Observer - Recensione

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Inizio col dire, senza vera delusione, che una parte dei limiti riscontrati in Observer deriva proprio dall’aver giocato, peraltro amandola, l’opera d’esordio di Bloober Team. Del notevole Layers of Fear si ritrovano parecchi asset grafici, sempre nella forma di corridoi e scorci di architetture che si ripetono, cambiano leggermente forma o hanno particolari diversi a seconda di dove si dirige il giocatore, comunque in una storia più classicamente strutturata e, questa volta, di chiara matrice fantascientifica. In alcuni casi è lampante l’autocitazione, con dipinti d’epoca modificati nello stesso modo, quasi a mo’ di firma, ma certo si è trattato di una scelta “sgravante” sotto il profilo produttivo.

L’altro lato della medaglia, tuttavia, può rappresentare qualcosa di imperdibile per gli appassionati di fantascienza, anche solo nella descrizione generale: in un’avventura hard-boiled riecheggiante di Blade Runner, dove le questioni delle realtà digitali (VR e AR, insomma) prendono il posto degli androidi/replicanti, interpreterete in prima persona un anziano detective con le fattezze digitali e la voce di Rutger Hauer, prestato all’opera della software house polacca con tutta la dedizione del caso, almeno a giudicare dai risultati recitativi (non che si sia dovuto sforzare, eh). Quindi ve lo dico senza mezzi termini: il qui presente redattore era prevenuto in senso positivo, e si è sdraiato come un Cocker festoso alla prima frase pronunciata da Hauer. È giusto saperlo.

MIO DIO, SEI DAVVERO TU

L’omaggio a Blade Runner è chiaro fin dall’incipit, in cui scorre su sfondo nero la spiegazione testuale dello scenario, in questo caso il mondo del 2082 (a cento anni, dunque, dall’uscita del film di Ridley Scott nelle sale).Observer Recensione

Observer sfrutta il tema delle realtà aumentata nella direzione delle allucinazioni d’orrore in salsa sci-fi

Si narra di un’infezione telematica che ha decimato gli augmentati, di una terribile guerra tra i nuovi blocchi Est-Ovest che ha quasi completato l’opera e dell’unico vero vincitore della pugna, una potentissima compagnia che ha finito per controllare i cittadini come in un 1984 digitale, altro evidente punto fermo per l’ispirazione del gioco. Sotto non abbiamo le musiche più silenziose e inquietanti di Vangelis, bensì una voce narrante che rimanda in modo comunque sibillino al personaggio di Hauer (oltre che alla “versione dei produttori” di Blade Runner), nel ruolo di un detective di una nuova divisione speciale: niente caccia ad androidi, come dicevamo, ma agenti “neurali” chiamati Observer che possono sfruttare gli innesti di realtà aumentata connessi direttamente al cervello, e frugare così nella mente dei sospetti o, correndo qualche rischio, anche nell’eco di coscienza delle vittime.

Nella sua macchina, il poliziotto riceve una drammatica chiamata dal figlio Adam, immischiato in qualche losco traffico di tecnologie, recandosi nella sua abitazione con la morte del cuore. L’investigazione – perché di questo si tratta, pur con qualche variante – avrà quasi interamente come oggetto un vecchio edificio che non può non ricordare la decadenza del celebre Bradbury Building, seppur in un’architettura diversa e molto meno déco; folli interrogatori dai videocitofoni si intrecceranno a scoperte di omicidi e crimini assortiti, attraverso accurati sopralluoghi con una serie di visori – uno solo dei quali, però, davvero utile per individuare prove e tracce di tecnologia – e ovviamente con la succitata possibilità di entrare nelle menti delle persone, asso della manica di Bloober Team per le sequenze più libere e lisergiche.

NULLA È REALE, TUTTO LO È

A ben vedere, l’intero mondo di Observer è una specie di allucinazione: gli innesti di realtà aumentata hanno trasformato la città e i suoi edifici, anche quelli fatiscenti in cui si nascondono criminali e drogati di VR, in un’inestricabile commistione di oggetti reali e simulati che può portare tutti sulla soglia della schizofrenia.Observer Recensione

Di Layers of Fear si ritrovano parecchi asset grafici, sempre nella forma di visioni che si ripetono ossessivamente

A maggior ragione, anche le memorie “giocabili” sono influenzate da una commistione di invenzioni digitali e veri e propri ricordi, e sotto il profilo ludico si differenziano per piccoli particolari: i visori non funzionano, eliminando da queste sezioni l’elemento investigativo, e sono invece presenti piccoli passaggi stealth nello stile (e nei risultati, molto basilari ma efficaci) dei giochi di Frictional Games, più astratti e meno coreografati rispetto ai vari Outlast di Red Barrels. Abbiamo i soliti computer in cui curiosare, naturalmente, ed è meno scontato il mini-action fantasy (a turni, anche se può ingannare) che troveremo su tutti i terminali, un livello per ognuno.

Sotto il profilo della giocabilità c’è davvero poco da aggiungere, se non che Observer è una di quelle simulazioni visive in cui tutto il possibile, a parte la mai risolta questione delle mani su porte, tastierini, cassetti o ante (apribili per cercare indizi, anche in questo caso), è rappresentato all’interno della visuale del nostro avatar, priva di HUD invasivi e con grande sfarzo di effetti: la consultazione degli obiettivi avviene attraverso un’interfaccia AR da polso, peraltro senza icone per individuare la meta, mentre l’edificio presenta l’unica eccezione alla sua struttura – come dicevo, costantemente graffiata dallo sfarfallio di immagini digitali su quelle “reali” (scusate le virgolette, ma la scatola cinese dei videogiochi mi affascina da sempre) – nella mappa appesa a una parete di ogni piano, per districarsi nella labirintica impostazione del palazzo, i suoi tastierini numerici (alcuni numeri possono essere hackerati automaticamente, altri no) e la posizione dei pochi PNG che incontreremo lungo il cammino. Immagino che l’acronimo valga anche per quelli morti.

CAOS DIGITALE

Observer trova un paio di importanti riferimenti tematici in giochi recenti, non so bene se casualmente o meno, ma solo uno può essere dibattuto senza spoiler. Observer Recensione

La sovrapposizione di memorie e realtà alterate riporta facilmente a Get Even

La sovrapposizione di memorie e realtà alterate riporta facilmente a Get Even, e tuttavia risulta più continua nel proporre le visioni e meno intricata da capire, a fronte di un gioco paragonabile sotto il profilo della prestazione tecnica, leggera e bella da vedere sfruttando la contenuta dimensione degli scenari; per il resto, posso solo dire che l’altra tematica porta lontano, forse troppo, e che l’ho già trovata in una forma migliore, più pulita e limpida. Ciò comporta un po’ di caos nell’intendere ciò che è davvero importante per la trama (con multifinale; per l’alternativa occorre tornare al principio) e, dunque, il risultato narrativo di una splendida allucinazione di circa sei ore. Che però resta magnifica, pur dovendo (ancora una volta, aggiungerei) amare William Blake o Zdzisław Beksiński per apprezzarla davvero.

Observer sfrutta il tema delle realtà aumentata nella direzione delle allucinazioni d’orrore in salsa sci-fi, e certo si tratta di un’idea narrativa forte e, per di più, senza veri corrispettivi nel passato. I difetti sono tanti, talvolta anche di incompletezza o riciclo dell’impostazione grafica, rispetto al precedente Layers of Fear, ma lo sono anche i punti a favore: da un lato, la scorpacciata di deliri audiovisivi è davvero da leccarsi i baffi, soprattutto per gli amanti dell’avantpop fantascientifico; dall’altro, abbiamo il pazzesco surplus di andarcene a zonzo con un detective del futuro che ha la voce e il carisma di Rutger Hauer, coinvolto efficacemente nel progetto, in memoria del primo e inarrivabile Blade Runner.

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Pro

  • La presenza di Hauer è forte ed efficace.
  • Aperti omaggi a Blade Runner e 1984.
  • Contenuti visivi dinamici e abbacinanti, almeno per chi ama le tematiche.
  • Scorpacciata di cyberpunk e atmosfere forti.

Contro

  • Caotico e indeciso nella direzione della trama.
  • Impianto visivo meno sorprendente, per chi ha giocato Layers of Fear.
  • Le ambizioni appaiono un filo maggiori dei risultati.
8

Più che buono

Marietto è così dentro alla sci-fi che non riesce a trovare la strada per uscirne. Per lui i videogiochi sono proprio questo, una porta per accedere a un pezzo di fantascienza che si realizza qui e ora, senza aspettare la fine del mondo.
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