
Originariamente Scritto da
Cesarino
Perché gli inglesi credono di poter fare tutto da soli
L’orgoglio culturale, che va dalla lingua parlata in tutto il mondo allo stoicismo congenito, ha influenzato i più anziani. E i giovani sono stati troppo pigri
Beppe Severgnini
Da una settimana giro l’Inghilterra con una domanda in testa: come possono pensare di fare da soli, gli inglesi? Nel XXI secolo, quando i problemi sono collettivi e richiedono risposte comuni. La nazione più aperta e internazionale d’Europa, votando Brexit, ha compiuto una scelta difensiva e nazionale. Perché? Il referendum — per quanto inopportuno, strumentalizzato, incattivito — «ha incoraggiato la nazione a considerare la questione europea» (Charles Moore, The Spectator); ed è servito a sfogare frustrazioni che, con l’Europa, c’entravano poco (c’è chi si eccita per Trump, chi vota Le Pen e chi ascolta Farage). Ma, nel contempo, ha alimentato una pericolosa illusione: quella di poter fare a meno dell’Europa. Da dove viene la pretesa inglese all’autosufficienza?
Non è una domanda nuova: me la pongo dal 1972, quando studiavo inglese sulla Manica per poter chiedere «Where do you come from?» alle ragazzine scandinave. In queste giornate strabilianti — Brexit potrebbe rivelarsi uno spettacolare errore, ma lo spettacolo è innegabile — la curiosità è aumentata. A tutti vorrei domandare la stessa cosa: come può pensare la Gran Bretagna di affrontare da sola il XXI secolo, dopo aver faticato a reggere il passo nella seconda metà del XX? Nostalgie imperiali!, rispondono molti: gli inglesi non hanno capito che la mappa del mondo è cambiata, e il Commonwealth è come la cena della classe del liceo (si convoca ancora, per abitudine, ma ormai siamo diventati tutti troppo diversi). No, l’ipotesi imperiale non regge. Neppure i più anziani portabandiera della Little England pensano che quel tempo possa tornare. La nostalgia di alcuni, semmai, è per una nazione gerarchicamente ordinata in cui le persone si riconoscevano dall’accento, gli immigrati erano servizievoli e le emozioni accuratamente nascoste.
Da dove viene, allora, l’illusione di poter fare a meno dell’Europa? Per prima cosa, dal possedere la lingua del mondo. Chi è inglese (irlandese, americano, australiano) non conosce l’ansia della comunicazione e la frustrazione dell’incomprensione. Deve solo aspettare che il mondo metta insieme le frasi. E il mondo lo fa, con risultati che vanno dall’umiliazione alla perfezione. Una seconda spiegazione è la qualità della vita pubblica. Scriveva l’americano John Gunther — grande studioso dei popoli — «il livello della vita pubblica inglese, per il resto degli europei, è motivo di incredulità» (Inside Europe Today, 1961). Oggi le cose sono cambiate: favoritismi e conflitti d’interesse sono all’ordine del giorno, anche in Gran Bretagna, ma non sono paragonabili a quanto accade altrove. Comportamenti amministrativi come quelli visti a Roma negli ultimi anni qui porterebbero a una petizione per la riapertura della Torre di Londra a uso detentivo.
Una terza spiegazione è la storia militare. Nessun Paese del mondo — neppure gli Stati Uniti o la Russia — è orgoglioso quanto la Gran Bretagna delle proprie imprese belliche. La giornata dei Caduti, che altrove è uno stanco rituale, in quest’isola è motivo di intensa partecipazione: alla vigilia di Remembrance Sunday, poppies (papaveri) dovunque. L’idea della solitudine gloriosa è radicata nella psiche nazionale. Certo: ritrovarsi soli contro i nemici negli anni 40 del XX secolo era eroico; ritrovarsi soli tra gli amici negli anni 10 del XXI secolo sarebbe grottesco.
Una quarta spiegazione: aver prodotto diverse icone della cultura di massa contemporanea. Un elenco è inutile, tant’è noto: dai Beatles alla minigonna, da William Shakespeare a James Bond, dal calcio al tennis, dal whisky alla tazza di tè (Wikipedia, diligentemente, aggiunge altre ventisei voci). Anche noi italiani siamo stati capaci di una produzione simile, forse non altrettanto varia; e sappiamo che il ritorno, sul piano della reputazione internazionale, esiste. E inorgoglisce.
Una quinta e ultima spiegazione: lo stoicismo. Tra i popoli che ho conosciuto, solo i russi sono in grado di sopportare tanto per tanto tempo. Ma lo stoicismo russo è drammatico; quello inglese contiene una dose di autoironia. Dalle case alle scuole, dai treni allo sport, dalle spine elettriche ai bagni domestici: chi ha una certa età, in Inghilterra, è convinto che una modica quantità di scomodità sia educativa. Ed è pronto, perciò, ad affrontare i disagi che dovessero arrivare dalla Brexit.
Figli e nipoti, si ha l’impressione, la pensano diversamente: avrebbero volentieri continuato a condividere alcune mollezze continentali (dall’assenza di frontiere alla presenza dei bidet). Ma i giovani inglesi sono stati pigri: hanno permesso che chi ha poco futuro decidesse del loro futuro. Ora, probabilmente, ne subiranno le conseguenze.