Ci sono momenti, sempre più frequenti, in cui mi viene una voglia matta di prendere armi, bagagli e famiglia e andarmene lontano. Non tanto per me stesso – ché ormai l’età è quella che è, e ciò che si poteva fare è già stato fatto – quanto per garantire un minimo di futuro ai figlioli, che hanno ancora tutta una vita davanti. Anni fa sarei stato più combattivo, ma oggi, pur nella fierezza di essere italiano (nel bene e nel male), mi sento addosso uno stato di arrendevolezza che mi impedisce di trovare soluzioni diverse dalla fuga, soprattutto quando guardo all’arretratezza tecnologica (e culturale, per molti versi) nella quale siamo impantanati.
Proprio stamattina, mentre ero fermo in coda in Tangenziale durante il viaggio verso la redazione, apprendo dalla radio, e poi da qui, che per iscriversi al Portale Servizi della Regione Piemonte c’è tutta una procedura che prevede la compilazione di un modulo online, con tanto di richiesta di PEC da parte dell’interessato, salvo poi chiedere, sul finale, di inviare tramite fax (!) altra documentazione ricevuta nella casella di posta utilizzata per l’iscrizione (ma la PEC, allora, a che diamine serve?). Un’altra cosa che mi manda ai matti è l’ottenimento dei PIN per accedere al portale INPS: metà viene fornito alla richiesta, l’altra metà viene spedito all’interessato per posta; procedura peraltro da ripetere ogni sei mesi, ché tenere in memoria sui server un PIN definitivo costa troppa fatica agli hard disk della Pubblica Amministrazione. Discutendo a colazione dell’argomento, Claudio mi ha raccontato che gli sportelli online dell’INPGI chiudono alle ore 20.00, per riaprire la mattina dopo, come se ci fosse la necessità di un omino dietro la scrivania che controlla in diretta quello che si fa, e senza la cui supervisione i server deputati alle operazioni non siano capaci di computare.
Oggi mi sento addosso uno stato di arrendevolezza che mi impedisce di trovare soluzioni diverse dalla fuga
E insomma, alla fine di questo editoriale estremamente populista (e con anche un pizzico di demagogia dietro, me ne rendo conto), riformulo il desiderio del titolo. Voglio andare a vivere in Nuova Zelanda, fosse anche solo perché è il paese più lontano da qui e per il fatto che – ironicamente – la sua forma ricordi vagamente quella dell’Italia, ma voltata sottosopra. Non sarà il luogo più bello del mondo, e magari si farà fatica quanto e più di qui: però si vivrebbe con un quotidiano un po’ meno saturo di cose che fanno venire il sangue amaro, e i figli potrebbero sperare in un futuro meno problematico di quello che toccherebbe loro restando in patria. Sempre nella fierezza di essere italiani, s’intende: una cosa che – ovunque vada – mai nessuno mi toglierà dalla pelle.