Una gamescom serena

gamescomTante volte ci si riferisce alle grandi fiere valutandole sul numero di grandi titoli presenti, con un valore più o meno positivo a seconda dell’interesse dei grossi publisher. Il che ha un suo fondamento, intendiamoci, perché i blockbuster attirano maggiore attenzione a beneficio di tutti, compresi i prodotti più piccoli e/o culturalmente avanzati. Tuttavia, nel caso di questa edizione di gamescom, non ho potuto che godere tantissimo della minore concentrazione di titoloni, passando buona parte delle giornate a discutere amabilmente con piccoli sviluppatori, spesso indipendenti, peraltro su giochi di notevole spessore ludico o narrativo, a seconda dell’occasione.

Non voglio spiegare gli esempi caso per caso, anche perché ne abbiamo fluidamente parlato in questi giorni, video dopo video, anteprima dopo anteprima, ma una piccola precisazione voglio comunque farla: nello stand di 11 bit studios ho conosciuto l’autore dell’accurata ricerca documentale e sceneggiatura di This War of MineFrostpunk, Wojtek Setlak, e la passione che è trasparita dai miei occhi, così come l’attenzione di The Games Machine, hanno provocato negli sviluppatori reazioni che non possono essere solo di comodo, se non altro perché in queste realtà gli sviluppatori non hanno (ed è bello così) la schermatura “anemozionale” di montagne di PR pagati per essere simpatici e cordiali a prescindere dall’interlocutore. Anche tra loro c’è gente a cui volere un sacco di bene, ma non è questo il punto.gamescom

Giornate intere sono passate a discutere amabilmente con piccoli e talentuosi sviluppatori

Il discorso è stato valido in tanti altri casi, alternati alle viste degli stand più ovvi di gamescom: RUINER, Genesis Alpha One, Escape from Tarkov o anche Crossing SoulsMoons of Madness e Reverse (non ho visto personalmente gli ultimi tre, ma mi fido ciecamente di Shea e Lorenzo Bonafini) nella mia testa hanno la stessa importanza dell’Assassin’s Creed di turno, ed è sempre stata chiara, praticamente in tutte le occasioni la maggiore disponibilità al dialogo da parte degli autori, con lunghe chiacchierate sfociate in taluni casi in amicizie embrionali. Certo sono stato più che felice di vedere l’ultimo Call of Duty (molto promettente anche il multiplayer) o il secondo The Evil Within, ma sono state ancora più piacevoli le birrette “asciugate” insieme a qualche giovane e talentuoso creativo, per non parlare del feeling speciale che intercorre tra The Games Machine e la particolare realtà di Devolver Digital, zeppa di talenti, giochi interessanti e cose da dire che vanno sempre oltre il banale.

Con questo non voglio augurarmi una simile dimensione per tutte le fiere “maggiori”, anche perché gli eventi con carattere più eclettico o creativo non mancano certo; almeno, però, posso dire di essermi goduto la settimana di gamescom appena passata con uno spirito diverso dal solito, più libero e appagante nonostante l’enorme fatica lavorativa, con poco più di due ore di sonno a notte. La combriccola di TGM fa la differenza in tutti i casi, anche quando ci troviamo “persi” in viaggi di questo genere, ma stavolta l’empatia è sconfinata puntualmente dalla parte di chi i videogiochi li fa, spesso con sacrifici e incredibile coraggio. E non è poco, se mi permettete l’ingenuo entusiasmo.

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