Storie da bordocampo

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Non pensavo sarebbe mai potuto succedere, ma quest’anno ho nettamente preferito la modalità narrativa di FIFA 18 a quella di NBA 2K18. L’allievo supera il maestro, e lo fa di spanne, e non solo perché Visual Concepts ha praticamente ammazzato ogni velleità di storytelling attraverso la tanto discussa (e discutibile) “Vita di quartiere”, ma soprattutto perché EA Sports ha tirato fuori dal cilindro una seconda stagione de Il Viaggio davvero inaspettata. Ora che qualsiasi embargo sui contenuti è crollato, è possibile anche ragionarci su senza problemi per capire dov’è che la storia di Alex Hunter si è trasformata da simpatica aggiunta ad elemento fondamentale per il titolo calcistico.

La carta vincente di quest’anno è sicuramente la possibilità di uscire fuori dall’Inghilterra, e nel modo in cui EA Sports ha gestito le necessità commerciali date dalle partnership con LA Galaxy, PSG, Atletico Madrid e Bayern Monaco con le esigenze di una narrazione che si è fatta finalmente più complicata e meno tradizionale, per quanto sempre ispirata al classico schema de Il Viaggio dell’Eroe di campbelliana memoria. Sì, perché se la prima stagione riguardava l’ascesa del giovane Hunter, in questa seconda parte ci sono, di fatto, le prime due grandi “crisi” della carriera, che di fatto ne costituiscono anche gli elementi di sfida. Al di là dello schema narrativo funzionale sia allo sviluppo, sia ai diritti, però, la cosa che mi ha colpito di più di quest’anno è che si gioca tanto, molto di più dell’anno scorso, e lo si fa in maniera più libera, senza sentirsi in balia di eventi che devono andare in un certo modo.

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EA Sports ha dimostrato che non serve un open world e il pieno controllo per far sentire il giocatore al centro di tutto

Sono tre gli elementi che fanno fare il salto di qualità alla modalità narrativa di FIFA e ne costituiscono quello che, speriamo, possa essere il suo futuro: il primo riguarda la possibilità di personalizzazione di Hunter. È vero che tutti sognano di poter creare il proprio avatar e affrontare la storia con se stessi, ma d’altronde gli RPG ci insegnano che quando siamo i cantori degli eroi spesso le storie ci prendono di più di quando siamo un protagonista più generico, e la personalizzazione dell’avatar prende il meglio dei due mondi. Alex Hunter è un personaggio in cui è facile identificarsi, e l’idea di poterne sviluppare le abilità spendendo dei punti è cosa buona e giusta, e finalmente ci dà pieno controllo su quanto avviene in campo e fuori (pur nei limiti di una sceneggiatura chiaramente molto limitante). Per il futuro sarebbe bellissimo che il peso della personalità avesse ancora più impatto sulle scelte, ma la direzione è davvero quella giusta, sia per ciò che concerne il discorso delle abilità, che per l’estetica. Con due o tre bivi narrativi supplementari (e la Season 3, evidentemente, comincerà con uno di questi…) sarebbe davvero da applausi, anche perché, la seconda grande novità è proprio quella di poter scegliere la propria squadra e, soprattutto, il proprio “compagno d’attacco” tra i tre companion reali scelti.

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Ecco, il capitolo 6 di questa stagione de Il Viaggio è esattamente ciò che vorrei da una narrazione sportiva: obiettivi facoltativi che esulano semplicemente dal “vinci tutto”, la presenza di personaggi reali come Griezmann, Müller e Dele Alli che danno incredibile spessore e senso di realtà alla storia, e una quantità di partite sufficienti affinché si abbia la sensazione di vivere la parte più importante del campionato, con la possibilità verosimile di vincere o perdere. Roba che di base ogni capitolo del futuro dovrebbe essere così, e integrato dal terzo step di crescita davvero importante della modalità, ovvero i momenti in cui si vestono i panni di personaggi extra, che vivono contesti diversi. Sono infatti convinto che la breve diramazione in tre parti di questa stagione sia chiaramente l’apertura a un futuro in cui si possano scegliere diversi personaggi, o di un Il Viaggio che preveda più protagonisti, in un gioco di prospettive che può offrire davvero tanto alla modalità. C’è ancora spazio per migliorare, nella misura in cui tanti momenti ben realizzati sono stati sfruttati poco, come gli allenamenti alternativi, il calcetto per strada e le sfide al parco, ma sono tutti elementi che contribuiscono ad arricchire l’esperienza e che possono essere sviluppati in futuro. D’altronde, quest’anno EA Sports ha dimostrato che non serve un open world e il pieno controllo per far sentire il giocatore al centro di tutto, ma semplicemente avere qualcosa da raccontare mettendo la storia al servizio delle scelte di gameplay.

È da qui che dovrebbero partire tutti quando si sviluppa una modalità narrativa in un genere che, normalmente, non la prevede in modo diretto. Il punto è che adesso ne voglio ancora, roba che sono arrivato a desiderare i DLC con Hunter protagonista… perché sai che figata sarebbe, tipo in occasione dei Mondiali? No eh?

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