La voglia di buttare i dadi

buttare i dadi

C’è una roba, tra amici, che di tanto in tanto esce fuori, ed è una frase a suo modo abbastanza iconica, nei momenti di nostalgia. Non per tempi non migliori in sé per sé, per carità, ma semplicemente per quel momento storico in cui ti senti davvero padrone del tuo tempo libero. La frase è “mamma mia, quanta voglia di buttare i dadi. Tradotto in italiano comprensibile, si tratta del rimpianto di non aver tempo e modo di giocare di ruolo, al tavolo, come ai bei tempi. Che poi in realtà, oggigiorno sarebbe anche possibilissimo, con Rolld20, Fantasy Grounds, una manciata di webcam e la voglia di passare una serata in compagnia. Di certo manca il senso della caverna ruolistica, il tavolo imbandito di schifezze e quella magia delle sei ore che volano in scioltezza, però sarebbe in ogni caso un ottimo surrogato, un metadone ruolistico in grado di creare nuova aneddotica spicciola di epica personale. Eppure, anche in quel caso, un po’ perché nessuno si vuole prendere la responsabilità di fare da master, un po’ perché è sempre un “sì sì, dai organizziamoci”, alla fine non se ne fa niente. Sarà che siamo cambiati e dobbiamo accettare l’idea che trovare il tempo e il modo di lanciare una secchiata di dadi per salvare il mondo non è più nelle nostre corde, o semplicemente bisognerebbe crederci di più, ma l’unica via per “ruolare” alla fine diventa necessariamente quella dei videogiochi.

La sensazione è che il genere RPG si stia evolvendo più attraverso istanze presenti in titoli di altro genere che in maniera diretta

Chiaro che si tratta di un ripiego spurio, tendenzialmente diverso e che, in molti casi, secondo me, anche inefficace a sedare la stessa sete. Sì, perché al di là delle esperienze monumentali tipo The Witcher o Dragon Age: Origins, ammetto che da ex grande consumatore del genere trovo sempre più difficoltà a portare a termine gli RPG. A monte di tutto c’è sicuramente una questione di tempo: dovendo allocare risorse ad alcuni giochi per lavoro, è assai difficile che nel tempo libero riesca a dedicare troppe ore a titoli che impongono così tanta dedizione (poi certo, guardi il mio time count a FIFA e il discorso crolla immediatamente); ci sono però anche un paio di valutazioni accessorie, del tipo che nonostante stessi apprezzando tantissimo sia Pillars of Eternity che Tides of Numenera (entrambi in corso d’opera, installati sul mio PC), tutto sommato nel corso degli ultimi anni ho trovato più soddisfazione ruolistica in altri generi, che siano banalmente i manageriali à la Football Manager e Motorsport Manager, o giochi come This War of Mine, Curious Expedition o Sunless Sea, in grado di farmi sentire davvero il senso dell’avventura, il peso delle responsabilità e la necessità di prendere decisioni vitali. Tra l’altro, per quanto chiaramente il conto ore di questi ultimi titoli sia comunque tendente a più infinito, l’accessibilità della loro forma ludica rende la fruizione decisamente più funzionale a diverse tipologie d’uso e sessioni di lunghezza variabile. È chiaro che si tratta di una percezione del tutto personale, frutto di diversi fattori, ma è altrettanto vero che spesso ho la sensazione che il genere degli RPG si stia evolvendo più attraverso le istanze presenti in titoli di natura diversa, che nella sua forma canonica, ancorata a formule abbastanza classiche e, di fatto, mai realmente evolute.

Per carità, va bene così, però siamo sicuri che non ci sia spazio per qualcosa di diverso della campagna monumentale di settordici ore in cui il destino del mondo dipende da me? Ognuno ha i suoi feticci, ma alla fine mi ritrovo sempre a rimpiangere Alpha Protocol.

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