Ready Player One?

Ready Player One

Il punto interrogativo è d’obbligo, come il titolo originale, ché mica sono sicuro di essere pronto a una cosa del genere. Intanto, pur con tutto il rispetto per l’ottimo romanzo di Ernest Cline, ne va ribadita una originalità solo apparente: esistono libri di livello paragonabile o superiore che toccano argomenti molto simili, come il pazzesco Snow Crash (1995), e anche il film Avalon di Mamoru Oshii, per quanto poco conosciuto, ha sparso fascino a piene mani sullo stesso tema (un gioco VR in cui si cimenta una società intera, stringendo ai minimi termini) già all’inizio del millennio.

ready player oneMa questo non sarebbe un problema: Daniel Galouye, ad esempio, è arrivato a prevedere le simulazioni sensoriali ben prima del mio amato Philip Kindred Dick, eppure è quest’ultimo a essere considerato il messia degli inganni esistenziali della fantascienza, il che non è così bizzarro come sembra: Galouye è stato geniale in qualche occasione, tra cui la scrittura di Simulacron 3, mentre Dick si è portato dietro lo status di genio (non subito riconosciuto dalle masse, anche questo è un classico) per ogni minuto della sua vita. Difficile dire se anche Ernest Cline lo sia, ma è riuscito ad arrivare nella testa dei giovani fruitori di fantascienza con un’irruenza che non si vedeva da tempo.

Il problema, casomai, è che dal mio punto di vista Spielberg non ha più azzeccato un film fantascientifico dai tempi di E.T., il cui respiro sci-fi era già ridimensionato rispetto a Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo (che continuai a preferire, persino a dieci anni): Minority Report non solo è un filmetto d’azione, ma è anche la rappresentazione plastica di come il regista abbia sempre guardato agli stilemi del cinema di consumo prima che alla materia prima del soggetto, in questo caso stravolto malamente, e ormai inquadri la fantascienza unicamente in questi termini. Ha insegnato a tutti come poteva essere girato un film sci-fi con stile e potenza, e poi è rimasto lì, in balia di nuovi e imberbi sceneggiatori, o di quelli vecchi impigriti come lui.

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Avalon di Mamoru Oshii, per quanto poco conosciuto, ha sparso fascino a piene mani sullo stesso tema.

Dite che Jurassic Park è un’eccezione? Beh, anche qui dipende: gli elementi più complicati del libro di Crichton sono lasciati sullo sfondo, come la teoria del caos, tenendo in primo piano gli aspetti più facilmente magnetici per grandi e piccini. Visto, poi, che la fiducia di Kubrick su Spielberg è cosa nota e più che comprovata, credo che quello di A.I. Artificial Intelligence sia stato l’unico errore di giudizio nella vita dell’insuperato cineasta di 2001. E no, nemmeno la Guerra dei Mondi mi è piaciuto: due star del cinema con uno stile vecchio e autocelebrativo, in un colpo solo.

Lo so, sto pur sempre parlando del regista di Duel e de Lo Squalo, creatore di Indiana Jones e di uno degli “Encounter” più influenti della storia del cinema, ma bisogna pur sempre ragionare con la testa del 2017. Senza di lui, oggi, non esisterebbero alcune delle icone visive che Stranger Things ha omaggiato, ed è indubbio che registi contemporanei come Sam Raimi, Peter Jackson o Guillermo Del Toro debbano almeno parte della loro poetica al linguaggio di Spielberg, diventato ai giorni nostri “classico” come potevano esserlo, un tempo, quelli di John Ford o Frank Capra. Non mi preoccupo, dunque, del fatto che il regista di Ready Player One sia quello di Incontri Ravvicinati; mi preoccupa che sia quello di AI e Minority Report.ready player one

Non so se Player Ready One meriti di diventare un banale film per famiglie

Eppure, dopo tutte queste note, una speranza ancora c’è, ed è determinata dalla stessa materia narrativa di Ready Player One. Cline non è Gibson e nemmeno Sterling, autori che mi auguro Spielberg non tocchi nemmeno con un bastone, come nessun altro classico della fantascienza del secolo scorso (ho ancora gli incubi per Solaris di Soderbergh, e mi bastano). Ready Player One è un romanzo di rara immediatezza comunicativa, cosa che lo pone in grande affinità con il regista di E.T.: è ancora una volta la storia di un povero sfigato in lotta virtuosa per la propria condizione sociale – come il piccolo protagonista de La Fabbrica di Cioccolato, fra le sicure ispirazioni “pop” per Ready Player One (in riferimento al film con Gene Wilder, almeno mi auguro) – e soprattutto è un nerd conclamato, capace di strizzare l’occhio a un’intera generazione di suoi simili. Un ragazzo che sogna, come l’autore di OASIS, un mondo “terrificante e doloroso come può essere la realtà, ma anche l’unico posto in cui puoi essere realmente felice.” Anche per questo, non so se il libro di Cline meriti davvero di diventare un blockbuster per famiglie. Eppure, in qualche modo, succederà.

In ultimo butto lì una questione tutta mia, superficiale perché a volte è giusto così: che siano bravi, belli, brutti o addirittura geni del cinema, non sopporto più gli americani che vivono in simbiosi col loro berrettino da baseball. Me ne rendo conto, è un limite abbastanza stupido, ma che ci posso fare?

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