Ride: intervista a Jacopo Rondinelli e Fabio Guaglione – Speciale

Primo aprile, aria di primavera, temperatura mite e un sole che non dà cenni di stanchezza, dopato dall’ora legale appena entrata in vigore. L’atmosfera perfetta per un classico e defaticante aperitivo milanese in zona Isola nella splendida cornice vintage del Deus Café, scelta da Koch Media per il lancio della versione home video di Ride (qui la recensione del nostro Gabriele Barducci), disponibile da oggi. Uno sperimentale “social-horror”, come definito da Fabio Guaglione (sceneggiatore insieme all’altro Fabio, Resinaro, registi del bellissimo Mine) durante la nostra intervista, a base di downhill, riferimenti videoludici e un utilizzo distopico (o forse paurosamente possibile) dei social network. Un lavoro pazzesco e innovativo, estremo come lo sono i 102 minuti capaci di stordire lo spettatore e tirarlo dentro nel suo moto perpetuo, come spiega Jacopo Rondinelli, regista debuttante proprio con Ride.

Tutti quelli che l’hanno visto al cinema, amici, nemici, parenti, sono rimasti incollati

«Tutti quelli che l’hanno visto al cinema, amici, nemici, parenti, sono rimasti incollati, sia a chi è piaciuto sia a chi è piaciuto meno… La potenza del film è che ti risucchia, indipendentemente dal giudizio finale». E non gli si può certo dare torto. È come finire all’interno di una centrifuga che spinge il sangue agli occhi, coi battiti del cuore tenuti costantemente oltre il livello di guardia da un montaggio ipercinetico, che è risultato delle riprese di più di 20 Go-Pro sparse per le scene (oltre a droni e camere classiche), piazzate tra i boschi del Trentino come addosso agli attori, in puro stile found footage/reality show. Una vera regia nella regia. «Il lavoro in post-produzione è stato mostruoso!» racconta Jacopo. «Il montaggio è stato curato in gran parte da Fabio, poi c’è stato tutto un processo di finitura delle scene dove abbiamo aggiunto disturbi, anche sull’audio, effetti speciali, fino a cambi cromatici man mano che si andava avanti nel film, perché volevamo rappresentare una vera e propria discesa negli inferi. Parte molto colorato ma poi anche l’immagine degenera come la situazione in cui si trovano i protagonisti. C’è talmente tanto materiale inutilizzato che avevamo addirittura pensato di inserire nel Blu-Ray la possibilità di far scegliere allo spettatore le camere da utilizzare e creare una sua personale versione del film! Avevamo anche in mente la possibilità di far generare un link da condividere online per mostrare ad altri utenti il proprio personale montaggio». Impossibile non pensare quindi a una eventuale versione Ride di Black Mirror: Bandersnatch, che personalmente troverei clamorosa, anche se vorrebbe dire moltiplicare per “n” volte il lavoro dei ragazzi.

volevamo rappresentare una vera e propria discesa negli inferi. Parte molto colorato ma poi anche l’immagine degenera come la situazione in cui si trovano i protagonisti

Al di là degli evidenti pregi tecnici è però il messaggio a colpire duro, la voglia di essere connessi a tutti i costi, la caccia al like, la condivisione dell’estremo e dell’incoscienza, pronti a ritorcersi contro a Max e Kyle. «Loro partono come dei bell’imbusti, spavaldi, per poi essere messi l’uno contro l’altro (grazie ai meccanismi tipici dei reality show, tradimenti, pugnalate alle spalle, segreti svelati. Ndr). Quello che gli succede è anche conseguenza del loro rapporto, delle scelte che hanno fatto nella vita. Il fatto è che una volta che ti trovi dentro certi meccanismi, come quelli dei social, per quanto tu magari voglia uscirne sei costretto a continuare a correre, a non fermarti, metterci sempre la faccia per avere il like in più. Questa è la metafora della pellicola». Un moderno Colosseo in cui i suoi gladiatori vengono ripagati con soldi e fama, spinti a un gioco mortale da una sorta di organizzazione segreta, che va a creare un’atmosfera cospirazionistica, come ci spiega Fabio: «Ci sono varie teorie, narrazioni, saggi che raccontano di élite che pur di beneficiare di energie esoteriche organizzavano sacrifici umani. Ovviamente evolvendosi la società, la cultura e la tecnologia, questi riti si sono adattati ai tempi. Probabilmente questo spettacolo alimentato a like che vediamo nel film è un ulteriore circuito di energia, convogliata per far stare bene sempre quelle cento persone. Questo si collega, senza svelare nulla, al finale del film. È davvero profonda la potenza del rito, radicata da molto prima che esistessero gladiatori o testi sacri». La chiusa di Jacopo ha però illuminato ulteriormente il discorso, già interessante per uno dei sottotesti più intriganti della pellicola: «se ci pensate, alla fine, ad Arcore cosa succedeva?», con conseguenti risate generali.

una volta che ti trovi dentro certi meccanismi, come quelli dei social, per quanto tu magari voglia uscirne sei costretto a continuare a correre

È sempre un tipo di rituale in effetti, con la deformazione professionale da cinefilo che porta ad immaginare i famigerati Bunga Bunga come una scena di Eyes Wide Shut. Un’estetica kubrickiana che il film oltretutto non vuole assolutamente nascondere nei suoi momenti più surreali e psichedelici. C’era però un altro parallelismo, rischioso e flebile, che mi stuzzicava pensando a Ride e al suo tentativo di portare novità nel panorama horror/thriller, quello con Get Out e il fermento che stiamo vedendo nel cinema di genere. «Jordan Peele ha riportato il political-horror, un po’ romeriano a modo suo, secondo me Ride è invece un social-horror» dice Fabio, una definizione perfetta su cui interviene subito Jacopo: «Sì, a me ricorda anche un po’ Essi Vivono di Carpenter, quel mondo dell’horror cospirazionistico. La novità di Ride è però quella di declinare i social in un contesto horror-satirico. Ci aveva provato anche Nerve, secondo me sprecando l’occasione. Oltretutto è uscito praticamente in contemporanea con noi… Non abbiamo copiato nessuno!». La passione verso la loro creatura non la si capisce solo dalle loro parole, mai banali e sempre coinvolte, ma vibra nell’aria. Un lancio in home video che per un prodotto di questo tipo, fuori dal comune, estremo e sperimentale, potrebbe avere l’effetto di un focolaio cult nella comunità degli appassionati. Un progetto vivo, transmediale, tanto che all’evento erano presenti anche lo scrittore del libro “Il gioco del custode”, del fumetto “Level 0” e i rappresentanti di Pendragon che ha creato il gioco da tavolo su licenza. Un’ambizione che i produttori vorrebbero propagare anche all’ambito videoludico, la cui idea embrionale esiste, pur rimanendo assolutamente secretata nei dettagli, al momento. Per ora anche il solo film vale il prezzo del biglietto, una delle esperienze più originali e travolgenti del 2018, arricchita con oltre due ore di contenuti inediti che alzano il velo su un lavoro di eccezionale artigianato cinematografico, con dietro le quinte interessantissimi, dall’altissimo valore didattico per tutti i feticisti della tecnica e del cinema come insieme di forze creative al lavoro. Il cinema italiano che osa e divide, quello da far crescere ad ogni costo, fortemente autoriale. Una discesa folle che vale la pena di essere vissuta.

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