CHEMIO, LA CURA (UFFICIALE) CHE UCCIDE
Le sostanze adoperate per la cura chemioterapica sono altamente cancerogene. In un documento, del Ministero della Sanità (Dipartimento della Prevenzione – Commissione Oncologica Nazionale) dal titolo “Linee *guida per la sicurezza e la salute dei lavoratori esposti a chemioterapici antiblastici in ambiente sanitario” (documento pubblicato dalle Regioni e Province Autonome di Trento e Bolzano) c’è scritto: “Uno dei rischi rilevati nel settore sanitario è quello derivante dall’esposizione ai chemioterapici antiblastici. Tale rischio è riferibile sia agli operatori sanitari, che ai pazienti”. Qui si parla espressamente dei rischi per operatori e pazienti, ma nonostante ciò, tali sostanze non possono essere etichettate come cancerogene (R45 e R49) semplicemente perché sono considerate “farmaci”. (!!!) Eppure per lo smaltimento il personale che manipola sostanze chemioterapiche deve indossare indumenti protettivi: occhiali, camici, maschere e guanti monouso. Il documento sulle “linee guida” riporta alla voce “Smaltimento”: “Tutti i materiali residui dalle operazioni di manipolazione dei chemioterapici antiblastici (mezzi protettivi, telini assorbenti, bacinelle, garze, cotone, fiale, flaconi, siringhe, deflussori, raccordi) devono essere considerati rifiuti speciali ospedalieri. Quasi tutti i chemioterapici antiblastici sono sensibili al processo di termossidazione (incenerimento), per temperature intorno ai 1000*c. La termossidazione, pur distruggendo la molecola principale della sostanza, può comunque dare origine a derivati di combustione che conservano attività mutagena. È pertanto preferibile effettuare un trattamento di inattivazione chimica (ipoclorito di sodio) prima di inviare il prodotto ad incenerimento. Le urine dei pazienti sottoposti ad instillazioni endovescicali dovrebbero essere inattivate prima dello smaltimento, in quanto contengono elevate concentrazioni di principio attivo”. Ci hanno sempre insegnato che l’unica cura efficace per i tumori è proprio la chemioterapia, ma si sono dimenticati di dirci che queste sostanze di sintesi sono dei veri e propri veleni. Solo chi ha provato sulla propria pelle le famose iniezioni sa cosa voglio dire. «Il fluido altamente tossico veniva iniettato nelle mie vene. L’infermiera che svolgeva tale mansione indossava guanti protettivi perché se soltanto una gocciolina del liquido fosse venuta a contatto con la sua pelle l’avrebbe bruciata. Non potei fare a meno di chiedermi: ‘Se precauzioni di questo genere sono richieste all’esterno, che diamine sta avvenendo nel mio organismo?’. Dalle 19 di quella sera vomitai alla grande per due giorni e mezzo. Durante la cura persi manciate di capelli, l’appetito, la colorazione della pelle, il gusto per la vita. Ero una morta che camminava». [ Testimonianza di una malata di cancro al seno ]
Il principio terapeutico della chemioterapia è semplice: si usano sostanze chimiche altamente tossiche per uccidere le cellule cancerose. Il concetto che sta alla base di questo ragionamento limitato e assolutamente materialista è che alcune cellule, a causa di fattori ambientali, genetici o virali, impazziscono iniziando a riprodursi caoticamente creando delle masse (neoplasie), perciò tenta di annientare queste cellule con farmaci citotossici (cioè tossici per le cellule). Tuttavia, questa feroce azione mortale, non essendo in grado di distinguere le cellule sane da quelle neoplastiche (impazzite), cioè i tessuti tumorali da quelli sani, colpisce e distrugge l’intero organismo vivente. E’ vero che le cellule tumorali sono molto più sensibili a questi farmaci rispetto alle cellule sane, ma è anche vero che la chemioterapia azzera completamente il sistema immunitario, lasciando l’organismo senza nessuna difesa (insufficienza midollare, renale, epatica, cardiaca, respiratoria, ecc.). Inoltre provoca lesioni estese a tutti gli organi e tessuti e conseguente necrosi irreversibile di alcuni di essi. Una nuova ricerca ha dimostrato che i farmaci chemioterapici uccidono fino al 50 per cento dei pazienti in alcuni ospedali. Sulla base del numero di pazienti affetti da cancro che sono morti entro 30 giorni dall’inizio, dalla ricerca risulta che i farmaci chemioterapici sono stati la causa della morte, piuttosto che del tumore. La ricerca è stata pubblicata su Lancet Oncology. Il Telegraph riporta: Lo studio di sanità pubblica d’Inghilterra e il Cancer Research UK hanno scoperto che in tutta l’Inghilterra l’ 8,4 per cento dei pazienti con cancro del polmone, e il 2,4 per cento dei pazienti affetti da cancro al seno sono morti entro un mese.
Numerose ricerche scientifiche dimostrano non solo l’inutilità della chemio, ma anche la sua tossicità ancora più pericolosa del cancro stesso. Poco nota al grande pubblico è la vasta ricerca condotta per 23 anni dal prof. Hardin B. Jones, fisiologo dell’Università della California, e presentata nel 1975 al Congresso di cancerologia presso l’Università di Berkeley. Oltre a denunciare l’uso di statistiche falsate, egli prova che i malati di tumore che NON si sottopongono alle tre terapie canoniche (chemio, radio e chirurgia) sopravvivono più a lungo o almeno quanto coloro che ricevono queste terapie. Il prof. Jones dimostra che le donne malate di cancro alla mammella che hanno rifiutato le terapie convenzionali mostrano una sopravvivenza media di 12 anni e mezzo, quattro volte superiore a quella di 3 anni raggiunta da coloro che si sono invece sottoposte alle cure complete. L’amara conclusione, che si evince dall’Istituto Superiore di Sanità, è che l’oncologia moderna per curare il cancro utilizza delle sostanze chimiche che sono cancerogene (provocano il cancro), mutagene (provocano mutazioni genetiche) e teratogene (provocano malformazioni nei discendenti), oltre che alopecia (caduta dei capelli) e impossibilità di svolgere i propri compiti quotidiani. Uno studio condotto da Grame Morgan (professore associato di radiologia al Royal North Shore Hospital di Sidney), Robyn Ward (professore oncologo all’University of New South Wales), Michael Barton (radiologo e membro del Collaboration for Cancer Outcome Research and Evaluation del Liverpool Health Service di Sidney), mostra dati sconcertanti: lo studio ha concluso che la chemioterapia in Australia, non contribuisce più del 2% alla sopravvivenza, su 225.000 persone malate nei 22 tipi di tumori più diffusi, e “curate” solo con chemioterapia! Eppure alcuni anni fa dopo che era scoppiato il caso Di Bella, gli oncologi cominciarono a dichiarare pomposamente su televisione e giornali che “ora abbiamo il 50% di guarigioni” oggi la media sarebbe arrivata addirittura al 60%, ovvero più della metà dei malati! Ognuno di noi in base alle proprie esperienze può fare una stima personale su quanti sopravvivono a cancro e chemio! Il dottor Francesco Bottaccioni membro dell’Accademia delle scienze di New York, docente di psico oncologia alla Sapienza afferma: “Il 50% di cui parlano gli oncologi non è effettivamente la metà del numero dei malati, come si è indotti a credere, ma la media delle varie percentuali di guarigione dei diversi tipi di cancro. Per capirci: si somma, ad esempio, l’87% di guarigione del cancro del testicolo con il 10*12 di quella del polmone e si fa la media delle percentuali di guarigione, senza calcolare che i malati di carcinoma al testicolo sono 2 mila l’anno, mentre le persone che si ammalano di tumore al polmone sono attorno alle 40 mila”. La triste verità è che la sopravvivenza a cinque anni nel caso, poniamo, di carcinoma del pancreas è il 2 percento. Il che significa che il 98 per cento dei pazienti sono morti. Poiché effettive guarigioni non ne ottengono mai, definiscono guarito colui che sopravvive almeno cinque anni dal giorno della diagnosi, e muore cinque anni e un giorno dopo, con un cancro grande come una zucca che gli sta straziando il corpo. Quindi su 100 persone che si ammalano di cancro, 61 muoiono entro 5 anni dalla diagnosi. Ciò significa sostanzialmente che se un paziente dovesse morire dopo 5 anni e un giorno per la comunità scientifica quello è un caso di guarigione!