È forse anche per questo che Draghi predica grandissima prudenza. L’interpretazione, secondo noi, è questa: dopo una fase di vittoria dei “populismi”, con le sfide poste dai migranti, e dopo dieci anni di sviluppo squilibrato in Europa, in cui alcuni Paesi stanno benissimo e altri malissimo e,
last but not least, l’assenza di strumenti di difesa/reazione, anche anti-ciclica, in Europa, lasciar lavorare il mercato o lasciare che il mercato colpisca dove fa male, e cioè proprio in quei Paesi europei dove più alta è la febbre populista e dove minore è stata la crescita, significa, nei fatti, aprire scenari inesplorati per l’euro e la sua sopravvivenza.Le forze centrifughe in azione sono evidenti non solo in Italia, ma anche in Germania e in tutta l’Europa. La ragione profonda è che l’attuale Europa, non quella che potrebbe essere ma quella che c’è ora e in questo momento, non è attrezzata per rispondere alle sfide vere, mentre, paradossalmente, gli Stati singoli sono, oggi, molto più attrezzati.
Si apre, quindi, una fase delicatissima per l’Europa, in cui si decide della sua esistenza così come l’abbiamo conosciuta. O si va avanti a passi da gigante verso l’unione o si torna indietro smontandone diversi pezzi. Pensare di farla andare avanti con lo schema degli ultimi vent’anni, secondo noi, è perdente; il processo di costruzione dovrebbe essere più condiviso e più vicino alla gente e non può prescindere dalla vera questione irrisolta, e cioè quali siano gli organi in cui si esercita la democrazia in Europa e se hanno poteri veri o finti. Tutto il resto, l’unione bancaria eccetera, è una conseguenza, non una causa.
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