Mobile Machine #08

Torna la rubrica dedicate alle pause riflessive più importanti della giornata, e non poteva mancare uno sguardo approfondito su South Park Phone Destroyer, per la gioia di tutti coloro che almeno una volta nella vita hanno utilizzato una scusa presa direttamente dal frasario di Eric Cartman.


South Park Phone Destroyer

Provato dal nostro prode Lorenzo Bonaffini alla gamescom di Coolonia, South Park Phone Destroyer è un vero e proprio spin-off di Scontri Di-Retti, nella misura in cui l’idea nasce proprio dall’attacco con cui Wendy/Call Girl manomette i cellulari nemici per infliggere danni. Una citazione in pieno stile South Park, per un titolo che conserva, sebbene in tono decisamente minore e un po’ più morigerato, l’ironia caciarona e becera della serie, proprio come le controparti per PC e console. Il gioco sviluppato da Ubisoft Redlynx è sostanzialmente una risposta, in tema South Park, a Clash Royale, da cui recupera gran parte delle dinamiche di gioco, scontri PvP compresi. A rendere molto appetibile South Park Phone Destroyer sono chiaramente gli asset della serie TV, nonché una campagna single player tutto sommato godibile, per quanto chiaramente molto pretestuosa. L’idea parte ovviamente da Cartman, che si erge nel vociare caotico dei ragazzini della cittadina del Colorado e decide che tutti si sfideranno al gioco di cowboy e indiani (cosa che poi deraglia nel corso dell’avventura). Noi impersoniamo chiaramente il solito new kid, famigerato per la sua abilità con il cellulare, e ci troviamo a vestire i panni del leader dei cowboy, in un incrocio folle ma tutto sommato divertente di elementi di metagioco e citazioni pop. All’atto pratico, una volta personalizzato l’avatar, ci troviamo a disporre di un set di carte con cui andare all’assalto degli indiani capitanati da Stan. Ogni battaglia è di difficoltà crescente e ci permette di guadagnare un loot semi-random (lo selezioniamo alla cieca aprendo tre armadietti) composto da carte e risorse necessarie per aggiornare e potenziare i propri mazzi, che servono a mettere in campo unità (divise per tipologia di classe e ognuna delle quali con abilità quasi uniche), incantesimi e tutto ciò che è necessario per portare in tempo reale il combattimento dalla nostra. Rispetto a Clash Royale, l’azione si svolge in orizzontale, e il timing è costituito da una barra di elisir che funge da mana e può essere spesa per giocare le carte a colpi di swipe nella nostra area di evocazione. Il gioco è molto veloce, ed è molto simpatica, una volta sbloccata la possibilità di creare mazzi personalizzati, la limitazione per cui è bisogna utilizzare un massimo di due temi unici per costruire il proprio deck. La campagna single player scorre via serenissima ed è molto piacevole, non richiede troppo grinding e serve da lungo tutorial per poi affrontare il PvP, che a differenza dei capitoli della storia si svolge in arena e non in livelli a scorrimento. Se gli acquisti in-app non fanno assolutamente la differenza giocando da soli, è chiaro che, come avviene in altri titoli del genere, chi investe soldi veri si ritrova con mazzi più potenti e ha un discreto vantaggio in PvP, che può essere colmato soltanto con pazienza e razionalizzazione. In definitiva, South Park Phone Destroyer è una validissima variazione sul tema Clash Royale, che può godere chiaramente di un’ambientazione decisamente superiore per fascino e in grado di sconfiggere le ritrosie di chi, come me, non ha mai sopportato tantissimo il genere.

Se mi ami, non morire

È uno dei giochi dell’anno, a prescindere dal dispositivo. Se mi ami, non morire è un titolo che chiunque sia dotato di smartphone deve obbligatoriamente giocare, senza se e senza ma. Ispirato alla a storia vera di Dana S. raccontata su Le Monde da Luice Soullier, racconta il viaggio di Nour, una giovane siriana che vuole fuggire dalla sua terra martoriata dalla guerra. La forma scelta da Florent Maurin, ex giornalista e fondatore di The Pixel Hunt, è quella di un titolo sulla falsariga di Lifeline, dove il nostro smartphone conserva il suo ruolo di strumento di comunicazione e l’avventura si sviluppa quasi in tempo reale attraverso la conversazione con la protagonista. Noi vestiamo i panni di Majid, il compagno di Nour, e non solo siamo testimoni del suo viaggio, ma abbiamo la responsabilità di offrirle il miglior supporto remoto possibile, sia pratico che psicologico. Gli stralci di conversazione, le immagini e le interminabili attese fanno sviluppare un rapporto epistolare contemporaneo autentico, delicato ed emotivamente denso, e la preoccupazione per Nour determina uno stato d’ansia latente che all’arrivo della notifica di un suo messaggio ci fa tirare un sospiro di sollievo (o volendo, la mancanza di messaggi ci può forzare ad accelerare il tempo della diegesi dal menu, ma si perde un po’ di magia). A rendere tutto più emozionante è il tema di fondo, ovvero la migrazione, lo stato di perenne pericolo e le implicazioni tremende della situazione politica nella vita delle persone. Ma la denuncia di Se mi ami, non morire non è quella delle grandi macchinazioni: non c’è retorica, e il registro intimo e delicato delle conversazioni rende la storia ancora più coinvolgente, mentre la ricerca e la contestualizzazione storica serve a dare credibilità al tutto. Il risultato è spettacolare, e richiede in più di una circostanza di mettere in gioco il proprio senso etico, la capacità di prendere decisioni dure e difficili in un contesto assolutamente complicato e a noi totalmente sconosciuto come quello di una migrazione di questo tipo. Le interazioni sono minime, nella misura in cui il ventaglio di risposte tra cui scegliere è limitato, ma le conseguenze possono essere assolutamente decisive, e i diciannove finali a disposizione sono la dimostrazione che tutto ciò che diciamo conta, sempre. Se mi ami, non morire, in un periodo storico come questo, dove la follia, la xenofobia e il razzismo riempiono le pagine dei giornali e le bacheche dei social, è un racconto interattivo necessario, didattico, caldamente consigliato.

WonderWorlds

Dalla collaborazione tra gli spagnoli Tequila Works (quelli di RiME) e i britannici Glowmade arriva su iOS un titolo assolutamente piacevole con cui passare qualche pomeriggio sul divano, specialmente in compagnia dei più piccoli. Sì, perché dietro lo studio di Guildford si cela un team di sviluppo che proviene da Media Molecule e WonderWorlds non è null’altro che un’ideale versione mobile di LittleBigPlanet, da cui eredita sia il meraviglioso stile visivo che la logica. Preparatevi dunque a entrare in un mondo splendido e realizzato a mano, con materiali che ci ricordano la quotidianità della nostra esistenza analogica, tra legno, tessuti e bottoni. Un universo magico, fatto da livelli tematici da esplorare e semplici enigmi ambientali da risolvere, per conquistare una strana nebbia e arricchire il nostro bagaglio di oggetti con cui poter personalizzare l’avatar (un pupazzetto di legno), la nostra casa o costruire livelli da scambiare con altri giocatori. WonderWorlds è un’esperienza lenta, da vivere con calma e serenità, meravigliandosi della bellezza e delle idee semplici e geniali di cui i suoi livelli sono pieni, godendosi il DNA da light platform placido e mai banale. È chiaro, però, che la sua anima creativa resta l’aspetto preponderante, e se non altro la curiosità di scoprire cosa si inventano gli altri giocatori è necessaria per godere pienamente dell’esperienza, al di là del suo indubbio valore estetico. Proprio come LittleBigPlanet, dunque, potrebbe essere un gioco non esattamente per tutti, e la scelta di proporlo in maniera gratuita in stile demo, con successivo unico acquisto in-app per sbloccare la versione completa al prezzo (comunque accessibile) di 4,49 €, mi sembra assolutamente corretta.

The Muscle Hustle

Prendete il gioco dei tappi e un po’ di Subbuteo, declinate il tutto a tema wrestling e avrete The Muscle Hustle. Analogamente a Monster Strike, da cui prende in prestito molte meccaniche, il gioco di Foxglove declina in maniera intelligente e piacevole il gameplay “a fionda” con cui lanciare i personaggi contro i nemici, che se vogliamo è un’evoluzione del concetto base di Angry Birds. Insomma, in The Muscle Hustle dobbiamo dunque destreggiarci in una vera e propria carriera nel mondo del wrestling, amministrando un team di tre lottatori e sconfiggendo avversari via via più insidiosi, in incontri inquadrati da una visuale a volo d’uccello, dove ogni combattente è una pedina circolare e il suo arsenale di mosse nasce dall’essere fiondato a tutta forza contro l’avversario (magari sfruttando le corde del ring, che ovviamente permettono interessanti rimbalzi). Ogni wrestler ha le sue peculiarità, che si attivano in base ad alcune condizioni (lo scontro con un compagno, un colpo in zona d’angolo e via dicendo) e riproducono le tecniche più celebri dello sport per gente muscolosa. Sfruttare al meglio le abilità delle proprie pedine e rischiare tiri all’ultima sponda per avviare combo devastanti è chiaramente lo scopo ultimo di The Muscle Hustle, nonché l’unica via per completare le sfide più ardue oppure sfidare gli altri giocatori in multiplayer. Completa il quadro una sorta di componente gestionale un po’ all’acqua di rose, ma utile a creare un team di wrestler adatto allo stile di lotta del giocatore. Molto divertente e impreziosito da una cornice tecnica adeguata, colorata e in linea con l’art direction fumettosa e allegra della produzione, The Muscle Hustle è un titolo assai piacevole, dedicato anche a chi non ama particolarmente il wrestling, ma apprezza i titoli mobile veloci e dalle meccaniche interessanti. Tutto bellissimo, se non fosse che il gioco resta comunque ancorato alla struttura-piaga dei free-to-play moderni, che a un certo punto opera una strozzatura all’avanzamento del gioco in favore di chi sborsa moneta sonante. La strada alternativa è fatta di tanto grinding, ma se non vi spaventa l’idea, il buffo ibrido di Foxglove può fare al caso vostro.

HQ

HQ non è un vero e proprio gioco, o meglio, è una sorta di quiz a premi per mobile creato dagli sviluppatori di Vine, ma è un’idea talmente affascinante che non potevo non citarla. Si tratta di un’app gratuita che vi mette in competizione con giocatori di tutto il mondo in vero e proprio quiz in stile televisivo (con tanto di presentatore) composto da 12 domande. Senza possibilità di errore e dagli argomenti più disparati, l’unica modo per conquistare il premio è rispondere sempre correttamente nei pochi secondi a disposizione per scegliere l’alternativa corretta. Dunque, cos’ha di particolare? Due aspetti, praticamente unici: il primo è che non si può giocare sempre, ma ogni trasmissione ha un orario ben preciso (purtroppo più in linea con i fusi orari americani, al momento), e dunque bisogna sintonizzarsi non appena arriva la notifica sullo smartphone e si va in diretta. Sì, perché ogni puntata è in contemporanea mondiale, e il presentatore interagisce con la community in tempo reale, per cui è come trovarsi sostanzialmente a partecipare dal vivo a una puntata di Chi vuol esser milionario? comodamente dal divano di casa propria. La seconda notizia interessante è che i premi sono in denaro vero, con il montepremi che si divide per il numero dei vincenti di ogni puntata, e viene versato tramite PayPal. HQ è il quiz-show che rappresenta il trionfo della globalizzazione digitale ed è chiaramente l’app del momento.

 

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