Il primo PvP non si scorda mai

destiny 2 patch dicembre

Bypassato l’errore Nightingale di cui parlavo in questo editoriale – con un magheggio degno del peggior IT della domenica… mi c’è voluta una settimana buona – martedì scorso sono riuscito a tornare sulle mappe di Destiny 2 per riprendere la modalità Storia e livellare. Il caso ha voluto che nelle due sessioni che mi sono concesso ci fossero Claudio Todeschini e Marco Tassani che zampettavano annoiati alla ricerca del drop necessario perché il primo dei due superasse finalmente il tetto dei 280. Per chi non avesse mai giocato al titolo Bungie, a lato del livello del personaggio, l’unità di misura che ne determina il potere è dato da un numero che prende in considerazione la qualità di tutto l’equipaggiamento, e io mi assestavo sui 130: paragonato ai due vecchietti del #teamcrimine, avevo la stessa capacità distruttiva di un criceto che combatte al fianco di un felino selvatico. Ciò premesso, mi sono lanciato nel Crogiolo – l’area PvP – senza pensarci troppo, convinto che in un modo o nell’altro “ce l’avrei fatta”. Ecco, no: non è andata così.

Non mi dilungherò troppo sui dettagli dello svolgimento delle quattro partite, visto che a prescindere dalla sconfitta mi sono classificato sempre ultimo, con delle stat da bimbominkia. Poco male per la mia autostima: era la prima volta che affrontavo un PvP di questo tipo in tutta la mia carriera di videogiocatore e il fatto che il mio avatar indossasse armature e armi da niubbo di certo ha reinquadrato la disfatta in un “era inevitabile”. Disfatta che, peraltro, ho preso con grande autoironia. Resta il fatto che l’impatto con quel genere di gameplay è stato forte: respawn continui, avversari che saltavano come grilli, necessità di coordinarsi molto velocemente, arsenale mai testato prima contro un responder umano… cose assodate, sicuramente, per chi ha già dimestichezza col genere, ma per me del tutto nuove e improvvisate al momento.

Ho sempre giocato con gli FPS, fin dai tempi di Wolfenstein 3D. Me li sono fatti quasi tutti, ovviamente in single player, a volte anche in più run, eppure non avevo mai affondato i denti in quella che molti credono essere la portata principale, ossia il multiplayer: un po’ perché i miei vecchi amici sono tipi da giochi di ruolo davanti a una birra, un po’ perché io sono uno che senza del sano storytelling perde facilmente interesse, la pratica del pew-pew-pew competitivo l’ho sempre snobbata. Tant’è che il buon Claudio, all’inizio, pensava scherzassi quando gli chiedevo info sul funzionamento di un clan. Certo è che tra una morte e l’altra, sentendo voci conosciute in cuffia, prendendo confidenza con ciò che dovevo o potevo fare, un po’ di scimmia di migliorare mi è venuta. Per adesso è limitata al raggiungere il level cap degli altri, anche perché mi oneshottavano che era uno spettacolo (per gli avversari), ma quel meccanismo da “ancora una” si sta già facendo largo.

destiny 2 pvp editoriale

Provare un multiplayer come quello di Destiny 2 ti apre un mondo fatto di allenamenti, strategie condivise, appuntamenti serali fissi e un divorzio sicuro

Non so bene quale sia la chiave che apre quel tipo di dipendenza, credo poi non troppo dissimile da quella del gioco d’azzardo, ma intravvedendo l’effetto sulla mia ansia di riconnettermi è sicuramente stata studiata a tavolino. Muori tre volte di fila e hai una voglia irrefrenabile di vendicarti; ne uccidi un paio con la mossa speciale e ne vorresti subito un’altra per seminare nuovo panico; la tua squadra è in vantaggio e l’adrenalina sale; state perdendo “MA NON È ANCORA FINITAAA!!1!”; trovi un drop leggendario e ti chiedi cosa ti capiterà nello scontro successivo; non ti droppano nulla e allora lo faranno la prossima volta… e via così, senza soluzione di continuità. Sapere, poi, che quel guardiano che sta ballando sul tuo “cadavere” è controllato da un tizio che chissà dove abita ma di sicuro non è un adolescente che ti sta dando le piste ridendo alle tue spalle – certo, come no – è ancora peggio (ne parlavo proprio ieri qui… a volte il caso. ndKikko). Perché se nel co-op, in cui ogni tanto mi cimento, la competizione è contro la CPU (mentre in cuffia ci si racconta di come il riscaldamento globale sia ormai inarrestabile), o se nei giochi sportivi come Madden NFL mi sono sempre fermato all’ 1vs1 con amici, provare un multiplayer come quello di Destiny 2, strutturato per farti nascere l’ambizione di primeggiare sugli sconosciuti, ti apre un mondo fatto di allenamenti, strategie condivise, appuntamenti serali fissi e un divorzio sicuro. In altre parole, non si gioca per divertirsi, ma per vincere. Solo per vincere, costi quel che costi.

Testimonianza a favore di questa tesi sono i tanti screenshot che popolano la rete sulle statistiche di fine gara, così come i commenti arroganti di quelli che si autoproclamano “pro” e hanno sempre qualcosa di negativo da affermare sulle partite degli altri. Alla luce di questo primo impatto col PvP non so ancora come andrà a finire il mio innamoramento per Destiny 2, però confesso che un po’ sento la nostalgia di quando da ragazzo, in quelle interminabili estati trascorse al paese di mio padre in Lunigiana, si passavano pomeriggi interi giocando a briscola chiamata sorseggiando spuma. Vai a sapere se questa malinconia deriva dalla mia proverbiale capacità di mescolare a dovere le piacentine, oppure dal sapere che quella spuma specifica non la fanno più… che poi, mi dico: ma internet e gli MMO non li potevano inventare quando avevo quindici anni?

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