Uno studio dell’università di Oxford ha trovato una correlazione tra videogiochi e salute mentale: noi lo sapevamo già, ma è una bella notizia lo stesso.
Negli scorsi giorni è arrivata anche su testate nazionali generaliste la notizia di uno studio condotto dall’Università di Oxford secondo cui ci sarebbe una correlazione positiva tra il tempo che passiamo in compagnia di un videogioco e il benessere della nostra mente. Il primo istinto di fronte alla notizia è stato quello di seguire l’esempio del mio intellettuale di riferimento, Zerocalcare, che se mai leggerà questa definizione mi odierà a morte, e risolvere la questione con una scrollata di spalle accompagnata da un sonoro “Esticazzi, già lo sapevo”.
LA REAZIONE NATURALE ERA STATA DI DISCRETA INDIFFERENZA, MA POI IL SENSO DELLA DEDIZIONE PROFESSIONALE HA PRESO IL SOPRAVVENTO
Il mio istinto aveva ragione: è bastato leggere anche solo le prime righe per scovare una serie di dettagli forieri di spunti. Il primo dei tanti riguarda le motivazioni che hanno spinto i ricercatori a svolgere la loro indagine, che affondano le radici da un lato nella diffusione senza precedenti dei videogiochi in questi ultimi anni e dall’altro nella preoccupazione nutrita da ampi settori della società circa i loro effetti sugli utenti. I ricercatori, dunque, ipotizzano che qualche governo potrebbe persino prendere in considerazione l’idea di limitare il tempo di gioco della cittadinanza (come una versione distorta di 1984 in cui sul rogo finirebbero i codici Steam) e partono dalla considerazione che ogni ricerca condotta finora sul tema non si è basata su dati misurati in maniera scientifica. Immaginate il mio stupore: anni di titoli di giornale e sedicenti esperti in studio concordi sul potenziale distruttivo dei videogiochi, uniti al coro di “Qualcuno pensi ai bambini!”, e poi salta fuori che tutti questi allarmismi erano basati sul nulla. Chi l’avrebbe mai detto, eh?! In realtà, nella ricerca accademica non è mai emerso nessun collegamento negativo tra i videogiochi e la salute mentale, al punto che il principale manuale dei disordini mentali (DSM-5) non cita nemmeno il medium, limitandosi a raccomandare ricerche future sulla dipendenza dal gioco online.
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