Vectronom - Recensione

PC Switch

Il suono si fa colore, forma, movimento. Accarezza le zone erogene dei sensi, irrorandole di percezioni che tendono a mescolarsi, scambiarsi di posizione come nel gioco delle tre carte, al banco un truffatore che non permette di rimetterci mano fin quando non ci si impone di togliere le cuffie. Sinestesia applicata al videogioco, come ci ha insegnato il genio Tetsuya Mizuguchi, sulle cui orme filosofiche Ludopium ha creato Vectronom, un’opera d’arte contemporanea in moto perpetuo, interattiva, sensuale, che sembra più adatta a diventare parte di un’esposizione piuttosto che rimanere segregata nelle quattro mura di un monitor.

ASCOLTARE COI CINQUE SENSI

Geometrie che reagiscono alle sollecitazioni sonore, come un virus e il suo vaccino, osservati da un microscopio posto in posizione isometrica, sotto un cielo epilettico che pulsa tinte pastello. Ogni livello, ogni traccia, è la coreografia di un ballo minimale sulla croce direzionale, come fosse la sublimazione spirituale di Dance Dance Revolution e del suo iconico palco interattivo. Il ritmo come un puzzle da risolvere per poi muovere il cubo gelatinoso con passi perfettamente sincronizzati ai bpm. Vectronom inganna subito con la sua avvenente estetica platform con un gran gusto per i giochi di prospettiva, quel “vedo-non vedo” che stimola sulle prime alla reattività più che allo studio, andando incontro a risultati naturalmente disastrosi finché non ci si lascia andare alla deriva, verso il suadente richiamo musicale, usando il corpo come metronomo organico.

Ogni livello, ogni traccia, è la coreografia di un ballo minimale sulla croce direzionale

In quel momento si comincerà a tradurre il suono in moto, a parlare una lingua ancestrale, istintiva, trasformando Vectronom nell’avveniristica, virtuale e intima evoluzione di un rituale primitivo, una danza attorno al fuoco sul battito dei tamburi. Strumenti che diventano sintetici, elettronici nelle mutevoli composizioni di Juan Orjuela. Un album audiovisivo di qualità assoluta, esaltante, che pompa il suo fluido nei timpani, per poi asciugarsi e lasciare i suoi residui sulla membrana una volta usciti dal loop, continuando a vivere la traccia, a sentirla nitida nel quotidiano. Come il sole che imprime la propria luce sulla retina quando si osa guardarlo negli occhi, come i colori che si propagano dalle note. Ogni quarto battuto è un sasso nello specchio d’acqua iridescente, un’onda d’urto violentissima, vitale, una manovra a tenaglia sulle percezioni che scatena un divertimento da concerto, più che da videogioco. Volume inchiodato al massimo, muscoli rilassati, respiro regolare, pronti a un gameplay ipnotico per quanto schematico, concettuale ma giocoso, con obiettivi, collezionabili e una costante spinta al perfezionamento che moltiplica le ore di gioco.

Volume inchiodato al massimo, muscoli rilassati, respiro regolare, pronti ad un gameplay ipnotico per quanto schematico, concettuale ma giocoso

Perché il gioiello Ludopium diventa subito un angolo di piacere stupefacente, talmente immediato e clamoroso da ascoltare che può essere rigiocato con la stessa intensità anche dopo aver scoperto tutto quello che ha da offrire. Come ripetere la propria playlist senza mai arrivare allo sfinimento, per puro piacere. Il design di certi schemi mostra il fianco a una ripetitività di fondo che però, alla fine, è solo visiva. Pochi elementi (piattaforme e pericolosi aculei col senso del ritmo, simpatici trampolini, poco altro) ma adattati costantemente a tracce e sonorità diverse, dalla techno più tirata all’ambient cupa, d’atmosfera. È indubbiamente un’opera piccola, in un certo senso estrema, non nella difficoltà quanto nella fierezza monotematica. Un rhythm game puro con un input lag tarato al millisecondo, che può essere apprezzato anche da chi non mastica videogiochi quotidianamente, perfino da chi li disprezza.

ARTE o arte?

Un pregio enorme che accomuna tutto il trasversale catalogo ARTE, storico canale televisivo franco-tedesco di divulgazione culturale, da qualche anno anche publisher di videogiochi artisticamente notevoli ed emotivamente possenti. Passa anche da questa sorta di mecenatismo (se la si vuole vedere in modo romantico e un po’ naive, perché alla fine l’obiettivo è sempre il lucro) la riscossa culturale del videogioco. Sebbene ogni astratto screenshot varrebbe la pena di essere stampato, incorniciato e appeso in casa, Vectronom è l’esempio lampante di come ogni componente del videogioco viva in funzione alle altre, in una simbiosi perfetta che ha l’obiettivo di amplificare le percezioni del giocatore, stressarle, spingerle al limite fino alla totale sincronia. È quella sensazione di meraviglia e benessere psico-fisico che ogni essere umano cerca nelle opere d’ingegno dei suoi simili, che in Vectronom tracima, sfondando argini mentali, aprendo la via a nuove esperienze.

Vectronom è un pezzo da museo, una di quelle installazioni interattive, sperimentali, davanti alle quali le percezioni diventano fluide. All’inizio sembra un rhythm platform, poi un puzzle musicale, alla fine una danza virtuale, quasi rituale, come mezzo per inneggiare alla meraviglia audiovisiva che ormai si è impadronita della nostra mente. Ludopium ha confezionato un’opera piccola e curatissima, breve ma estremamente rigiocabile, concettuale ma divertentissima, come un giocattolo da portare sempre con sé. Sfida esaltante, gameplay sensoriale, perfino spirituale, e una personalità travolgente. Ascoltatelo, guardatelo, toccatelo.

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Pro

  • Gameplay sinestesico avvolgente.
  • Audiovisivamente fuori scala.
  • Esaltante e divertentissimo.

Contro

  • Alcuni schemi tendono a somigliarsi.
  • Molto breve se si vuole arrivare solo ai titoli di coda.
9

Ottimo

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