Abbiamo ancora bisogno di film come Matrix – Speciale

Un compendio di stile estetico e tecnico, la conoscenza e l’assimilazione delle arti marziali come modo per conoscere noi stessi e plasmare il nostro quotidiano tramite esse e la onnipresente filosofia, intrisa in ogni fotogramma: la trilogia di Matrix – esatto, anche i due criticatissimi sequel – ha segnato in modo definito sia l’immaginario cinematografico quanto il modo di sfruttare il genere della fantascienza, che strizza l’occhio a venature cyberpunk, per parlare sempre e ancora di noi, della nostra società e del nostro nichilismo.





CHE VUOL DIRE REALE?

Era il 1999 e il mondo intero aveva scelto la pillola rossa. Esattamente come Adamo sceglie la mela – universalmente dipinta in ogni dove con un rosso luciferino – andando contro le indicazioni di Dio, anche Neo esce dal giardino divino, andando contro le indicazioni forzate delle macchine. La conoscenza porta sofferenza, ma è anche l’unico modo per addentrarsi nella verità.

Lo stesso Cypher nel momento del tradimento (il Giuda nel disegno messianico costruito dalle sorelle Wachowski) benedice l’ignoranza e accoglie il ritorno nella caverna, nell’oscurità, nel costrutto simulativo e nichilista costruito dall’uomo a inizio degli anni ’70 e ben rappresentato dal filosofo Jean Baudrillard nel suo Simulacra and Simulation; esatto, proprio quello stesso libro nelle cui pagine Thomas “Neo” Anderson ha scavato per nascondere dati rubati nella sua attività di hacker e soldi guadagnati illegalmente.

matrix speciale

Qualche momento preso a caso dal film e ci ritroviamo davanti una bellezza disarmante a cui, al primo mostrarsi di Matrix Resurrections, ha fatto sseguito un incredibile scetticismo da buona parte dell’internet che in qualche modo cerco di contestualizzare: molto probabilmente siete rimasti bruciati da Matrix Reloaded o Revolutions, capitoli tutt’altro che indegni, che plasmano ed evolvono il messaggio messianico dell’avventura di Neo fino al Deus Ex Machina a cui fanno da sfondo le vicissitudini di Zion (ecco, forse su questo possiamo essere d’accordo, sul resto no), allungano il discorso con altrettante parentesi meno incisive e brillanti, ma coerentemente inserite in tutto il contesto narrativo.

La conoscenza porta sofferenza, ma è anche l’unico modo per addentrarsi nella verità

Neo veste di nero e l’Architetto veste di bianco. L’agente Smith, staccatosi dal sistema, diviene un virus con connotati assai diversi dal “classico” programma Smith e come tale cerca uno scopo. Il numero due, come il numero tre preso nel contesto religioso delle tre figure del segno della croce, è qualcosa che torna continuamente. C’è una sfida tra due persone, il male e il bene, il bianco e il nero. In più di un’occasione si è elevato Matrix a contenitore di una cultura orientale che fino a quel momento faticava a trovare spazio nel mondo occidentale, ebbene Matrix proprio nel mettere in scena quel suo aspetto coreografico così esuberante – ed incredibilmente concreto tanto nel concetto informatico quanto in quello filosofico – racchiudeva messaggi religiosi e stili di vita che entravano in armonia con tutto il quadro generale per creare un collante magnifico.

IL CUCCHIAIO NON ESISTE

Pensate alla fatidica scena del cucchiaio, quando Neo incontra l’Oracolo per la prima volta (oggi ci facciamo grasse e sardoniche risate nel pensare che prima di parlare, l’Oracolo è lì a preparare dei biscotti, i famosi cookie di Matrix, ah!) e dietro di lui capeggia un cartello: conosci te stesso.

A ciò aggiungiamo lo scambio di parole tra Neo e il bambino, del quale non possiamo non notare la testa rasata e l’abbigliamento simile a un monaco Buddhista: “Non cercare di piegare il cucchiaio. È impossibile. Cerca invece di fare l’unica cosa saggia, giungere alla verità […] Che il cucchiaio non esiste. […] Allora ti accorgerai che non è il cucchiaio a piegarsi, ma tu stesso”. Una frase che assimila tutta la poetica identitaria di Matrix (come delle autrici) per costruirci sopra un racconto mastodontico.

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Nell’equilibrio delle arti marziali, l’idea di sgombrare la mente è un concetto fondamentale. Lo stesso Bruce Lee richiamava una mente libera per approcciarsi allo stile di esecuzione e quando un pensiero negativo affiorava, diventava l’obiettivo di quei colpi, dell’armonia del combattere in sintonia con ciò che lo circondava. Allo stesso modo, Neo deve sgombrare la mente per fare il grande salto da palazzo a palazzo, salto che la prima volta porta tutti a cadere, perché l’unico vero modo per sgombrare la mente e focalizzare la realtà è credere.

Esattamente come il cristianesimo, la fede è importante. Cypher non crede, poco prima di morire esclama un “non posso crederci”, è il miscredente che vende il messia per trenta denari che qui idealmente sono il reinserimento in Matrix. Neo dunque, per essere veramente l’Eletto, deve credere di esserlo. Al primo accesso di questa fede, il cucchiaio comincia a muoversi: Neo essenzialmente scopre il costrutto attorno a sé, giacché quella non è la realtà. Come un programmatore può costruire backdoor, anche Neo piega Matrix alla sua volontà, dunque la sua evoluzione a superuomo non è altro che la manifestazione della conoscenza, della fede, di un messaggio messianico che si sta concretizzando sempre più.

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