Tesla, WannaCry, il futuro è ancora nostro?

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Qualche settimana fa sono andato, più per curiosità che per effettive possibilità economiche, a fare un test drive con una Tesla Model S 90D, una belva elettrica da 420 cavalli con un concentrato di tecnologia da far quasi spavento. Ho immediatamente chiesto al (paziente, pazientissimo) venditore seduto accanto a me se fosse possibile provare la guida autonoma, e farsi “portare in giro” nel traffico di Milano. Mi ha risposto (paziente, pazientissimo) che no, non era possibile, che al momento si può attivare solo in autostrada e tangenziale. Mi sono dovuto “accontentare” di gustarmi un’oretta a bordo della macchina più potente, più tecnologica e più sinceramente entusiasmante su cui abbia mai messo le mani.

Fast forward. Qualche giorno più tardi, dal mio meccanico di fiducia, per cambiare una banale lampadina analogica della mia vecchia, analogica macchina a metano. Esce ovviamente il discorso della guida autonoma, e la sua grande paura nel trovarsi a bordo di una macchina di cui non hai il pieno controllo. Come ha efficacemente sintetizzato: “In Italia? Eh, come no. Tu sei lì con la macchina che va da sola, poi arriva un vecchio col pandino che ti viene addosso“.

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La Tesla S 90D è una belva elettrica da 420 cavalli, con un concentrato di tecnologia da far quasi spavento

Ed è questa, probabilmente, la cosa che maggiormente mi spaventa in un mondo sempre più immerso e controllato dalla tecnologia come il nostro. Quello di non avere più il controllo sulle cose. O meglio, di non averlo come prima. Non voglio entrare in questioni filosofiche su cosa significhi “controllo”, le implicazioni morali e tutto il resto: parlo solo di percezione, di quello che io “sento” come controllato da me. Una macchina, con la sua frizione, il cambio manuale, lo specchietto retrovisore regolabile manualmente, mi fa pensare di essere io a guidarla. Il solo fatto di stringere la corona del volante mi mette, letteralmente, alla guida. E anche in caso di fallimento di un sistema (il servofreno, per esempio), posso comunque agire con forza sul pedale per accostare e fermarmi. Se si guasta la telecamera posteriore, posso sempre girare la testa e vedere dove sto andando. Al netto di attuatori e dispositivi che riducono la fatica, ci sono sempre collegamenti fisici tra il nostro corpo e la vettura. Quando il volante non ha più un piantone, o i freni sono gestiti elettronicamente da una centralina che registra la pressione del piede, senza che questo vada a comprimere fisicamente il liquido frenante, quella sensazione di controllo viene inevitabilmente meno. Se impazzisce il software che controlla lo sterzo, posso girare il volante quanto mi pare, ma non c’è nessun piantone che lo collega alle ruote, e a quel punto posso solo sperare (sperare!) in qualche failsafe che minimizzi i possibili danni.

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L’automobile rimane uno dei luoghi cardine dove esercitare il controllo

Qualcuno potrebbe – giustamente – farmi notare due cose: che esistono anche i guasti meccanici (il tubo del liquido dei freni che si rompe, per continuare con l’esempio di prima), e che ci sono già un sacco di altri mezzi di trasporto che si affidano quasi totalmente all’automazione, e penso ai treni e agli aerei. Vero. Ed è proprio per questo che parlavo di percezione di controllo. Culturalmente, almeno per me, l’automobile è uno dei luoghi principe in cui il (delirio di) controllo trova la sua massima gratificazione. L’idea di lasciare il posto di guida a un programma mi mette un po’ di ansia, ecco. Più di quanta me ne metta salire a bordo di un aereo, dove comunque accetti di mettere la tua vita nelle mani di qualcun altro.

Probabilmente non avrei scritto queste righe se, nel fine settimana, i giornali di mezzo mondo non avessero parlato di WannaCry. Al netto della leggerezza e della superficialità che l’ha reso possibile (in maniera così brutalmente efficace), l’attacco hacker di questi giorni mi ha fatto tornare alla mente la conversazione con il meccanico, e soprattutto mi ha ricordato una volta di più la nostra sempre maggior vulnerabilità di fronte all’avanzata di una tecnologia che spesso fatichiamo a comprendere, e sulla quale abbiamo molto meno controllo di quanto vorremmo. Quando ci mettiamo alla guida della nostra macchina, o quando accendiamo un computer. Non me la sento di dire che la cosa sia un male, intendiamoci (io, poi, che per la tecnologia vado matto), ma tocca farsene una ragione. E non è sempre facile.

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Arrivederci 47, la cosa strana è che è stato bellissimo

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