Mutant Year Zero: Road to Eden - Recensione

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È ormai chiaro a tutti che il genere dei tattici a turni stia vivendo una nuova giovinezza, e questo lo si deve in gran parte ai due XCOM pubblicati negli ultimi anni. A Firaxis Games va dato il merito di aver dimostrato che i videogiocatori hanno ancora voglia di far muovere le proprie unità su una scacchiera virtuale, spronando altri sviluppatori a percorrere la strada spianata da quell’Enemy Unknown che ha visto la luce ormai sei anni fa.

È proprio su questo sentiero che oggi ci imbattiamo in Mutant Year Zero: Road to Eden, un tattico a turni che però si discosta leggermente dalla formula classica per mettere a frutto l’esperienza accumulata dai fondatori del piccolo studio di sviluppo – The Bearded Ladies – nella partecipazione ai lavori su alcuni titoli della saga di Hitman. È così che questo team indipendente ha deciso di aggiungere una forte componente stealth alla ricetta tradizionale, dando vita a un ibrido a dir poco curioso.

INGEGNERIA GENETICA

Mutant Year Zero: Road to Eden ha dalla sua un carisma eccezionale, d’altronde non è da tutti i giorni trovarsi a controllare un’anatra antropomorfa col becco rattoppato con del nastro isolante (“duck tape” per gli anglofoni, e già qui…), o un ibrido uomo/maiale inaspettatamente intelligente e introspettivo. L’opera prima di questo team di sviluppo accolto sotto l’ala protettrice di Funcom è zeppa di chicche che lasciano trasparire una passione decisamente fuori dal comune, le quali donano al gioco una profondità incredibile. I costanti scambi di battute tra i diversi membri della squadra che vaga tra le verdeggianti foreste di una Svezia post-apocalittica sono sempre affascinanti e ben scritti, e non nego che a volte sono riusciti a strapparmi più di un sorriso. Eppure vi è anche spazio per una vena profondamente drammatica.

gran parte dell’umanità si è trasformata in temibili ghoul sempre affamati

Le vicende di Mutant Year Zero: Road to Eden si svolgono in un mondo devastato da un conflitto termonucleare globale, nonché da pestilenze e malattie incurabili che hanno decimato l’umanità, ora costretta a sopravvivere in accampamenti sempre a corto di risorse. Uno di questi è l’Arca, un enorme ammasso di lamiere al cui interno hanno trovato rifugio alcuni degli ultimi esseri umani presenti sulla faccia della Terra. Tuttavia, tra loro vivono anche dei mutanti, come il massiccio suino Bormin o il pennuto Dux. Proprio grazie alle loro mutazioni genetiche e all’innato spirito di sopravvivenza, questi ultimi sono i più adatti a vestire i panni di stalker per avventurarsi nella Zona contaminata alla ricerca di cibo e altre risorse necessarie al sostentamento dell’Arca. Ben presto ci si rende conto che i territori che circondano l’insediamento sono estremamente pericolosi, questo perché a causa delle radiazioni gran parte dell’umanità si è trasformata in temibili ghoul sempre affamati, pronti a tutto pur ostacolare l’opera degli stalker e, come fine ultimo, conquistare l’Arca per poi raderla al suolo.

IL GENE DELLA FURTIVITÀ

Per sopravvivere alla Zona e portare a termine l’importantissima missione affidataci dall’Anziano dell’Arca – di cui non farò alcun cenno per evitare di incorrere in qualche spoiler involontario – non basta solo saper combattere, bisogna anche essere in grado di distinguere le battaglie che è possibile affrontare da quelle che, invece, è opportuno evitare per non fare una brutta fine. La componente stealth si concretizza quindi nella fase esplorativa delle diverse porzioni in cui è suddivisa la mappa della regione: piccoli settori caratterizzati dalla vegetazione che ha cominciato a reclamare le rovine della civiltà che fu, in un susseguirsi di aree forse un po’ troppo simili tra loro, d’altronde la quasi totalità dell’avventura si svolge nei caratteristici boschi svedesi, con qualche breve incursione in bunker sotterranei e fattorie da tempo in disuso.

bisogna essere in grado di distinguere le battaglie che è possibile affrontare da quelle che, invece, è opportuno evitare

Mentre si vaga per le selve scandinave, magari per raccogliere materiali o portare a termine l’obiettivo di turno, ci si imbatte spesso nelle ronde dei nemici. In questo senso Mutant Year Zero è un titolo leggermente diverso rispetto agli altri tattici a turni sulla piazza, questo perché garantisce al giocatore l’opportunità di evitare lo scontro (tranne quelli necessari al prosieguo dell’avventura), oppure di debilitare le forze nemiche attaccando le unità isolate dal resto del gruppo, per poi sferrare l’offensiva sui nemici rimasti. Un sistema di gioco sulla carta senza dubbio affascinante, tuttavia è doveroso evidenziare alcune perplessità. L’approccio stealth è valido solo se si riesce a eliminare il bersaglio prima che questi possa avvisare i suoi compagni, solitamente portando a termine l’imboscata in un singolo turno senza fare alcun rumore, o perlomeno riuscendo a stordirlo sfruttando le peculiarità di alcune armi o le abilità speciali dei membri della squadra sotto il nostro controllo. Va da sé che avendo tutte le azioni offensive una percentuale di successo variabile, non sempre si riesce a completare l’agguato nel migliore dei modi; senza considerare che in diversi casi ho riscontrato l’impossibilità matematica di riuscire ad abbattere un nemico in un solo turno dal momento che la somma dei danni della armi silenziate a disposizione risultava inferiore alla salute del bersaglio, nonostante le stesse armi fossero state potenziate al massimo.

L’approccio stealth è valido solo se si riesce a eliminare il bersaglio prima che questi possa avvisare i suoi compagni

A ciò bisogna aggiungere che le imboscate si possono preparare soltanto prendendo in considerazione i pattern di movimento predefiniti degli avversari. Non vi è in alcun modo la possibilità di attirare i nemici in aree isolate, questo perché mancano gli strumenti per farli deviare dalle loro routine. Tutta la fase di pianificazione si basa quindi sull’individuazione dell’unica modalità di assalto progettata dagli sviluppatori, a meno che non abbiate intenzione di affrontare la totalità dei nemici presenti in un singolo settore della mappa, magari perché allertati da un agguato finito male. Manco a dirlo, si tratta di un eventualità sconsigliabile: in questo caso i combattimenti non sono impossibili, ma il livello di difficoltà è decisamente elevato proprio perché gli sviluppatori hanno spinto molto sull’approccio stealth, facendo sì che gruppi numerosi di nemici rappresentino una sfida abbastanza ardua da far prediligere la furtività. Ai combattimenti bisogna quindi avvicinarsi con intelligenza, cercando di sfruttare ogni elemento delle arene, come le coperture in grado di spezzare la linea di vista o le posizioni sopraelevate dal quale colpire con maggiore efficacia grazie a un aumento della possibilità di infliggere danni critici. Peccato che mentre si gioca si abbia sempre l’impressione che la struttura di Mutant Year Zero: Road to Eden non valorizzi al meglio le potenzialità di un approccio stealth, limitando non poco le opzioni a disposizione del giocatore.

POOL GENETICO

Tra l’altro c’è da segnalare anche una certa pigrizia nella caratterizzazione ludica dei membri del team e nel relativo sistema di progressione. Se sul versante della personalità dei cinque componenti della squadra non è davvero possibile muovere alcuna critica negativa, non si può dire lo stesso quando si dà il via alle danze e si schierano i personaggi sul campo di battaglia. Spesso gli skill tree propongono le medesime abilità da sbloccare, sia attive che passive, con solo alcune piccole variazioni: per esempio un solo personaggio è dotato di capacità psichiche, mentre l’abilità di effettuare un’azione offensiva dopo uno scatto è condivisa da molti, così come la mutazione che fa spuntare delle ali temporanee o quella che rende più facili i movimenti in verticale sono entrambe presenti in più di uno skill tree.

c’è da segnalare una certa pigrizia nella caratterizzazione ludica dei membri del team

Vi è poi una scarsissima varietà di armi e potenziamenti per le stesse, per non parlare dei nemici da affrontare. Nel corso della quindicina di ore necessarie a portare a termine l’avventura ci si ritrova a combattere sempre contro gli stessi ghoul o – nelle fasi più avanzate – nemici robotici, rendendo ogni scontro fin troppo simile al precedente, laddove l’unica differenza è rappresentata da un valore di punti vita crescente man mano che ci si avvicina ai titoli di coda. Una piccola nota prima di chiudere sulla localizzazione in italiano: mentre il doppiaggio rimane in lingua inglese, tutto il testo è stato tradotto nella nostra lingua, sono tuttavia presenti alcuni errori grossolani dovuti alla traduzione letterale e spesso sbagliata di alcuni termini che nell’idioma dantesco presentano molteplici accezioni.

Mutant Year Zero: Road to Eden è un gioco che ha carisma da vendere grazie a una caratterizzazione eccezionale del mondo di gioco e dei personaggi che lo popolano. Purtroppo le fondamenta su cui si poggia questo tattico a turni in salsa stealth sono un po’ scricchiolanti; ciò non toglie che l’opera prima di The Bearded Ladies sia comunque in grado di divertire per una quindicina di ore. Ecco, magari la prossima volta sarebbe il caso di riporre nel gameplay la stessa cura riservata all’impianto narrativo.

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Pro

  • Impianto narrativo di prim’ordine.
  • Buona caratterizzazione del mondo di gioco.
  • È possibile affrontare gli scontri con furtività…

Contro

  • ...ma l’impianto ludico non valorizza al meglio l’approccio stealth.
  • Poca varietà.
  • Traduzione da rivedere.
7.7

Buono

Le leggende narrano che a Potenza ci sia un antro dentro al quale vive una misteriosa creatura chiamata Alteridan. In realtà è solo il nostro Daniele, che alterna stati diurni di brillantezza ad altri notturni dove i suoi amici non hanno ancora capito che non conviene fargli assumere troppo alcol.
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