Quando è stato impiccato questo pirata?

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La nostalgia è una brutta bestia, e questo ormai lo sappiamo. Mi trovo incredibilmente legato a qualche particolarità del passato che, oggi, mi fa sorridere nella sua ingenuità. E sì, mi sto proprio riferendo ai mille dispositivi anti-pirateria che accompagnavano i giochi della nostra infanzia. Il primo incontro con tali meccanismi altamente tecnologici lo feci in giovane età grazie a Zak McKracken, di cui – lo ammetto – possedevo il floppy copiato grazie a un amico di famiglia che, guarda caso, gestiva un negozio di Personal Computer. Già l’avventura grafica LucasFilm non era delle più comode da giocare per un bambino, ma la situazione peggiorò enormemente quando, per dover pagare il primo viaggio aereo del nostro eroe, sono stato costretto a inserire una serie di codici che non riuscivo a trovare da nessuna parte. Il povero Zak, senza tanti complimenti, venne sbattuto in prigione, e lì terminò la sua avventura senza che io potessi comprenderne il motivo.

Ci volle qualche anno prima di rendermi conto della faccenda. Quella serie di simboli era un mezzo come un altro per punire i pirati come me, soltanto che, invece di comparire all’avvio del titolo (come insegna Monkey Island e la sua meravigliosa ruota Dial-a-Pirate), faceva capolino già a gioco inoltrato. È però proprio con i primi due capitoli che vedevano il pirata più temibile della storia che LucasArts si superò, prima sfidando le leggi della fisiognomica e poi trasformandoci in stregoni voodoo. Peccato solo che bastava una semplice fotocopiatrice per risolvere il problema, e che effettivamente era molto più complicato copiare un “dischetto” che un manualetto di poche pagine.

Anche noi di The Games Machine avevamo i nostri segreti di Pulcinella, eh! Quando le soluzioni erano una delle componenti fondamentali di una rivista, il rischio di ritrovarsi con fotocopie ovunque e, di conseguenza, senza la pagnotta mensile, era sempre da tenere in considerazione. Come risolvere l’annosa faccenda? Semplice! Scritte nere su sfondo marrone! Provate pure a fotocopiare, e vedete come il prodotto sarà un’uniforme macchia nera! Ah, che geni del male.

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Per contrastare la sempre più dilagante pirateria gli sviluppatori inventarono sistemi sempre più geniali e divertenti

La situazione, nel corso degli anni, è rimasta pressoché invariata, e per contrastare la sempre più dilagante pirateria gli sviluppatori inventarono sistemi sempre più geniali e divertenti, ma decisamente poco funzionali: Indiana Jones e il Destino di Atlantide sfruttava dei disegnetti nelle pagine del manuale che raffiguravano diverse combinazioni delle tre pietre circolari; Day of the Tentacle ci trasformava in ingegneri e, basandoci sempre sulle pagine del manuale, dovevamo costruire il macchinario per avviare il Cron-O-Binetto; Sam & Max Hit the Road ci faceva addirittura vestire i due protagonisti nei modi più bizzarri, per poter godere la loro avventura. (Perché non eri appassionato di tie-in, altrimenti ti saresti ricordato del dongle di Robocop 3, ndKikko)

Vedere questa guerra senza fine passare da disegnetti su pagine di un manuale a innovativi sistemi di controllo on-line, che sfruttano chissà quale diavoleria, mi fa sentire fuori tempo e, tanto per cambiare, nostalgico: negli anni ’90 eravamo talmente scemi e bontemponi che davvero si pensava che affidare un sistema di protezione a un semplice foglietto di carta fosse sufficiente per arginare il problema, mentre oggi le tensioni tra software house e “cracker” rasentano davvero la follia. Non voglio però parlare di pirateria, quindi mi fermo qui. Di certo sono orgoglioso di poter dire di aver fatto parte di quella generazione che “girava il disco coi pirati” per poter giocare a Monkey Island, e ciò non può che rendermi felice. E, fondamentalmente, vecchio.

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