I Sogni Elettrici di Philip K. Dick

Sogni Elettrici_Philip Dick_Editoriale

Per il titolo dell’editoriale ho semplicemente scelto di tradurre quello della serie prodotta (anche) da Bryan Cranston, Philip K. Dick’s Electric Dreams. Nessun errore, quindi, ed è qui che risiede una delle chiavi d’interpretazione dell’opera: le famose pecore sognate dagli androidi non sono “elettroniche”, come anche le formiche di una celebre raccolta di racconti di Dick, la più conosciuta in Italia, perché la fantascienza del geniale scrittore californiano porta i tratti della tecnologia solo per un processo di trasfigurazione. Anzi, come ho scritto qui, in riferimento a una delle linee d’ispirazione di Observer, non è detto che per riferirsi efficacemente alla fantascienza del celebre autore americano si debba per forza approdare ai precisi riti tecnologici del cyberpunk, che pure nei suoi libri sono stati predetti in forma quasi psico-analitica.

Il gioco di Bloober Team mescola tante altre cose, ed è bravo a volar lontano da Dick, talvolta lontanissimo, passando da altre importantissime citazioni sci-fi, cosa che tanti altri autori – magari celebratissimi registi – non hanno avuto l’eleganza di fare. Averlo nei titoli d’apertura (“ispirato a”) per molto tempo è stato un semplice richiamo alla fantascienza alta, quasi modaiolo, dimenticando che Dick non può nemmeno essere etichettato in questo modo. Aveva l’ossessione di essere “solo” un autore di fantascienza, eppure era proprio attraverso la fantascienza che stava costruendo la sua strada per uscirne. Dentro i suoi romanzi e racconti sci-fi ci sono tutte le sue elaborate paranoie esistenziali, che lo aiutavano a definire gli intrecci delle sue selve di personaggi, come parti di sé o delle tante (e temute, il più delle volte) compagne di vita, ma anche, con il senno di poi, a predire il futuro in un modo non lontano dai suoi tormentatissimi “pre-cog”.

Dick aveva l’ossessione di essere “solo” un autore di fantascienza

In Philip Dick c’è questo e molto di più, al punto che non ho nessuna intenzione di avventurarmi, dalle faticose notti del coverage di gamescom, in una nuova e lunga analisi dei punti di contatto (o stupri, in diversi casi) del cinema con le sue opere. Nei suoi scritti ci sono sia la realtà virtuale che i videogiochi, benché trasfigurate fino a poterle riconoscere solo con uno sforzo di immaginazione. Ci sono sbalorditive riflessioni sul concetto di empatia e umanità, praticamente universali, eppure a lui interessava parlare solo di se stesso e della sua visione del mondo, come se tutto quanto fosse frutto di un’elaborata simulazione imbastita solo per una persona. Viveva nel “sogno della sorella”, per citare una delle condizioni esistenziali che più lo hanno influenzato, e su cui non voglio nemmeno aggiungere altro in questa sede.

Il cinema, dal canto suo, solo in poche occasioni gli ha offerto un bel servizio: posso citare il caso quasi fortunato di Screamers, in cui gran parte della potenza deriva dall’aver ripercorso in modo inusitatamente stretto il succo del racconto Modello Due, con alcune importanti variazioni e l’interpretazione magnetica del mai troppo lodato Peter Weller; anche il prode Richard Linklater è stato bruciato dal sacro fuoco del rispetto, realizzando con A Scanner Darkly l’opera cinematografica in assoluto più fedele al testo originale di Dick, con lo stesso e sottilissimo confine fra la vera California degli anni Settanta e la sua allucinata versione futura, fatta di tossicodipendenza sistemica, amore illusorio e amicizie disperate. E poi c’è lui, naturalmente, Blade Runner, a dimostrazione del fatto che il problema non è tanto la fedeltà assoluta, quanto il livello intellettuale di ciò che ci viene costruito sopra. Le altre produzioni mi hanno sempre e solo fatto innervosire, perché è come se di un discorso complessissimo fossero stati presi solo i meccanismi più superficiali, che restano inarrivabili per genialità alla gran parte degli sceneggiatori sulla piazza, ma avrebbero avuto bisogno di tutto il resto.

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attendo la serie TV con un’ansia che non provavo da tempo

Ed eccoci al serial, capace già al primo trailer di destare profonde emozioni. La prospettiva non è la stessa di The Man in the High Castle, che pure mi è piaciuto tantissimo: qui non si tratta di una reinterpretazione filologica fondata su una simile estensione narrativa, ma di dieci splendidi racconti, per la regia di giovani registi e interpretati da un’interminabile lista di talentuosi attori. Non mi aspetto lo stesso livello per tutti, visto anche il gran numero di registi impegnati nell’impresa, ma quel che ho visto ha fatto schizzare altissime le mie aspettative: i paragoni con Black Mirror sono relativamente appropriati, ma è come se una nuova stagione del serial inglese (i registi di Electric Dreams provengono dalla Gran Bretagna, oltre che dagli Stati Uniti) fosse stata scritta da uno dei più grandi autori del Novecento.

Francamente non mi sento di aggiungere altro, se non che attendo l’evento con un’ansia che non provavo da tempo e che non so, chiaramente, come e quanto verrà placata. Non so se è maggiore di quella che sento per Blade Runner 2049, ma sarebbe un errore confondere le due cose: il film di Villeneuve non può che allontanarsi ancora di più da Do Androids Dream of Electric Sheep?, e possiamo solo sperare che il regista di The Arrival veleggi tranquillo verso le sue idee, dimostrandosi il più indipendente possibile dall’ormai pericolosissimo Ridley Scott. Philip K. Dick’s Electric Dreams, al contrario, non lascia niente di simile alle sue spalle, con un coraggio che atterrisce e ristora in un colpo solo.

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