Corriere della Sera -
30 novembre 2016 - pagina
32
trump e la brexit le lezioni della storia di Federico Fubini e Wolfgang Münchau
U n elemento spicca nel rumore di fondo intorno ai due grandi eventi politici di quest’anno. In Gran Bretagna e negli Stati Uniti, sembra che la Brexit e l’elezione di Donald Trump abbiano improvvisamente dissolto la minaccia economica più grave di questi anni. Nei due casi, il trionfo del populismo ha improvvisamente ucciso le aspettative di deflazione o di inflazione pericolosamente bassa.
Molti esperti avevano previsto recessioni e catastrofi finanziarie se le forze anti-sistema avessero vinto ma, almeno nell’immediato, si sono sbagliati ancora una volta. Sui mercati finanziari non si è diffuso il caos. L’economia dei Paesi coinvolti non dà segni di rallentamento. Le Borse di Londra e di New York sono salite e la curva dei rendimenti è tornata, se non di nuovo grande, perlomeno normale. I tassi d’interesse a breve termine restano molto bassi, ma ora sulle scadenze più lunghe crescono gradualmente, perché gli investitori per il futuro prevedono un’inflazione meno gracile e magari una ripresa sostenuta. Le banche sono di nuovo in grado di guadagnare nel modo più tradizionale: prendendo denaro in prestito a breve, prestandolo a più lungo termine e incassando la differenza. Non sorprende che gli indici azionari dei titoli finanziari negli Stati Uniti e in Gran Bretagna abbiano compiuto un balzo, facendo molto meglio dell’analogo indice dell’area euro.
Dunque i populisti ce l’hanno fatta. Hanno spezzato l’incantesimo della deflazione. L’impresa sfuggita a celebrati banchieri centrali e ai leader più potenti del G7, sta riuscendo senza sforzo a quei ballisti sfacciati. I banchieri centrali avevano creato migliaia di miliardi di dollari, sterline e euro, i governi avevano tentato complicate riforme «strutturali», tutto apparentemente con scarsi risultati. Poi arrivano i populisti e centrano l’obiettivo quasi senza fare nulla, se non trovarsi in testa la sera in cui si aprono le urne. E benché la storia non si ripeta mai, è difficile non avvertire assonanze con gli anni 20 e 30.
Allora come oggi uno choc finanziario aveva colpito i Paesi occidentali; all’epoca, furono il crash di Wall Street dal 1929, quindi i fallimenti del Kreditanstalt in Austria e di Danat Bank in Germania nel 1932. Allora come oggi, ne è seguita molta disoccupazione e, da parte delle autorità, reazioni di panico volte a liquidare le attività in crisi (Stati Uniti, 1930-1932) o a sopprimere i deficit di bilancio (Germania, stessi anni). Oggi la chiameremmo «austerità». A Berlino anche il centro-sinistra vi fu coinvolto; controvoglia, i socialdemocratici sostennero le misure deflattive del primo ministro centrista Heinrich Brüning, temendo che negargli l’appoggio avrebbe accelerato l’ascesa di Adolf Hitler. Accadde il contrario: la grande coalizione non fece niente per superare la crisi economica e spianò la strada al peggiore populismo.
Curiosamente, molti tedeschi hanno della loro storia una percezione diversa che ancora oggi incide sulle loro preferenze: credono che sia stata l’iperinflazione dei primi anni 20 a distruggere la Repubblica di Weimar, mentre in realtà il «Partito nazional-socialista del lavoro» di Hitler conquistò molto più consenso con l’austerità, la deflazione e la disoccupazione dei primi anni 30.
Eppure, allora come oggi, alle forze anti-sistema il trucco riuscì. Spezzarono le reni alla depressione con un mix di politiche che oggi non suonerebbero inaudite. Hitler si diede subito a re-inflazionare l’economia attraverso grandi programmi di lavori pubblici finanziati in deficit, con il protezionismo e, dal ’35, con l’aumento delle spese militari. I disoccupati scesero dai sei milioni del gennaio del ’33 a 2,4 milioni di diciotto mesi più tardi.
Quanto all’Italia, il vecchio sistema politico crollò prima della Grande depressione, ma a quel punto le condizioni economiche erano simili a quella della tarda Repubblica di Weimar. Fra il 1918 e il ’22 il reddito si era contratto del 9%; la produzione di vino, tessili e acciaio era scesa a volte in doppia cifra; e malgrado l’inflazione della Grande guerra, quando i fascisti presero il controllo l’indice del costo della vita era in calo.
Le somiglianze finiscono qua, naturalmente.