Videogiochi e disoccupazione? Macché!

videogiochi disoccupazione

Gli studi che avrebbero dovuto dimostrare i legami tra violenza e videogiochi non devono essere andati molto bene, perché adesso sembrano andare di moda quelli che si occupano di trovare un nesso tra il nostro passatempo preferito e la disoccupazione, soprattutto giovanile. Se ne parla ciclicamente da qualche mese, ormai, anche in Italia, con articoli comparsi sulla stampa generalista (ma non solo) che, come quasi sempre accade, puzzano più di “filler” che di appofondimenti giornalistici veri e propri. Innanzitutto perché scopri, andando a guardare un po’ più a fondo, che lo studio a cui si riferiscono tutti gli articoli è sempre e solo uno, e nessuno che si prenda la briga di mettere un link dove andare a recuperarlo. Non è difficile, si tratta di un PDF liberamente consultabile sul sito dell’università del Wisconsin, e si trova a questo indirizzo.

Sostenere che la disoccupazione è (anche) un effetto dei videogiochi è come dire che i coltelli sono affilati perché la carne è morbida

In seconda battuta, con tutto che lo studio ha le sue basi scientifiche, quello che fa è trovare modelli che giustificano i dati raccolti dagli sviluppatori, invertendo però il rapporto tra causa ed effetto, sostenendo che la disoccupazione sarebbe in qualche modo l’effetto dei videogiochi, del fatto che sono diventati più belli, più lunghi, più coinvolgenti e tutto il resto. Che è come dire che la carne è morbida perché i coltelli sono affilati. Mentre è certamente vero il contrario, ossia che i coltelli sono affilati proprio per poter tagliare la carne. Allo stesso modo, ha perfettamente senso che i disoccupati passino il loro tempo con i videogiochi, come del resto lo passano anche quelli che hanno un lavoro (e si sa, i coltelli tagliano un sacco di altre cose).

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Che i videogiochi siano una delle passioni preferite dai giovani non è un problema, ma una figata cosmica

Lo studio, insomma, sembra non prendere in considerazione – non so quanto consapevolemente – il fatto che i videogiochi sono diventati un passatempo di massa, che per le giovani generazioni rappresentano, in maniera naturale e “ambientale” una delle tante, possibili attività di svago esattamente come lo sono la lettura, la televisione, i libri o la corsa. Non è un fatto talmente strano da doverci costruire uno studio attorno. È una figata cosmica, invece. Abbastanza prevedibile, e tutt’altro che sconvolgente, in un contesto di scarsa occupazione, di redditi bassi o addirittura nulli, in cui la gente deve starsene a casa, che si cerchi qualcosa da fare che abbia il maggior rapporto costo/beneficio. E i videogiochi, soprattutto quelli più recenti, da questo punto di vista non hanno davvero rivali. Divertono e coinvolgono di più, ovviamente, di qualsiasi reality show trasmesso in TV 24 ore al giorno. Da un punto di vista strettamente economico, c’è solo l’imbarazzo della scelta: free-to-play, Humble Bundle, saldi di Steam, e ovviamente tutti quei giochi che possono tenerti impegnato per centinaia di ore, a fronte di una spesa iniziale di sessanta, settanta dollari. Quale altra “leisure activity” riesce a fare altrettanto?

Del resto, che si tratti di un ragionamento di puro buon senso (o quantomeno di sentore popolare, non necessariamente baciato dal rigore scientifico) lo si evince da articoli come questo, pubblicato sull’Espresso nel 2011, in piena crisi, dove un ricercatore scientifico senza lavoro dice, molto candidamente, “ma lo sa che ho comprato dei videogiochi per ammazzare il tempo? La Wii mi diverte moltissimo, ora comprerò la Playstation perché i giochi, quelli d’avventura, durano di più“. Ieri sera, mentre ci divertivamo come pazzi nello Stendardo di Ferro, io e Astrotasso riflettevamo e scherzavamo sul fatto che tra un mesetto arriva Destiny 2. “Eh. Come la mettiamo? Cosa facciamo?” “Semplice, Astro: smettiamo di lavorare“.

Per capire il nocciolo della questione non serve essere grandi scienziati, né giornalisti in cerca di filler estivi. Basta essere appassionati di videogiochi.

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