Cesarino, Molocchio, Allabraz, Fulvius...IL TOPIC DEI FALLITI !! [that feel no wage] Cesarino, Molocchio, Allabraz, Fulvius...IL TOPIC DEI FALLITI !! [that feel no wage] - Pagina 36

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Discussione: Cesarino, Molocchio, Allabraz, Fulvius...IL TOPIC DEI FALLITI !! [that feel no wage]

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  1. #1
    Senior Member L'avatar di Lo Zio
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    Re: Cesarino, Molocchio, Allabraz, Fulvius...IL TOPIC DEI FALLITI !! [that feel no wa

    mbof, a 30 anni il lavoro lo trovi se lo cerchi

  2. #2
    Senior Member L'avatar di Cesarino
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    Re: Cesarino, Molocchio, Allabraz, Fulvius...IL TOPIC DEI FALLITI !! [that feel no wa

    Parole stanche, frasi di sfiducia, nel futuro, nella vita, negli altri, tra colloqui andati male, sforzi inutili e illusione. "Sono stufo di fare sforzi senza ottenere risultati, stufo di critiche, stufo di colloqui di lavoro come grafico inutili, stufo di sprecare sentimenti e desideri per l'altro genere (che evidentemente non ha bisogno di me), stufo di invidiare, stufo di chiedermi cosa si prova a vincere, di dover giustificare la mia esistenza senza averla determinata, stufo di dover rispondere alle aspettative di tutti senza aver mai visto soddisfatte le mie, stufo di fare buon viso a pessima sorte, di fingere interesse, di illudermi, di essere preso in giro, di essere messo da parte e di sentirmi dire che la sensibilità è una grande qualità.Tutte balle".


    A quanto pare non gli mancava solo il trabajo!

  3. #3
    Backleground
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    Re: Cesarino, Molocchio, Allabraz, Fulvius...IL TOPIC DEI FALLITI !! [that feel no wa

    una delle poche motivazioni che accetto per il suicidio è lo studio del diritto amministrativo

  4. #4
    A punto & a capo L'avatar di Napoleoga
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    Re: Cesarino, Molocchio, Allabraz, Fulvius...IL TOPIC DEI FALLITI !! [that feel no wa

    Citazione Originariamente Scritto da Backleground Visualizza Messaggio
    una delle poche motivazioni che accetto per il suicidio è lo studio di meccanica razionale
    Fix per me

  5. #5
    macs
    Guest

    Re: Cesarino, Molocchio, Allabraz, Fulvius...IL TOPIC DEI FALLITI !! [that feel no wa

    Citazione Originariamente Scritto da Backleground Visualizza Messaggio
    una delle poche motivazioni che accetto per il suicidio è lo studio della biochimica
    Fix anche per me

  6. #6
    Il Drago Dormiente L'avatar di Zhuge
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    Re: Cesarino, Molocchio, Allabraz, Fulvius...IL TOPIC DEI FALLITI !! [that feel no wa

    Citazione Originariamente Scritto da Backleground Visualizza Messaggio
    una delle poche motivazioni che accetto per il suicidio è lo studio del diritto amministrativo
    la procedura penale ed il diritto internazionale privato sono peggio eh

    https://www.worldoftrucks.com/en/onl...e.php?id=92274
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  7. #7
    Senior Member L'avatar di Cesarino
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    Re: Cesarino, Molocchio, Allabraz, Fulvius...IL TOPIC DEI FALLITI !! [that feel no wa

    Ho cercato di essere una brava persona, ho commessi molti errori, ho fatto molti tentativi, ho cercato di darmi un senso e uno scopo usando le mie risorse, di fare del malessere un’arte.


    Ma le domande non finiscono mai, e io di sentirne sono stufo. E sono stufo anche di pormene. Sono stufo di fare sforzi senza ottenere risultati, stufo di critiche, stufo di colloqui di lavoro come grafico inutili, stufo di sprecare sentimenti e desideri per l’altro genere (che evidentemente non ha bisogno di me), stufo di invidiare, stufo di chiedermi cosa si prova a vincere, di dover giustificare la mia esistenza senza averla determinata, stufo di dover rispondere alle aspettative di tutti senza aver mai visto soddisfatte le mie, stufo di fare buon viso a pessima sorte, di fingere interesse, di illudermi, di essere preso in giro, di essere messo da parte e di sentirmi dire che la sensibilità è una grande qualità.

    Tutte balle. Se la sensibilità fosse davvero una grande qualità, sarebbe oggetto di ricerca. Non lo è mai stata e mai lo sarà, perché questa è la realtà sbagliata, è una dimensione dove conta la praticità che non premia i talenti, le alternative, sbeffeggia le ambizioni, insulta i sogni e qualunque cosa non si possa inquadrare nella cosiddetta normalità. Non la posso riconoscere come mia.

    Da questa realtà non si può pretendere niente. Non si può pretendere un lavoro, non si può pretendere di essere amati, non si possono pretendere riconoscimenti, non si può pretendere di pretendere la sicurezza, non si può pretendere un ambiente stabile.


    A quest’ultimo proposito, le cose per voi si metteranno talmente male che tra un po’ non potrete pretendere nemmeno cibo, elettricità o acqua corrente, ma ovviamente non è più un mio problema. Il futuro sarà un disastro a cui non voglio assistere, e nemmeno partecipare. Buona fortuna a chi se la sente di affrontarlo.

    Non è assolutamente questo il mondo che mi doveva essere consegnato, e nessuno mi può costringere a continuare a farne parte. È un incubo di problemi, privo di identità, privo di garanzie, privo di punti di riferimento, e privo ormai anche di prospettive.

    Non ci sono le condizioni per impormi, e io non ho i poteri o i mezzi per crearle. Non sono rappresentato da niente di ciò che vedo e non gli attribuisco nessun senso: io non c’entro nulla con tutto questo. Non posso passare la vita a combattere solo per sopravvivere, per avere lo spazio che sarebbe dovuto, o quello che spetta di diritto, cercando di cavare il meglio dal peggio che si sia mai visto per avere il minimo possibile. Io non me ne faccio niente del minimo, volevo il massimo, ma il massimo non è a mia disposizione.

    Di no come risposta non si vive, di no si muore, e non c’è mai stato posto qui per ciò che volevo, quindi in realtà, non sono mai esistito. Io non ho tradito, io mi sento tradito, da un’epoca che si permette di accantonarmi, invece di accogliermi come sarebbe suo dovere fare.

    Lo stato generale delle cose per me è inaccettabile, non intendo più farmene carico e penso che sia giusto che ogni tanto qualcuno ricordi a tutti che siamo liberi, che esiste l’alternativa al soffrire: smettere. Se vivere non può essere un piacere, allora non può nemmeno diventare un obbligo, e io l’ho dimostrato. Mi rendo conto di fare del male e di darvi un enorme dolore, ma la mia rabbia ormai è tale che se non faccio questo, finirà ancora peggio, e di altro odio non c’è davvero bisogno.

    Sono entrato in questo mondo da persona libera, e da persona libera ne sono uscito, perché non mi piaceva nemmeno un po’. Basta con le ipocrisie.

    Non mi faccio ricattare dal fatto che è l’unico possibile, io modello unico non funziona. Siete voi che fate i conti con me, non io con voi. Io sono un anticonformista, da sempre, e ho il diritto di dire ciò che penso, di fare la mia scelta, a qualsiasi costo. Non esiste niente che non si possa separare, la morte è solo lo strumento. Il libero arbitrio obbedisce all’individuo, non ai comodi degli altri.

    Io lo so che questa cosa vi sembra una follia, ma non lo è. È solo delusione. Mi è passata la voglia: non qui e non ora. Non posso imporre la mia essenza, ma la mia assenza si, e il nulla assoluto è sempre meglio di un tutto dove non puoi essere felice facendo il tuo destino.

    Perdonatemi, mamma e papà, se potete, ma ora sono di nuovo a casa. Sto bene.

    Dentro di me non c’era caos. Dentro di me c’era ordine. Questa generazione si vendica di un furto, il furto della felicità. Chiedo scusa a tutti i miei amici. Non odiatemi. Grazie per i bei momenti insieme, siete tutti migliori di me. Questo non è un insulto alle mie origini, ma un’accusa di alto tradimento.

    P.S. Complimenti al ministro Poletti. Lui sì che ci valorizza a noi stronzi.

    Ho resistito finché ho potuto.

  8. #8
    Senior Member L'avatar di Arnald
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    Re: Cesarino, Molocchio, Allabraz, Fulvius...IL TOPIC DEI FALLITI !! [that feel no wa

    Letto tutto.
    Forse qualcuno avrebbe dovuto ricordargli che fa parte di quel 10% di popolazione mondiale che sta meglio del resto di tutte le persone che hanno mai messo piede sulla terra, oggi e ieri. Non sto dicendo che non lo capisco, ma fa tanto il razionale, il cinico e poi fa un gesto totalmente irrazionale.
    Avrebbe potuto girare il mondo vivendo da barbone, arruolarsi nell'ISIS, entrare in Herbalife...

  9. #9
    Υπήρχαν ήρωες L'avatar di balmung
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    Re: Cesarino, Molocchio, Allabraz, Fulvius...IL TOPIC DEI FALLITI !! [that feel no wa

    Citazione Originariamente Scritto da Arnald Visualizza Messaggio
    Letto tutto.
    Forse qualcuno avrebbe dovuto ricordargli che fa parte di quel 10% di popolazione mondiale che sta meglio del resto di tutte le persone che hanno mai messo piede sulla terra, oggi e ieri. Non sto dicendo che non lo capisco, ma fa tanto il razionale, il cinico e poi fa un gesto totalmente irrazionale.
    Avrebbe potuto girare il mondo vivendo da barbone, arruolarsi nell'ISIS, entrare in Herbalife...
    era solo. E non puoi ricondurre la felicità personale al mero possesso di beni.
    Quello dell'isis avrà i commilitoni a tenergli compagnia, avrà una cretina che ha abbandonato il ricco occidente per andare a vivere con lui nel paradiso islamico, le capre da inculare e via discorrendo

    Quando non hai nessuno, basta lo scoramento di un attimo e ciao.

    Poi c'è la dignità personale. Conosco gente che figlia come conigli nonostante sia disoccupata e va a vivere con i genitori. Non è rara la famiglia allargata, dove il nonno pensionato ne mantiene una decina. So di altri fenomeni che sono emancipati, ma vanno a fare la spesa con la madre di lui, che paga tutto e garantisce i debiti con la pensione. Bella merda

    è chiaro che ha sbagliato ad ammazzarsi, ma da qui a dire va tutto bene madama la marchesa perchè in congo s'inculano gli oranghi ne passa.

  10. #10
    Senior Member L'avatar di Arnald
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    Re: Cesarino, Molocchio, Allabraz, Fulvius...IL TOPIC DEI FALLITI !! [that feel no wa

    A me sembra che il pippotto l'abbia fatto più che altro sulla realizzazione professionale. Certo, magari un po' di figa lo avrebbe aiutato...
    La chiusa su Poletti, poi, non mi è piaciuta per niente. Sempre colpa degli altri?
    Saremo mica tutti fenomeni o mafiosi, noi che riusciamo a trovare affetti e un mezzo lavoro?

  11. #11
    Senior Member L'avatar di Ciome
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    Re: Cesarino, Molocchio, Allabraz, Fulvius...IL TOPIC DEI FALLITI !! [that feel no wa

    glielo appoggio a balmung
    riassunto topic pirateria domestica:

    Citazione Originariamente Scritto da darkeden82 Visualizza Messaggio
    Tu non lavori nell'it ma per il sociale


    l'apice di svapo:

    Citazione Originariamente Scritto da Milella Visualizza Messaggio
    *
    Ultima modifica di golem101; Oggi alle 17:33 Motivo: bestemmie e pornografia
    Ultima modifica di salgari; Oggi alle 17:35 Motivo: qua comando io, chi è questo golem101


    rondella's way:

    Citazione Originariamente Scritto da Lo Zio Visualizza Messaggio
    rondella farebbe una foursome con la stallona, il frigorifero e la lavastoviglie


  12. #12
    Senior Member
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    Re: Cesarino, Molocchio, Allabraz, Fulvius...IL TOPIC DEI FALLITI !! [that feel no wa

    Affetti no

    Per il lavoro si

    Perche sono stato testimone 12 anni fa di gente costretta ad andare a lavorare perche bocciata per due anni di fila e assunta a tiempo indeterminado

  13. #13
    Senior Member L'avatar di Arnald
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    Re: Cesarino, Molocchio, Allabraz, Fulvius...IL TOPIC DEI FALLITI !! [that feel no wa

    Ecco, visto che sono un ignorante non riuscivo ad esprimere bene ciò che avevo in mente, ma fortunatamente qualcuno ci ha pensato per me:
    Leggendo la lettera provo irritazione, non pietà. Molta commiserazione. A trent'anni si è uomini, non ragazzi e si sarebbe già dovuto capire che la vita non dà nulla per scontato.

    E quando si pensa che «da questa realtà non si può pretendere niente», significa che della vita non si è capito niente. Nella sua lettera, Michele ci dice con durezza che non se ne «fa niente del minimo», perché «voleva il massimo»: lui ha trent'anni, non è un ragazzino frustrato. A quell'età si ha il dovere di comprendere che per raggiungere il massimo bisogna passare per il minimo, non ci sono scorciatoie, attese illusorie.

    Dobbiamo credere che Michele abbia annientato la propria esistenza perché nel nostro Paese non ci sono politiche adeguate per fronteggiare la disoccupazione giovanile? Non è questo che porta al suicidio Michele, ma la sopravvalutazione delle sue qualità, qualità che non sono state usate per fronteggiare le difficoltà, le competizioni complesse, i fallimenti inevitabili. Penso al dolore immane dei suoi genitori, alla fatica che hanno fatto per crescere il proprio figlio, anche loro, come noi, ritenuti da Michele ingiustamente colpevoli di non «aver consegnato» a lui il mondo che si aspettava.

    Ogni epoca lascia da parte qualcuno, premia altri non usando il metro di una giustizia oggettiva, calcolabile, ma secondo le imponderabili valutazioni della Storia. Mi sbaglierò, ma sono convinto che Michele non sia stato lasciato solo, ma sia rimasto disorientato dal modo in cui considerava se stesso. Si veda l'enfasi con cui si ritiene un «anticonformista». Quando si è davvero consapevoli di essere anticonformisti, non solo si è sempre soli, ma si sa anche di non poter chiedere aiuto a nessuno, perché si possiede il coraggio e l'ambizione di fare da sé, ridendo in faccia a chi si adegua, supino, alla realtà esistente.

    Prima ancora di aiutarlo a comprendere se stesso, qualcuno avrebbe dovuto fargli comprendere la Storia. Quando non si conosce la Storia, non si conoscerà mai se stessi: s'ignora l'origine, il senso del presente e del futuro. E allora s'impreca contro questo mondo in cui «non si può essere felici», si giustifica il proprio rancore perché ci si ritiene vittime del «furto della felicità». La felicità si può, eventualmente, raggiungere attraverso la cognizione del dolore.

    Ci sono tanti giovani e meno giovani emozionanti per il modo in cui quotidianamente lottano per avere il «minimo», consapevoli che, forse, meriterebbero di più. Ma sanno, anche, che quel «di più» si chiama vita.

  14. #14
    Senior Member L'avatar di Cesarino
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    Re: Cesarino, Molocchio, Allabraz, Fulvius...IL TOPIC DEI FALLITI !! [that feel no wa

    Tra i colpevoli della notevole inabilità alla scrittura di buona parte degli studenti italiani ci sono anch’io.
    Ho appena messo 18 al compito scritto di uno studente della laurea magistrale in Lettere (quinto anno di università) che meritava invece di essere bocciato perché, a parte conoscere maluccio il programma, ha grosse difficoltà nello scrivere: mette male la punteggiatura, usa i verbi sbagliati, confonde le preposizioni (scrive per esempio che «la squadra ha l’intenzione a partecipare», anziché “di partecipare”) non sa fare un riassunto, nel senso che invece di riassumere l’intero brano assegnato sintetizzandone il contenuto lo riassume frase per frase: «L’autore di questo brano dice che... Poi dice che... Poi dice che...», e così via. Lo studente che io adesso promuovo potrebbe prima o poi diventare un insegnante, e con un insegnante simile i suoi futuri studenti certamente non impareranno a scrivere (ci si potrebbe domandare: può questo aspirante insegnante imparare a scrivere nei prossimi anni, tra il suo quinto anno di università e la sua eventuale, speriamo scongiurabile, entrata in servizio? No, non può, non s’impara a scrivere a ventitré anni). E allora perché l’ho promosso? Dato che si discute, in questi giorni, della cattiva scrittura degli studenti, mi pare che la risposta a questa domanda possa interessare tutti. Ma non c’è una sola risposta, ce ne sono molte, o meglio c’è una risposta che si complica, si sfrangia in tante risposte più piccole, una causa che si può scomporre in concause.

    Diciamo intanto che lo studente a cui ho dato 18 ha ripetuto l’esame quattro volte. La quarta è andata meglio delle tre precedenti, nel senso che lo studente non ha smesso di impegnarsi: ha letto, ha studiato. Ma, quanto alla scrittura, non può fare più di così: avrebbe dovuto imparare a scrivere decentemente molti anni fa, ma non ha imparato, e adesso è tardi. Alla quarta volta l’ho promosso perché, come mi ha ripetuto fino alla nausea, il mio è «il suo ultimo esame», la tesi è già pronta da tempo, ed è una tesi che non riguarda la mia materia: lo studente si laureerà in storia contemporanea. Bocciarlo ancora (e poi ancora, e ancora) avrebbe voluto dire impedirgli di laurearsi, fargli buttare via gli studi di cinque anni, rovinargli l’esistenza. Tra l’altro, lo studente non è affatto sciocco, e ha un libretto più che dignitoso. Non sa scrivere in un italiano decente, ma ha una media del 27-28, alcuni 30. Esami orali, voti in parte anche meritati. Di fatto, il mio è uno dei non molti esami scritti che ci siano a Lettere; i pochi altri sono test a crocette, o sono esami scritti in cui il docente (legittimamente?) bada più al contenuto che alla forma. Ma insomma, alla quarta volta – lo studente è civile, è anche, ripeto, intelligente – non me la sono sentita di bocciarlo ancora, e gli ho regalato un voto.

    Quattro volte? Sì, perché l’università italiana è quel luogo felice in cui gli studenti possono ripetere lo stesso esame virtualmente all’infinito. Tre sessioni l’anno, uno o due appelli a sessione, più eventuali sessioni straordinarie: i miei studenti possono, come si dice, “tentare” il mio esame cinque o sei volte l’anno, finché non lo passano (e infatti quattro non è il record: ci sono studenti che lo hanno ripetuto sei, sette volte). In altre nazioni, chi viene bocciato all’esame per due volte deve ripetere l’intero anno; in alcune, una pluri-bocciatura comporta l’espulsione dall’università. Non in Italia. In Italia, una volta entrati, si ha il diritto di ripetere gli esami quante volte si vuole, così come si ha il diritto di non frequentare le lezioni. È la libertà.

    Una volta entrati, ho detto, e qui sta l’altro problema, perché la porta dei dipartimenti di Lettere, a differenza di quella – poniamo – delle facoltà di Medicina, è sempre aperta. Ci sono in alcuni atenei, come mini-deterrenti, dei test d’ingresso, ma sono test che hanno l’obiettivo di permettere allo studente di autovalutarsi, di capire se quella è davvero la sua strada, più che di stabilire chi può o non può frequentare i corsi. Di fatto, è normale leggere, nei bandi, che «l’esito del test non preclude la successiva immatricolazione al Corso di Laurea» (cito dal sito dell’Università di Bologna); e di fatto accade spesso che a Lettere finiscano per iscriversi ragazzi e ragazze che non hanno passato l’esame d’ammissione a corsi universitari o para-universitari più selettivi ma di tutt’altra indole, come Fisioterapia. Lettere è un ripiego, magari momentaneo, in attesa di riprovare il test di Fisioterapia.

    Perché questa generosità, questa politica di accoglienza erga omnes? Per varie ragioni. La prima è che non si può mettere il numero chiuso a tutti gli indirizzi di studio, altrimenti molti studenti non saprebbero che fare, dopo le superiori. A differenza dei corsi di medicina o di fisioterapia, i corsi di Lettere e Filosofia non hanno bisogno di laboratori, perciò non esistono ragioni oggettive che impongano un filtro agli iscritti: dove si formano venti latinisti – questa la ratio (non molto razionale, in verità) – se ne possono formare quaranta. La seconda è che gli studi umanistici sono spesso intesi come una sorta di viatico all’emancipazione personale, non solo cioè un percorso professionalizzante ma l’occasione per una crescita culturale, per migliorare se stessi: negare questa chance a studenti magari non manifestamente vocati alla carriera di intellettuali ma volenterosi, zelanti, davvero capaci di trarre profitto da lezioni su Aristotele, Shakespeare, Michelangelo, può apparire ingiusto, anche odioso. La terza, la più importante, è che qualsiasi università ha tutto l’interesse ad avere – nei limiti (assai elastici) imposti dalle sue strutture, e dall’ampiezza del suo corpo docente – il maggior numero possibile di studenti, un po’ perché gli studenti pagano le tasse e un po’ (soprattutto) perché il ministero dell’Istruzione finanzia le università in proporzione al numero dei loro iscritti. Pochi studenti vogliono dire pochi soldi per aprire corsi di studio, assumere docenti, reclutare giovani ricercatori, organizzare congressi eccetera.

    Questa spiegabile politica delle “porte aperte” ha il suo prezzo: a Lettere s’iscrivono molti studenti che non avrebbero bisogno di fare l’università ma di fare o rifare un buon liceo, e che – tra le altre cose – non sanno scrivere in italiano perché nessuno glielo ha mai insegnato. Lo studente a cui ho dato 18 è uno dei tanti: nelle sue condizioni, o peggio, si trova la maggior parte degli studenti che s’iscrivono a Lettere. Bocciarli tutti? È quasi impossibile. (1) Perché bocciare a ripetizione la metà o più dei candidati all’esame di Letteratura italiana vorrebbe dire in pratica bloccare le carriere di decine e decine di studenti, con ovvie ripercussioni sulla vita dell’intero dipartimento. (2) Perché le università vengono premiate dal Ministero anche in ragione della rapidità con cui gli studenti concludono i loro studi, cioè arrivano alla tesi: vale a dire che le università sono fortemente motivate a licenziare in fretta i loro studenti, a non avere fuori-corso; e i docenti sono tacitamente invitati ad aderire a questa policy, nel loro stesso interesse. (3) Perché bocciare qualcuno perché non sa scrivere non è così facile. Abituati a “badare al contenuto e non alla forma”, molti studenti non riescono a capire perché io dia tanta importanza ai loro errori o alla loro sciatteria nello scrivere. Se anche lo capiscono, se arrivano ad ammettere che la forma è importante, possono non capire perché ciò che scrivono non va bene, o possono obiettare che si tratta di errori veniali, di pura distrazione, che non giustificano la bocciatura. Offesi da questa ingiusta persecuzione, possono, a norma di regolamento, rivolgersi al rettore o al direttore di dipartimento per chiedere di fare l’esame (oralmente) con un altro docente della stessa materia. Supereranno l’esame, si laureeranno; e alcuni andranno a insegnare.

    Tutta questa spiegazione per dire che una delle ragioni per cui gli studenti non sanno scrivere (insieme alla disaffezione alla lettura, al contagio del linguaggio affrettato degli sms e di Facebook, alla prevalenza del visivo sullo scritto, eccetera) è che non sanno scrivere molti dei laureati in Lettere che andranno a insegnare nelle scuole, laureati che non potranno ovviamente insegnare ad altri ciò che loro stessi non sanno fare. Questo accade perché, come ho cercato di spiegare, tutti gli attori coinvolti (gli studenti, le famiglie, i docenti universitari, l’amministrazione universitaria) hanno interesse a far sì che le cose vadano in questo modo, ragion per cui non si vede proprio come sia possibile uscire da questa situazione, salvo un ripensamento complessivo della formazione scolastica e universitaria, con enormi investimenti e progetti di medio-lungo periodo che ignorino l’utilità immediata e le mode: niente che sia realistico aspettarsi (l’idea che, come recita il manifesto steso dal «Gruppo di Firenze per la scuola del merito e della responsabilità», la salvezza possa venire da «una revisione delle indicazioni nazionali che dia grande rilievo all’acquisizione delle competenze di base, fondamentali per tutti gli ambiti disciplinari» mi pare molto ingenua).

    Oppure no? La soluzione potrebbe arrivare, sta già arrivando forse, da tutt’altra direzione, il nodo potrebbe essere tagliato anziché sciolto. Provo a spiegarmi.

    La competenza nella scrittura, il saper scrivere decentemente, declina anche per una ragione molto semplice e concreta, una ragione che – magari inconsciamente – è ben chiara agli studenti che hanno fretta di laurearsi (e più ancora alle loro famiglie che li mantengono), e cioè che saper scrivere decentemente, alla fine, non è così importante. Lo era senz’altro nell’Epoca della Scarsità, quando coloro che avevano accesso alla sfera pubblica erano pochi, e soprattutto quando il sapere tecnico-scientifico era percepito come meno rilevante rispetto a quella infarinatura umanistica che dava accesso alle professioni di prestigio sia nel settore pubblico sia in quello privato, un’infarinatura della quale il saper scrivere non bene, magari, ma “elegante” costituiva una parte non secondaria (che poi l’elegante confliggesse spesso con il bene, onde l’atrocissimo bellettrismo italiano, è un altro discorso). Era un saper scrivere che implicava, prima ancora della cura nello stile, la calligrafia (abolita come materia alle elementari nel 1985, quando Disegno e scrittura diventano Educazione all’immagine) e la consapevolezza di come andava strutturato un testo “ben fatto” (accapo, rientri, maiuscole, corsivi, formule protocollari ed escatocollari, eccetera). Non è invece molto importante, saper scrivere, nell’Epoca dell’Abbondanza, quando ogni individuo ha infinite possibilità di scrivere e di essere letto da un pubblico infinitamente più ampio di quello sul quale potevano contare gli scrittori del passato. Dato che lo scrivere (e anche lo scrivere per un pubblico) è diventato un’attività ordinaria come parlare o come leggere, molti di coloro che scrivono sono indifferenti alle regole della buona forma, o non le hanno mai veramente imparate. Per esempio. Scrivere direttamente al computer è una cosa tanto normale, per gli studenti di oggi, che far loro osservare che sarebbe meglio scrivere prima su carta, e solo in un secondo tempo passare alla “bella” sullo schermo, suona come una bizzarria. Di fatto, è una raccomandazione che faccio spesso ai miei studenti, ed è significativo che, come mi spiegano, nessun altro – genitore o insegnante – gliel’abbia mai fatta prima. Si pensa evidentemente che i “nativi digitali” siano così abituati al pc da essere in grado di scrivere direttamente su schermo: ma basta leggere quello che scrivono per capire che non è così. O meglio, basta leggere quello che scrivono se chi legge è in grado di distinguere una frase corretta da una frase scorretta, e una frase ben congegnata da una frase sbilenca: una competenza che, per le ragioni che ho detto, manca a molti insegnanti.

    Ma non è che si scrive peggio perché si scrive di più, o più in fretta. Si scrive peggio soprattutto perché l’infarinatura umanistica che era tenuta in gran conto fino a qualche generazione fa è diventata secondaria, a fronte di altre competenze, o a fronte di niente, ed è per esempio perfettamente possibile entrare a far parte della “classe dirigente” senza aver letto dei libri e senza saper scrivere in italiano. Il deputato Alessandro Di Battista (laurea al DAMS di Roma Tre), che aspira alla carica di Presidente del Consiglio, o perlomeno di ministro, critica durante la trasmissione televisiva DiMartedì (La7, 24 gennaio 2017), «coloro che hanno magari paura che potremo svelare alcune porcate reali e molto molto grandi che appunto inficiano lì, sulla carne dei cittadini italiani e sui diritti di tutti noi italiani». Evidentemente, nella sua formazione, Di Battista non ha investito molto sull’italiano parlato e scritto. Gli si può dare torto, considerando la carriera che ha fatto? E del resto: quale messaggio, quale idea di formazione trapela dal progetto di Alternanza Scuola-Lavoro, che sostituisce alcune decine di ore curricolari con esperienze lavorative all’interno di aziende o uffici pubblici? Se davvero fossimo convinti che studiare con serietà e continuità discipline come l’italiano o la storia o la biologia o la matematica è il modo migliore per crescere e per trovarsi un lavoro, accetteremmo davvero di farci rosicchiare il tempo-scuola dalla gita d’istruzione, dal Campus sulla Legalità, dalla Settimana della Cittadinanza, dalla Giornata della Memoria, dallo stage in biblioteca? Càpita che la devozione continui anche molto tempo dopo che il dio che si prega è morto.

    Mancando, per così dire, la domanda sociale del prodotto, non c’è dunque neppure ragione di coltivarlo, ovvero non c’è ragione per non accontentarsi di un prodotto meno curato, e insomma di testi brutti, ma comunque comprensibili, anziché di testi ben scritti. Non coltivando il prodotto, non si coltiva neppure la sensibilità idonea ad apprezzarlo, ed ecco che non solo si fanno errori che passano inosservati tanto a chi scrive quanto a chi legge (cinquantenario dell’alluvione di Firenze, cartello commemorativo: gli “angeli del fango” salvarono il patrimonio artistico della città «lavorando giorno e notte in condizioni affatto favorevoli»), ma si generalizza anche il vizio italianissimo della “eleganza”, della parola scelta là dove starebbe meglio la parola comune (stazione di Firenze: «Discendere dal lato opposto», anziché scendere), si adoperano a casaccio le preposizioni (articolo del noto giornalista X: «Ho avuto come un soprassalto a trovare... Una mattina mi telefonò a offrirmi un contratto... Una malattia contro cui non c'è scampo»), si usano a sproposito le locuzioni idiomatiche (pagina di un manuale scolastico: «Angelica cadde a gambe levate»), e più in generale, senza che la sciatteria comporti veri e propri errori, si scrive male, e si accettano testi scritti male, anche là dove, data la sede, ci si aspetterebbe un po' di cura.

    Alla cattiva scrittura corrisponde un cattivo contenuto? Non è detto: l’articolo del noto giornalista X che ho appena citato è mal scritto, ma contiene osservazioni interessanti. Del resto, scrivere per il web (il giornalista X scrive per il web) non è come scrivere un articolo per un giornale di carta, e scrivere un articolo per un giornale di carta non è come scrivere un libro: è comprensibile che l’attenzione e la cura aumentino progressivamente, dal primo all’ultimo passaggio, a mano a mano che aumentano il tempo d’esecuzione e l’ipotetica “durata” del testo. È un fatto però che la gran parte dei testi che si scrivono e si leggono oggi si scrivono e si leggono direttamente su uno schermo. Il 18 gennaio 2017, sul quotidiano che riportava con grande evidenza l’appello allarmato dei «600 professori» sugli studenti che non sanno scrivere, ho letto questo titolo: «40 anni fa la morte di Re Cecconi, l’eroe della Lazio ucciso perché confuso per un ladro». A parte il misterioso epiteto di eroe (perché mai?), chi ha scritto il titolo non sa, evidentemente, che si può dire “preso per un ladro”, ma non si può dire “confuso per un ladro”. È il genere di errore che anni fa sarebbe stato inconcepibile, sulle pagine di un grande giornale. Ma oggi, in rete, i titoli cambiano ogni cinque minuti, e semplicemente non c’è tempo per verificare tutto, e non è economico farlo: i lettori e gli abbonati non diminuiscono per una preposizione sbagliata, dunque non sono cose per le quali abbia senso darsi molta pena.

    Su un altro più decisivo piano, la tendenza, anche nelle scuole, ad affidarsi sempre più spesso all’ebook o alla rete, abolendo o marginalizzando i libri di testo, e obliterando così quella distinzione tra, in breve, libro di carta autorevole e testi effimeri da consumarsi su schermo (notizie, giochi, email, video), una distinzione che molti si sono sforzati di conservare in questa primissima età del web, questa tendenza non sembra poter avere se non un’influenza negativa sulla qualità media dell’espressione scritta dei futuri adulti. Questo non vuol dire che saper scrivere bene non possa restare, per alcuni, un traguardo da raggiungere, e un requisito da parte di datori di lavoro particolarmente esigenti; ma, parlando sempre di medie e non di picchi, di scriventi e non di scrittori, sono del parere che in futuro diventerà qualcosa di simile a una bella virtù privata, come saper dipingere o cantare bene. Ma perché parlare di futuro? Per molti versi, come mostrano gli esempi che ho citato, è già così. E il sole non ha smesso di sorgere, direbbero gli ottimisti: senza avere tutti i torti.
    12 FEBBRAIO 2017

  15. #15
    Granny Member L'avatar di Maelström
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    Re: Cesarino, Molocchio, Allabraz, Fulvius...IL TOPIC DEI FALLITI !! [that feel no wa

    Ban per wall of text

  16. #16
    A punto & a capo L'avatar di Napoleoga
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    Re: Cesarino, Molocchio, Allabraz, Fulvius...IL TOPIC DEI FALLITI !! [that feel no wa

    Uno dei wot più imponenti che abbia mai letto.
    Gli esami a crocette

  17. #17
    let us go then, you and i L'avatar di a_game_of_chess
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    Re: Cesarino, Molocchio, Allabraz, Fulvius...IL TOPIC DEI FALLITI !! [that feel no wa

    comunque in italia si possono dare gli esami quante volte si vuole ma la difficoltà è abbastanza proporzionata, cioè all'estero gli esami sono più facili

  18. #18
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    Re: Cesarino, Molocchio, Allabraz, Fulvius...IL TOPIC DEI FALLITI !! [that feel no wa

    Citazione Originariamente Scritto da a_game_of_chess Visualizza Messaggio
    comunque in italia si possono dare gli esami quante volte si vuole ma la difficoltà è abbastanza proporzionata, cioè all'estero gli esami sono più facili
    Questo l'ho sentito dire. Ma è vero? O sono le solite voci che si sentono tra studenti?

  19. #19
    macs
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    Re: Cesarino, Molocchio, Allabraz, Fulvius...IL TOPIC DEI FALLITI !! [that feel no wa

    Citazione Originariamente Scritto da a_game_of_chess Visualizza Messaggio
    comunque in italia si possono dare gli esami quante volte si vuole ma la difficoltà è abbastanza proporzionata, cioè all'estero gli esami sono più facili
    Non so se sia vero, ma ho sentito dire che solo in Italia si fanno così tanti esami orali (no pun pls). Già solo questo rende le cose molto più difficili e rompicoglioni, il dover attendere il tuo turno mentre la prof interroga da ore, l'ansia da interrogazione... i pochissimi esami scritti che abbiamo nella nostra facoltà sono moolto più facili

  20. #20
    Backleground
    Guest

    Re: Cesarino, Molocchio, Allabraz, Fulvius...IL TOPIC DEI FALLITI !! [that feel no wa

    all'esame di diritto mi ha dato 18 una che ha avuto il coraggio di CORREGGERMI sull'elettorato passivo alla Camera: 25 secondo me, 18 secondo lei.

    non è stata una svista, mi ha proprio ripetuto che a 18 anni si può sia eleggere che essere eletti.

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