V-Rally 4 – Recensione

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V-Rally 4 di Kylotonn è un titolo di corse talmente démodé da spingere anche il più purista degli appassionati a goderselo con visuale in terza persona. Una guida anni 2000, quasi d’epoca, che ricorda ciò che rappresentava la serie quanto era proprietà intellettuale di Infogames, rallysmo simcade con una messa a punto tutta sua, oggi in scia (e all’ombra) del DiRT multi-disciplina di Codemaster senza riuscire mai nel sorpasso, vuoi per la scarsa potenza del motore, vuoi per le lacune ingegneristiche.

Poco attento all’evoluzione del genere dal 2002 a oggi, V-Rally 4 è un gioco “bipolare” in continuo conflitto tra il desiderio di essere arcade puro e la necessità di mantenere una parvenza simulativa che ingrigisce i vibranti colori delle sue meravigliose ambientazioni, così sature, caratterizzate ed esotiche da rimandare ai profumi anacronistici di SEGA Rally.

RACING GAME D’EPOCA

Un minuto e ci si trova intraversati nello sterrato della maestosa Monument Valley, testati e indottrinati alle basi del rally nell’abitacolo-fornace di una Wolkswagen Polo in balia del sole cocente dell’Arizona. Un buon inizio per una carriera che presto si rivelerà lenta, pigra, senz’anima.V-Rally 4 recensione

Un divertimento sincero dove la bellezza dei tracciati aiuta e vive in simbiosi con un modello di guida basilare e accessibile, ottimo su sterrato ma bizzoso su asfalto

La formula del vincere eventi sempre più articolati, da gare singole e veri e propri campionati, per guadagnare soldi e acquistare mezzi più performanti e iconici fatica ad ingranare, proponendo eventi in successione senza neanche lo stimolo di una vera curva di difficoltà, sempre regolabile a inizio corsa, ritrovandosi in un circolo vizioso più meccanico che divertente. Ci si ritrova allora tra i menu, provando quasi per caso una partita veloce, ed ecco che Il gioco di Kylotton sboccia mostrando la sua natura godereccia, arcade, priva di fronzoli e roba da sbloccare a compartimenti stagni, lontana dagli ingegneri da assumere e usare come perk per sbloccare bonus e dagli sponsor che fanno richieste assurde in cambio di spiccioli. Malesia, Porsche 911 Safari, via. Solo con le auto più performanti ci si rende conto di quanto il track design sia valido, di come gli sviluppatori abbiano tarato il modello di guida e di come abbiano toppato la modalità principale, esattamente come già successo in TT Isle of Mann pochi mesi fa. A questa velocità e con la verve di certi bolidi è tutto più bello, ci si dimentica anche del frame rate criminalmente insabbiato a 30 fotogrammi al secondo, si capisce il senso di ogni dosso, tornante, chicane, apprezzando una costruzione dei tracciati molto vecchia scuola, barocca e ricercata, con passaggi fantasiosi e scorci fortemente suggestivi, sotto cascate cristalline o sopra pittoreschi ponti senza parapetto, fino a derapare a fil di spiaggia con tanto di bagnanti e ombrelloni aperti.

Le location sono apprezzabili non tanto nei piccoli particolari quanto in un macro-dettaglio geograficamente carismatico, che riesce a stereotipare deliziosamente ogni scorcio di nazione in cui ci troveremo a correre, concedendosi anche tocchi di classe nella gestione dell’illuminazione e degli effetti particellari. Un divertimento sincero dove la bellezza dei tracciati aiuta e vive in simbiosi con un modello di guida semplice e accessibile. L’auto gode con noi del sovrasterzo, risultando reattiva, subito facile da guidare e precisa, senza nascondere una fisica approssimativa soprattutto nei salti e nelle collisioni, dando però il peggio di sé nelle sezioni su asfalto. C’è un rapporto inversamente proporzionale tra la maggior aderenza e il minor divertimento che si sviluppa, complice una fisica che spezza in due l’inerzia e rende la guida nervosa, schizofrenica, come le prime volte al volante dell’auto di scuola guida, tutte sussulti e fuori giri, soprattutto al volante di certi mezzi. Qui è dove la mal implementata parte simulativa del modello di guida si insinua e un po’ disillude, soprattutto in un mondo dove esistono Forza Horizon, DiRT 4 e perfino il piccolissimo Absolut Drift può insegnare la fisica dell’appagamento applicata a superfici altamente aderenti.

V-Rally 4 recensione

Ciò che rimane davvero nel cuore è quello che la sua anima vuole comunicarci sotto strati di botox e contenuti dimenticabili, un rally d’altri tempi curato, dalla fortissima personalità e gusto estetico

È un peccato, non solo perché si annacqua il divertimento, ma perché questo difetto va a rovinare alcune tra le location più belle e affascinanti in assoluto, come la Cina e la Romania della disciplina Hillclimb (auto potenti e strade tortuose da scalare o discendere) e la pazzesca visione del Giappone secondo Kylotonn, sinuosi tracciati montani che si snodano tra incandescenti foreste autunnali vista Fuji, verso paesini dalle architetture tipiche, templi e tratti di strada sormontati dai rossi torii che delimitano sacro e profano. Ciò che più di tutti soffre è però l’Extreme-khana, ispirata in carta carbone alla Gymkhana di DiRT, dove usare il freno a mano diventa fondamentale nel cornering eppur mai così gustoso come dovrebbe, con posteriori che faticano a intraversarsi come incollati al terreno della fatiscente fabbrica abbandonata in quel di Detroit, ad eccezione degli splendidi eventi nel Niger, con una resa della sabbia realmente eccellente e un design sempre d’alto profilo. V-Rally 4 è un titolo che ha punti deboli ben precisi, accarezza il giocatore con una nostalgia e un feeling fuoristrada efficace per poi colpire con difetti sinceramente incomprensibili. Un pacchetto che si chiude con due discipline abbastanza anonime e sempre mutuate da quella Codemasters quasi ossessivamente omaggiata, Buggy e V-Rally Cross, gare testa a testa dove le sportellate sono la regola, circuiti chiusi, quasi mai sfiziosi da percorrere e popolati da un’IA scolastica regolabile, come già accennato, a inizio corsa. Il comparto online riesce però ad esaltare questo tipo di gare, dando però il meglio di sé nelle leaderboard delle stimolanti sfide al tempo di stampo rallistico.

Ciò che però rimane davvero nel cuore è quello che la sua anima vuole comunicarci sotto strati contenuti dimenticabili, come botox virtuale per nascondere la sua vera indole, un rally d’altri tempi curato, dalla fortissima personalità e gusto estetico. Le cinquanta sfumature d’arancione tra i canyon della Monument Valley al tramonto, gli smeraldini campi di thè della Malesia, l’argilla rossa scavata dai fiumi del Kenya, i villaggi e la sua rigogliosa savana contrapposta al candore ghiacciato della Siberia e delle sue strutture sovietiche dismesse, oggi parco giochi per piloti col pelo sullo stomaco, le melodie dei motori di un roster di auto originale, emozionante, che spesso fa l’occhiolino ai fan di vecchia data, come quella Renault Megane Maxi, un tuffo al cuore che mi ha riportato direttamente al 1999.

La sensazione generale è che Kylotonn sia andata fuori giri proprio nel voler snaturare il monologo rallistico dei suoi predecessori, mettendo in pista un reboot troppo uguale, nella struttura, alle sue ispirazioni senza oltretutto averne il savoir-faire. Lo dico a ragion veduta, perché quando si è su sterrato al volante di una delle sue meravigliose opere d’arte a motore, ci si ritrova a giocare uno dei migliori rally arcade che si ricordi da anni a questa parte, sostenuto oltretutto da un track design che non ha nulla da invidiare alla concorrenza. Bastava percorrere questa strada in quinta piena per rendere la serie l’imprescindibile alter ego old school del loro WRC su licenza ufficiale.

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Pro

  • Track design di alto profilo.
  • Modello di guida fuoristrada squisitamente arcade.
  • Location originali, talvolta uniche, sempre ricche.

Contro

  • Altalenante gestione della guida su asfalto.
  • Carriera molle e banale.
  • Buggy e Rally Cross dimenticabili.
7

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