Da grandi poteri derivano Difensori incasinati

Difensori

L’oceano dei fumetti supereroistici è ben più tumultuoso di quello proposto da film e serial, inevitabilmente stilizzati in tanti dettagli. Questo, tuttavia, nelle logiche produttive non è mai stato un problema, e nemmeno un freno qualitativo: si è sempre trattato di scegliere bene i tratti da esaltare, e ovviamente di avere alle spalle un valido team di creativi, ma non certo di restare fedeli a tutte le diverse identità, i drammi o addirittura gli universi paralleli in cui scorrazzano gli eroi Marvel e DC.

Non è quindi una vera questione, almeno per me, se i Defenders di Netflix non corrispondono a nessuna squadra classica che ha portato questo nome, o se ai singoli membri sono state concesse generose libertà (in particolare, per una più verosimile “mimetizzazione” fra i cittadini di NY). Luke Cage è forse l’unica vera eccezione, avendo lungamente militato nei Difensori ed essendo, anche affettivamente, il compagno storico di Jessica Jones, ma Marvel sta per coprire qualsiasi incongruenza con l’apposita serie di albi a fumetti, in cui le fattezze degli eroi si ispireranno ai modelli televisivi e la formazione sarà ovviamente la stessa. Ovvero Jessica Jones e Daredevil, già rodati nella capacità di sfondare lo schermo, accanto a Luke Cage e Iron Fist che, al contrario, nel tentativo si sono fatti piuttosto male.

Luke Cage e Iron Fist non hanno dimostrato lo stesso carisma di Jessica e Daredevil

Il problema risiede nell’ultima frase: non so nemmeno se si tratti di mancanze in fase di realizzazione, specie nelle prestazioni recitative, o se il risultato appena tiepido sia da ascrivere alla difficoltà di toccare alcuni personaggi rispetto ad altri. Prendete Batman, capofila negli anni ’80 della più grande rivoluzione di eroi in calzamaglia: non a caso è stato lui il paladino “semirealistico” della DC Comics, e non l’ingombrante (almeno, un tempo lo era) Superman, proprio perché l’essenza di Bruce Wayne si riflette in un vigilante segnato da un terribile trauma infantile, e non in quella di un semidio dal feeling anzianotto e antipatico. Una creta malleabile e perfetta, per quello che avevano in mente Frank Miller, Alan Moore e Grant Morrison negli anni ’80.

All’inizio di quel decennio, Miller aveva già fatto palestra di approfondimento sui personaggi in casa Marvel, proprio su Daredevil, fornendo un’interpretazione più graffiante e matura sul supereroe cieco e sulla conturbante figura di Elektra Assassin, in quest’ultimo caso con i disegni del gigantesco Bill Sienkiewicz. D’altra parte, i risultati qualitativi dei film su Devil ed Elektra sono stati assai discutibili, per quanto tentassero di riprendere molti degli elementi milleriani, e abbiamo dovuto aspettare Netflix per veder resa giustizia al personaggio: la gran parte della prima serie ricorda a sua volta Batman: Anno Uno – in cui l’inesperto Bruce Wayne iniziava per tentativi la sua carriera di vigilante – ed è stata scrupolosamente attenta nell’introdurre gli elementi più coreografici (l’adozione del costume, le abilità acquisite al pari di quelle sovrannaturali) senza sbracare apertamente nel fantastico, con molti spunti da Devil: The Man Without Fear del prolifico Miller insieme a John Romita Jr. (figlio di Romita Sr., due generazioni per la gloria di Marvel) .

La rilettura di Daredevil deve molto all’uomo pipistrello anche nei suoi crucci, e gli adattatori sono stati così abili da rubare a Iron Fist la silhouette “marziale” del primo costume (nero e improvvisato, invece di giallo e verde, ma con la tipica bandana legata dietro alla nuca). Anzi, per alcuni versi, il primo problema di Daniel Rand è proprio che Daredevil ha sfruttato alcuni dei suoi elementi ed è andato oltre, in tutto quel che l’interessante protagonista permetteva, ovviamente ben prima che la nuova serie esordisse su Netflix.

Non dico che i problemi di Iron Fist siano ascrivibili alla mancanza di un costume, ma che la sua genesi produttiva ha sicuramente dovuto tenere in conto Daredevil, cambiando alcuni particolari da un lato (la mise, ad esempio) e cavalcando dall’altro una fin troppo simile vena delle arti marziali, sulla quale è peraltro fondato il personaggio.Difensori

La prima serie di Daredevil ricorda in qualche modo Batman: Anno Uno di Frank Miller

Ciò detto, e non potendo dire solo male della serie sullo sciroccato Dan, prima ancora sono venuti Luke Cage e Jessica Jones, affiatati nell’immaginario dei comics ma molto meno nel carisma dei serial: passi l’introduzione di Cage nella serie di Jessica, inevitabile e senz’altro necessaria, ma nessuno poteva davvero immaginare che una specie di forzutissimo boyscout riuscisse a emergere in mezzo a gente come il diavolo rosso, il Punitore e persino con la sua fidanzata. Gli può essere reso omaggio come supereroe storico (e non ce la faccio fino in fondo, non avendolo incontrato nella mia infanzia), ma non per questo bisogna costringersi ad amare la serie, invero noiosetta e palesemente “gregaria” (qui la nostra recensione).

L’augurio più grosso per i Difensori è forse il più ovvio, ovvero che si tenda a sfruttare l’appeal delle serie più riuscite, dunque non solo Daredevil: l’apparizione del Punitore di Jon Bernthal è possibile, addirittura auspicabile, anche al di fuori della sua serie personale, mentre Jessica Jones avrà sempre il pregio di essere interpretata in modo adorabile, e di partire da un’idea di fondo – la supereroina ferita e delusa che diventa investigatrice hard-boiled, beona e sboccata – così buona da farsi perdonare anche l’anacronistica e sostanzialmente inspiegata superforza. La immagino già in un sordido vicolo a scambiarsi battutacce con Daredevil, stretti intorno all’ultima posizione conosciuta del Punitore, o in galera a interrogare il pazzesco Kingpin di Vincent D’Onofrio (pare non ci sia, ma lasciatemi sognare). Il resto del gruppo lo lascerei nel rifugio dei Difensori, uno col bilanciere (da 500 Kg) e l’altro a fare yoga.

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