Fare le sei con Duke Nukem 3D…

Duke Nukem…e il vino dei castelli. Alcuni momenti della vita sono indimenticabili, tanto da diventare “ricordi di base” anche quando vengono vissuti da adulti. Uno dei miei risale alla fine del 1996 e ha a che fare col fatto, sicuramente intrigante, che i libri e i videogiochi sono tra le poche cose che riescono a farci vedere l’alba in un misto di meraviglia e colpevolezza, nonostante il loro senso e fruizione appaiano assai differenti.

Mi trovavo a Roma per una questione di studi universitari, con il proposito (poi onorato in gran parte, per fortuna) di raccogliere foto e schizzi delle architetture tardo-rinascimentali e manieriste che si sono cumulate maestosamente nella capitale, prima di veleggiare verso l’esplosione del barocco; l’esame di Storia dell’Architettura incombeva solo qualche giorno dopo, a Firenze, ma il pensiero non mi impedì di osservare che a casa di mio fratello, a Roma per i suoi studi e il servizio civile (in una struttura di frati francescani, fautori di un ottimo amaro), stazionavano un paio di oggetti di grandissimo pregio: un Pentium 586 e una bottiglia fresca di vino dei castelli, entrambi invitanti come le Sirene di Ulisse.Duke Nukem

Libri e videogiochi riescono a farci vedere l’alba in un misto di meraviglia e colpevolezza


Marioooooooooo… riposati un po’ con noi… la sera arriverà presto e potremo carezzarti fino al sonno… Non sono mai stato un uomo integerrimo, condizione che giudico invero noiosa, e nel giro di 10 minuti mi ero procurato un bicchiere, un panino e avevo pure telefonato a mio fratello, chiedendogli di guidarmi nella pila di floppy disk accanto al PC, ben cosciente della comune passione: Prova Duke Nukem 3D”, mi disse, “è una roba che non immagini nemmeno: attento a non sputare il vino sul computer ridendo come un scemo, il rischio è anche quello”. Potete immaginare il resto: i 13 floppy scorsero tra le mie mani e la fessura del Pentium a una velocità che a me sembrò persino furibonda, mentre in realtà stava macinando una dopo l’altra le ore della sera, e poi della notte. E così vidi il buio che mi illudevo essere la continuazione della sera, e solo le prime luci dell’alba mi informarono della non edificantissima realtà. Duke Nukem era un vero cretino da competizione, e io non ero stato da meno: per fortuna avevo ormai raggiunto il campo da football, in cima al grattacelo, al cospetto dell’Imperatore Cycloid per l’ultimo confronto. Le sei erano diventate le sette, Buonarroti e Vasari mi aspettavano nella città eterna con un sorriso beffardo.

Quella fu forse la volta con le peggiori conseguenze, sperso per Roma a disegnare e scattare foto come in un’allucinazione, sospinto dalla maggiore forza dei miei 25 anni; di certo, però, non fu la prima e nemmeno l’ultima occasione in cui mi sono ritrovato in maratone devastanti, alcune delle quali fruite in modo drasticamente diverso, con il cervello a fare da unico processore centrale per ricostruire (in 3D!) scene, personaggi e situazioni di irresistibili romanzi.Duke Nukem

La mia compagna si è trovata davanti una scena da fantascienza, con me addormentato nella realtà virtuale


I videogiochi, dal canto loro, possono portarti ad annullare il senso del tempo per motivi fra loro diversissimi, sull’onda di una bella trama o, come nel caso di Duke Nukem, per un intreccio di strizzate d’occhio e meccaniche assuefacenti che ha del diabolico. È accaduto, accade e accadrà: non sarà facile dimenticare anche l’ultima volta che mi è successo, con la mia compagna che si è trovata davanti una scena che sarebbe stata perfetta per un film sci-fi, al di là del rumore ben poco fantascientifico che proveniva dalla mia bocca.

Intorno alle sette del mattino, pronta per prepararsi al lavoro, la povera ragazza (sarà sempre la mia ragazza) è entrata in salotto trovandomi addormentato sulla poltroncina, con la testa buttata all’indietro, le forme simil-organiche di HTC Vive che mi coprivano gli occhi, le mani adagiate sulla leva di potenza e il joystick dell’HOTAS. Peccato che non abbia scattato una foto: sarei stato la perfetta copertina per un romanzo distopico sulla realtà virtuale. Che avrei letto fino alle sei.

 

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