittura telefonarmi per ringraziarmi del fatto che sono l’unico in Italia a credere in lui, certamente molto più di Montella.

Dov’è il limite tra ricerca della performance e, invece, desiderio di una vittoria più facile?

Scherzi a parte, una volta arrivato in “alto”, però, mi sono accorto che, al netto degli squadroni composti da mostri che manco farmando in single player per giorni riuscirei a comprare, succede spesso di trovarsi davanti a rose fatte in copia carbone, secondo un modello ben preciso, fatto da giocatori tendenzialmente poco contenibili sul breve, o dal rapporto forza-velocità-prezzo conveniente: Musa, Rashford, Martial, Sturridge, Firmino, Emre Can, Bellerin sono solo alcuni dei calciatori più utilizzati, e ti ritrovi dunque contro squadre bassissime, che non fanno altro che aspettarti per poi sperare di ripartire sfruttando l’estrema velocità di alcuni giocatori. Una roba che inizialmente ti dà in testa, e ti fa prendere un po’ di imbarcate, ma che può essere controllata senza particolari drammi, per quanto renda le partite decisamente più brutte.

È qui che mi viene di pormi una domanda: in nome del metagaming e del “successo”, è lecito rendere i giochi più brutti cercando di romperli e di forzare ogni meccanismo alla ricerca dell’efficienza? Mi rendo conto che è parte dello spirito della competizione, ed è come cercare le traiettorie migliori su un circuito, eppure non smetto di pensare che si tratti di tagliare una curva sapendo che la penalizzazione magari potrebbe non arrivare. Insomma, dov’è il limite tra ricerca della performance e, invece, desiderio di una vittoria più facile?

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