Avventori videoludici

Avventori videoludici Editoriale 01Taverne, locande, bar e night club: tutto è iniziato circa vent’anni fa con una frase, “My hotel’s as clean as an elven arse”, col primo equipaggiamento acquistato grazie ai duri risparmi raccolti durante un’adolescenza trascorsa tra le alte mura di Candlekeep. E nella taverna: avventori con la puzza sotto il naso, anziani maghi saggi, vino di sangue, stanze degli ospiti da frugare e saccheggiare e le prime informazioni sulla “crisi del ferro” pagate profumatamente.

Ho passato moltissimo del mio tempo virtuale nei locali dei videogiochi, a raccogliere indizi e pettegolezzi, a svolgere compiti per il barista di turno, da vere e proprie main quest a piccoli, trascurabili obbiettivi secondari. Loschi individui, notizie di prima (o seconda) mano e alcolici che fanno bella mostra di sé, spesso inutili se non per diminuire le statistiche dell’avatar, giusto per dimostrare che bere non è cosa, neppure nel mondo digitale. Nella upper Cantina di Taris (Star Wars: Knights of the Old Republic) mi sono accordato con Canderous Ordo pianificando un attacco strategico alla base Sith di stanza sul pianeta, e mi sono battuto nell’arena di Ajuur, laddove – nel ruolo enigmatico dello Straniero Misterioso – ho sconfitto Bendak Starkiller in un duello all’ultimo sangue, primo fondamentale passo sulla via per il lato oscuro. Nella Cantina bassa ho incontrato Missione Vao e il suo pelosissimo compagno Wookie, Zaalbar; sempre lì ho svolto compiti di cacciatore di taglie per Zax (un viscidissimo Hutt), e grazie a un untuoso Twi’lek ho costruito i miei mazzi per lanciare la scalata alla classifica dei migliori giocatori di Pazaak.Avventori videoludici Editoriale 04

non riesco a fare a meno di un punto di ritrovo, crocevia dei livelli, di un benaccetto “hive of scum and villainy”

Con Vampire: The Masquerade – Bloodlines, ho gettato più di un occhio curioso in direzione di scollacciate avventrici, il cui unico scopo era quello di fungere come pregiata riserva di ambrosia cremisi, ho dialogato con un barista nerboruto e tatuatissimo, mentre le luci dei fari multicolore incorniciavano il decolleté di Jeanette. Sulle aspre note di Isolated (Chiasm) e sui timbri metallici di Cain (Tiamat) ho ballato, scatenandomi su piste virtuali. In Grand Theft Auto: Vice City, fra le prime attività opzionabili, ho acquistato il Pole Position, indispensabile ritrovo per un Tommy Vercetti dedito al vizio a tutto tondo. Naturalmente, ho frequentato l’Antro di Chora e l’Afterlife (Mass Effect I e II), e non vi dico (né mi vergogno) delle ore passate a omaggiare spogliarelliste Asari. E molto ho parlato e flirtato con Aria T’Loak. Nelle locande dell’Orso Peloso e della Nuova Narakort (The Witcher) ho affinato la mia abilità coi dadi e, nella seconda, ho partecipato a uno degli eventi mondani meglio orchestrati nella storia del videoludo, il ricevimento dato in onore della principessa Adda, con cui – non dovrei nemmeno dirvelo, dato che vi sembrerò scontato – ho fatto all’amore. Infine, in S.T.A.L.K.E.R.: Shadow of Chernobyl, lontano per alcuni preziosi momenti dalle insidie della Zona, mi sono ritrovato con gli altri stalker a bere la vodka al 100 Rads, il primo posto ragionevolmente sicuro dopo il campo di novellini presso Cordon; al riparo – finalmente – da anomalie e mute di cani mutanti.

Dunque, mi sono immedesimato, ho “bevuto”, fruito degli intrattenimenti, ho fatto di virtuali esercizi fittizi il rifugio del guerriero, perché molti videogiochi non sono altro che una collezione di stage ad alto tasso di sfida, un collage di puzzle ambientali, e ben vengano i summenzionati, ma non riesco a fare a meno di un punto di ritrovo, crocevia dei livelli, di un benaccetto “hive of scum and villainy”.

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