La malattia di Alzheimer e Dark Souls

La malattia di Alzheimer e Dark Souls

L’amore che provo nei confronti di Dark Souls appare spesso su queste pagine. Ciò che continua ad affascinarmi dell’opera di Miyazaki, oltre all’ambiente di gioco così “meravigliosamente decadente”, è la possibilità di interpretare la storia, o parte di essa, in decine di modi. Ormai, a sei anni di distanza dalla sua pubblicazione, l’oscuro passato di Lordran, il ruolo di Gwyn e dei suoi figli e il destino del Non Morto Prescelto non sono più un segreto, e invito chi avesse ancora dubbi su ciò che l’autore giapponese volesse comunicarci a fare un giro sulle tante pagine dedicate, tra cui è impossibile non citare l’Anima Oscura, a cura del nostro amico Michele, che ha contribuito enormemente a farmi prima scoprire, e poi amare, il titolo FromSoftware.

Eppure, come scrivevo poche righe addietro, Dark Souls non si ferma qui, e permette ai giocatori più attenti, o per meglio dire fantasiosi, di lasciarsi andare in voli pindarici e personali interpretazioni. Lessi un articolo, all’alba del 2013 su Destructoid, in cui l’utente Wrenchfarm spiegava il modo in cui l’opera di Miyazaki gli ricordasse la terribile malattia che colpì sua nonna: il Morbo di Alzheimer. Oltre a invitarvi a leggere l’articolo originale, a patto di masticare bene la lingua di Albione, volevo rubare qualche minuto del vostro tempo per approfondire la questione.

dark souls alzheimer

Anche i portatori del Segno Oscuro condividono lo stesso destino di chi soffre di Alzheimer

La malattia di Alzheimer è la forma più comune di demenza degenerativa, seguita dalle demenze di origine vascolare. La malattia, dall’esordio lento e costante, prevede un’iniziale difficoltà nel ricordarsi gli eventi recenti, per poi sfociare in afasia (perdita della capacità di comprendere o comporre il linguaggio), disorientamento, incapacità di prendersi cura della propria persona, variazioni comportamentali e una forte depressione. Chi ha purtroppo avuto modo di vedere tale condizione in qualche caro, può ritrovare comportamenti analoghi anche nei personaggi non giocanti di Dark Souls, tanto che il binomio “Maledizione” e “Alzheimer” diventa in poco tempo fortissimo. Anche i portatori del Segno Oscuro condividono lo stesso destino: perdere lentamente tutto, la propria identità e la propria storia, fino a diventare esseri completamente vuoti. Non solo: Wrenchfarm affronta questo binomio anche da un punto di vista sociale. La non morte viene, difatti, vista in malo modo dagli umani: i maledetti vengono chiusi e banditi in prigioni e rifugi, anche se il termine originale “Undead Asylum” lascia posto a interpretazioni più particolari, tanto che una delle tante traduzioni può essere “manicomio dei non morti”. Il problema principale, nel background del titolo FromSoftware, è che un portatore del segno oscuro può perdere la testa da un momento all’altro, diventando pericoloso e aggressivo sia per sé stesso che per chi gli sta vicino. Diventare vuoti, destino ineludibile dei non morti, è soltanto questione di tempo, e solo il restare legati a qualche luogo conosciuto o a qualche certezza riesce a mantenere relativamente salda la loro mente.

Sono pochi i personaggi di Lordran che non presentino segni e sintomi di tale condizione: il primo con cui parliamo, il cavaliere seduto al Santuario del Legame del Fuoco, pare già aver perduto ogni speranza, e si rifiuta di abbandonare il comodo luogo in cui è accampato. A parte qualche confuso consiglio, egli pare semplicemente aspettare il compimento del proprio destino, senza aver più voglia di lottare. Anche se non possiamo già parlare di depressione, è possibile classificare tale comportamento come apatia, uno dei primi segni della malattia di Alzheimer. Se in precedenza uscire di casa, lavarsi e vestirsi in maniera curata erano azioni all’ordine del giorno, lentamente queste abitudini spariscono, lasciando appunto posto alla totale mancanza di voglia di compiere tali azioni. Altri personaggi, bloccati dietro le sbarre in qualche luogo angusto, come la venditrice di muffe o il fabbro Rickert, sembrano particolarmente a proprio agio nella condizione di prigionia, tanto da affermare che fuori dalla propria cella, spesso autoimposta, rischierebbero di diventare vuoti. La mercante può addirittura diventare sospettosa del giocatore, nonostante abbia già avuto modo di conoscerlo, tanto da accusarlo di volerle farle del male. Anche la paranoia e la paura rientrano tra le conseguenze del morbo.

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L’icona che rappresenta l’intero percorso della malattia di Alzheimer è Siegmeyer di Catarina

L’icona che però rappresenta l’intero percorso della malattia è Siegmeyer di Catarina: ogni volta che troviamo il buffo individuo, è bloccato in qualche situazione a dir poco paradossale. Il primo incontro, innanzi a un cancello invalicabile, non ci stupisce particolarmente, anche se può risultare curioso il fatto che il buon Sieg sia talmente assorto nei suoi pensieri da non notarci. Non capisce se ha dovuto rallentare il suo cammino a causa di un cancello o di un muro, e semplicemente si è seduto ad aspettare. In seguito lo troviamo in situazioni sempre più particolari, come accanto a una rampa su cui rotolano pesantissimi e letali massi, in una stanza difficilmente raggiungibile del castello di Anor Londo, nelle profondità di una palude velenosa e a Lost Izalith, innanzi a una fossa abitata da demoni. Normale chiedersi come il buon cavaliere possa aver raggiunto tali luoghi, ma puntualmente ci colpisce la naturalezza con cui “l’eroe smemorato” non comprenda come superare un ostacolo, difficile o semplice che sia. Invece di ragionare, o di preoccuparsi, decide semplicemente di aspettare qualcosa. Sono fortunato, perché non ho mai avuto esperienze personali di questo tipo, ma quando alcuni conoscenti mi raccontavano di aver perso di vista il proprio caro al mercato del paese, in seguito lo ritrovavano – per fortuna – in luoghi improbabili, come vicino a una statua in un parco, in piedi a guardarsi attorno e aspettare qualcosa. Tra la felicità e la preoccupazione per “la fuga”, tutti sono rimasti colpiti dalla naturalezza e dalla semplicità con cui il malato li salutava, come se non fosse successo nulla di strano. Proprio come Siegmeyer. La figura di Sieglinde of Catarina, figlia del suddetto cavaliere, rispecchia invece colui che ha perso di vista il proprio caro, e che tenta di inseguirlo sperando che non gli capiti nulla di male e che, nello stesso modo, non rischi di combinare qualche guaio.

Mi rendo conto che paragonare il segno oscuro alla Malattia di Alzheimer sia molto particolare, eppure una volta notate queste similitudini è difficile non soffermarsi a pensare. Non so se Miyazaki volesse in qualche modo narrarci la malattia di qualche suo caro, o se voleva in qualche modo farci provare cosa si prova nel perdere i propri punti di riferimento. Di certo, per me, è quasi impossibile guardare Dark Souls con gli stessi occhi di prima, e nella speranza di un lieto fine non posso che ringraziare nuovamente l’autore giapponese per averci dato modo di interpretare, in maniera così particolare, la trama della sua opera.

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