Da grande farò il pro-gamer

Da grande farò il pro-gamer

Ammetto, in un passato non troppo remoto, di aver pensato e sperato (e in qualche modo persino provato) di percorrere la dura strada del pro-gamer. Dietro a tale buffo termine si nasconde una figura ancora poco conosciuta – o almeno considerata – nel Bel Paese: un “atleta”, sempre che si possa utilizzare tale termine senza evocare l’ira di qualche purista, particolarmente capace in qualche videogioco competitivo che gareggia a livello mondiale per portarsi a casa fama, gloria e una bella pagnotta.

Ho cominciato a capire che adoravo competere – e vincere – in un lontano passato, quando passavo i pomeriggi su Starsiege Tribes. Scendere in campo con una squadra mi regalava emozioni mai provate prima, soprattutto per un adolescente ciccio e timido come il sottoscritto che non aveva mai visto un campo da calcio nemmeno per sbaglio. La lista dei titoli che monopolizzarono le mie giornate è lunga, a partire da DotA, famosissimo mod di WarCraft III, arrivando a Counter-Strike. Non però quello che conosciamo tutti, e nemmeno il famoso 1.6 che vide la luce con l’avvento di Steam, oggi piattaforma digitale insostituibile, nel 2003 client fastidioso e pesante che costrinse migliaia di felici giocatori ad abbandonare la versione 1.5 del gioco.

Mi sono sempre reputato un bravo videogiocatore, e – con tutta probabilità peccando di fin troppa autostima – ero convinto di essere al di sopra della media. Purtroppo, o per fortuna, le mie doti non erano sufficienti a spiccare tra i migliori italiani, e ho sempre visto un po’ con invidia, un po’ con mostruoso interesse, i tornei più o meno ufficiali che avvenivano inesorabilmente mese dopo mese. Dopo un lunghissimo periodo che ha visto Ultima Online come unico titolo multiplayer presente sul mio hard disk, fu con l’avvento di League of Legends, nell’ormai lontano 2009, che mi tornò quella sana passione per i videogiochi competitivi. E sì, anche nel MOBA targato Riot mi son sempre reputato decisamente bravo.

La verità, quella pesante come un macigno, non è tardata ad arrivare: i primi team italiani cominciavano a formarsi, e nei vari tornei, nonostante la squadra in cui militavo riusciva spesso a qualificarsi nel girone più importante, prendevo costantemente schiaffi da ogni direzione. Ciò che mi mancava, a parte qualche dote naturale, erano principalmente una fisiologica lentezza di riflessi rispetto a videogiocatori più giovani di me e la poca voglia di impegnarmi veramente con allenamenti quotidiani, alla stregua di qualsiasi altro sport o attività. Fu in quel momento che, almeno personalmente, capii come il videogioco competitivo sia una vera e propria disciplina sportiva: certo, gli allenamenti non si svolgono all’aperto o in una palestra, con sofferenze e sudore, ma comunque i sacrifici richiesti per ottenere risultati sono esattamente alla stregua di qualsiasi altro sport. Sacrifici, ore ed ore da dedicare all’attività agonistica tutti i giorni, un rapporto stretto e di fiducia con la propria squadra e uno studio tutt’altro che semplice delle regole e delle meccaniche di gioco.

La strada del videogiocatore professionista non mi è mai veramente appartenuta

Illuminante fu il meraviglioso film-documentario prodotto da Valve, Free to Play, che raccontava le vicende di un piccolo manipolo di pro-gamer costretto a rinunciare a punti fondamentali della propria vita, come il lavoro e lo studio, per scommettere il tutto su una disciplina che, escludendo qualche paese orientale, viene ancora vista di cattivo occhio dalla folla. In quel momento ho capito che non ero assolutamente tagliato per quella vita: non credevo abbastanza in un progetto così folle. O almeno non ci credevo a sufficienza per mollare tutto e dedicarmi a un’attività così pesante mentalmente e socialmente. Nello stesso modo, però, ho cominciato a vedere diversi miei conoscenti, ancora nel fiore dell’età, provare davvero a percorrere questa strada, e da quel momento non ho più avuto il coraggio di criticarli. Che differenza c’è tra il giocatore di calcio che prova ad arrivare a calcare i campi di Serie A, il nuotatore che passa in acqua più della metà della propria giornata e il giocatore di LoL che fa di tutto per partecipare ai tornei più importanti del mondo? E no, mi rifiuto di sentirmi dire che gli sportivi “veri” hanno una vita più sana dovuta al movimento, mentre i videogiocatori, per colpa della loro vita sedentaria, sono costretti a un futuro di malattia: ogni disciplina ha i propri pro e i propri contro, così come ogni passione, se presa in maniera esagerata, può fare veramente male.

Oggi ancora ci provo a buttarmi nella mischia, che sia una partitella a LoL, a DotA 2 o all’ottimo Heroes of the Storm di cui sto provando con piacere la sua nuova incarnazione. Proprio come un calciatore ormai troppo avanti con l’età ho ancora qualche “asso nella manica” e qualche tecnicismo dovuto a un passato da smanettone incattivito, e se prendere schiaffi dal “giovanotto” di turno è ormai prassi, ancora mi diverto nel dimostrare alle nuove leve che l’esperienza è una componente fondamentale in videogiochi di questo tipo. Allo stesso modo, i geriatrici membri del TeamCrimine, nel Crogiolo di Destiny, esultano in maniera fin troppo spudorata quando si scala la classifica in barba a tutto e a tutti (beh… lì spargiamo schiaffoni a destra e a manca come se non ci fosse un domani, modestamente parlando. ndKikko). Non ho nessun rimpianto, e riguardando al passato non posso che sorridere felice pensando ai meravigliosi momenti passati ad allenarmi ai titoli più disparati in cerca di fama e gloria, consapevole che la strada del videogiocatore professionista non mi è mai veramente appartenuta, ma che in qualche universo parallelo le cose potrebbero essere andate un pochino diversamente.

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