Ora, io sono una bLutta bLutta persona, ma gli itagLiani morti a Dakka...

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Discussione: Ora, io sono una bLutta bLutta persona, ma gli itagLiani morti a Dakka...

  1. #1
    Senior Member L'avatar di Cesarino
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    Ora, io sono una bLutta bLutta persona, ma gli itagLiani morti a Dakka...

    eran mica tipo lì per delocalizzare le fabbriche tessili itagliane, fare le milionate pagando i lavoratori un tozzo di pane con 0 condizioni di sicurezza ecc ecc??
    o son io che penso male?

  2. #2
    Bannato
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    Re: Ora, io sono una bLutta bLutta persona, ma gli itagLiani morti a Dakka...

    Pensi giusto.

  3. #3
    Utente di Cinisello L'avatar di Glasco
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    Re: Ora, io sono una bLutta bLutta persona, ma gli itagLiani morti a Dakka...



  4. #4
    Senior Member L'avatar di Bicio
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    Re: Ora, io sono una bLutta bLutta persona, ma gli itagLiani morti a Dakka...

    è vietato pensare in questo paese.

    V - I - E - T - A - T - O

  5. #5
    Il Drago Dormiente L'avatar di Zhuge
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    Re: Ora, io sono una bLutta bLutta persona, ma gli itagLiani morti a Dakka...

    Citazione Originariamente Scritto da Cesarino Visualizza Messaggio
    eran mica tipo lì per delocalizzare le fabbriche tessili itagliane, fare le milionate pagando i lavoratori un tozzo di pane con 0 condizioni di sicurezza ecc ecc??
    o son io che penso male?
    si chiama neoliberismo

    https://www.worldoftrucks.com/en/onl...e.php?id=92274
    Corsair Carbide 200R - Asrock Z97 Extreme4 - Intel Core i7 4790 3.60GHz Quad Core - Arctic Cooling Freezer 13 - Corsair Vengeance 8GB 1600MHz - Samsung 840 EVO 250GB MZ-7TE250BW - Seagate Barracuda 2TB ST2000DM001 - Gigabyte G1 Gaming GTX 1070 8GB - Corsair CS650M 650W - Windows 8.1 64bit DSP OEI

  6. #6
    Zero/2
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    Re: Ora, io sono una bLutta bLutta persona, ma gli itagLiani morti a Dakka...

    meglio i copypasta effettivamente

  7. #7
    sticazzi imperiale +9370 L'avatar di maxx
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    Re: Ora, io sono una bLutta bLutta persona, ma gli itagLiani morti a Dakka...

    ricapitalizziamo mps per far stare tranquilli i correntisti. Maria Elena, suggerimenti?
    tapatalk

  8. #8
    Il contegno L'avatar di Biocane
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    Re: Ora, io sono una bLutta bLutta persona, ma gli itagLiani morti a Dakka...

    sai che bello vivere nel lusso in bangladesh... avranno delocalizzato per necessita'

  9. #9
    Get Galfed ™ L'avatar di Galf
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    Re: Ora, io sono una bLutta bLutta persona, ma gli itagLiani morti a Dakka...

    la maggiorparte stavan lì per far lavorare bambini sottopagati, in effetti

    - - - Aggiornato - - -

    Citazione Originariamente Scritto da Biocane Visualizza Messaggio
    sai che bello vivere nel lusso in bangladesh... avranno delocalizzato per necessita'
    Ci han fatto dei bei servizi in passato, tipo Presa Diretta non quella merda di Report, non si chiama necessità, si chiama "voglio guadagnare di più, DI PIU'"

  10. #10
    Bannato
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    Re: Ora, io sono una bLutta bLutta persona, ma gli itagLiani morti a Dakka...

    Nel frattempo la corrispondenza viene consegnata a giorni alterni e il fratello di Alfano si è fatto assumere con una spintarella come dirigente alle Poste per 160k/anno.

  11. #11
    Senior Member L'avatar di Cesarino
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    Re: Ora, io sono una bLutta bLutta persona, ma gli itagLiani morti a Dakka...

    La moda italiana e la sfida della sostenibilità



    Sulla terribile vicenda di Dacca e dei nostri connazionali uccisi dall’odio e dal fanatismo, ha cominciato a crescere – nel ventre molle dei social media – un rumore di fondo, una giustapposizione fra i nostri manager o imprenditori che si sono trasferiti in quella parte del mondo e le condizioni di barbaro sfruttamento della manodopera delle aziende tessili, specie femminile, specie minorile, che perdurano in Bangladesh. Si ricorda, e non lo si farà mai abbastanza, l’immane tragedia del Rana Plaza, forse il più sanguinoso eccidio sul lavoro che la storia ricordi (più di 1100 vittime, oltre 2500 feriti).

    Questa giustapposizione non si è finora spinta, per fortuna, a postulare un rapporto di causa ed effetto fra le due vicende. I boia dell’Isis non somigliano neanche da lontano a difensori degli oppressi e vindici degli sfruttati, e gli italiani che lavorano nel tessile (alcuni dei quali si sono trovati disgraziatamente in quel ristorante di Dacca) non sono né schiavisti né aspiranti tali. Ma rimane questo inconsulto legame, quasi che piangere per i nostri connazionali caduti equivalga a dimenticare o permettere il silenzioso esercito dei martiri dello sfruttamento.

    Questo si inserisce nella vasta e fortunata letteratura sulle colpe dell’Occidente, il mainstream di una intera generazione di pensatori. Come tutte le letteratura, anch’essa ha un suo nucleo profondo e interessante e una sua appendice: quella che trasforma il carico di contraddizioni e di tragedie della storia in un insulso fumetto terzomondista, che vuole ammaestrarci su quanto sarebbero felici e mansueti i popoli e le nazioni sol che non ci fosse la bieca avidità dei capitalisti.

    Non è giusto, però, che in nome di suggestioni benintenzionate, si capovolga la verità. I manager e gli imprenditori del tessile italiano non solo non creano e non favoriscono lo sfruttamento nei paesi in via di sviluppo, ma ne sono, nella stragrande maggioranza dei casi, tra i principali avversari. Sono fra i protagonisti di una serissima e meritoria riflessione che ha portato 217 marchi globali a sottoscrivere l’accordo per il miglioramento della sicurezza dei luoghi di lavoro, che ha determinato nelle fabbriche regolari un significativo incremento salariale, che sta favorendo la presenza sindacale e le relazioni industriali; che si sforza, con molti limiti e in condizioni difficili, di costruire quella civiltà del lavoro che è prerogativa dello sviluppo e della modernità e che l’Isis vede come il fumo negli occhi.

    Significa che i problemi dello sfruttamento selvaggio e del lavoro malpagato e insicuro sono terminati? Certamente no: non lo sono in Italia (qualcuno si ricorda di Barletta?) e men che meno lo sono in Bangladesh. Ma si sta lavorando per ridurli, per garantire al mercato occidentale (che li richiede in misura sempre crescente) prodotti ambientalmente ed eticamente sostenibili, preferibilmente certificati in tal senso.

    Perché anche nella moda, in questa eccellenza del made in Italy che dà lavoro a più di 460mila persone, rappresenta l’11% e oltre del manifatturiero italiano (e l’8,6% del commercio), avanza con sempre maggiore decisione l’importanza della sostenibilità e della responsabilità sociale d’impresa, di quel complesso di comportamenti e scelte che si fanno carico non solo dell’equilibrio fra costi e ricavi, ma anche dei costi indotti sopportati dalla comunità.

    L’esperienza che stiamo portando avanti presso il Ministero dello Sviluppo economico con il tavolo della moda e dell’accessorio, al quale partecipano le realtà rappresentative dell’intero e vastissimo comparto (dai filati al tessile, alle confezioni, passando per i pellami, le calzature, gli occhiali, l’oro e i gioielli), ha nella sostenibilità nel senso innanzi inteso, uno dei suoi punti cardine e uno dei suoi più attivi tavoli di lavoro.

    Credo che in questo momento di lutto sia doveroso ricordarlo.

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