Referendum trivellazioni - Pagina 9

Pagina 9 di 32 PrimaPrima ... 789101119 ... UltimaUltima
Risultati da 161 a 180 di 622

Discussione: Referendum trivellazioni

  1. #161

    Re: Referendum trivellazioni

    Ma è plausibile che le aziende tengano aperte le piattaforme con volumi estrattivi minimi solo per non dover pagare i costi di dismissione? Non c'è un minimo da estrarre per poter giustificare la piattaforma o una verifica sul giacimento? È un'argomentazione molto usata dal fronte del Sì.

  2. #162

    Re: Referendum trivellazioni

    Quindi terrebbero un impiantio al minimo (con tutti i costi che ne conseguono e pochi ricavi) solo per non dismetterlo? Come argomentazione mi pare debole, che numeri sparano?

  3. #163
    Senior Member L'avatar di Lewyn
    Data Registrazione
    Jan 2016
    Messaggi
    362

    Re: Referendum trivellazioni

    Citazione Originariamente Scritto da Dos ex machina Visualizza Messaggio
    Ma è plausibile che le aziende tengano aperte le piattaforme con volumi estrattivi minimi solo per non dover pagare i costi di dismissione? Non c'è un minimo da estrarre per poter giustificare la piattaforma o una verifica sul giacimento? È un'argomentazione molto usata dal fronte del Sì.
    Premettendo che non mi occupo di permitting, in fase di richiesta di rinnovo concessione bisogna fornire dei profili di produzione, quindi l'autorità ha già una valutazione della produzione futura.
    In secondo luogo, vista la mole degli opex di una piattaforma, mi sembra parecchio difficile che venga lasciata lì con la produzione al minimo, anzi generalmente i campi a fine vita han tutti i pozzi aperti al massimo. È molto più probabile che avvenga il contrario: si decida di dismettere una piattaforma quando esistono ancora riserve nel campo perché non sono più economiche.

  4. #164
    Amico di tutti L'avatar di Sinex/
    Data Registrazione
    Jan 2016
    Messaggi
    8.147

    Re: Referendum trivellazioni

    Ma come fa ad essere più remunerativa la strategia di estrarre il minimo e pagare il salario dei tecnici degli addetti alla sicurezza dei manutentori e della manutenzione e dei contratti e del non so per decenni, rispetto a smantellare la piattaforma magari pure con qualche prospettiva di riusarne qualche pezzetto da un'altra parte?




    Chiedo
    Ultima modifica di Sinex/; 02-04-16 alle 21:19

  5. #165

    Re: Referendum trivellazioni

    Citazione Originariamente Scritto da Sinex/ Visualizza Messaggio
    Ma come fa ad essere più remunerativa la strategia di estrarre il minimo e pagare il salario dei tecnici degli addetti alla sicurezza dei manutentori e della manutenzione e dei contratti e del non so per decenni, rispetto a smantellare la piattaforma magari pure con qualche prospettiva di riusarne qualche pezzetto da un'altra parte?




    Chiedo
    In teoria se il costo di smantellamento fosse molto maggiore del costo di gestione ordinaria al minimo (comprendente stipendi ecc.) e l'azienda volesse evitare spese per un periodo potrebbe optare per tenere attiva la piattaforma. Dalla risposta di Lewyn mi pare che non sia così semplice.

    In realtà chi pone queste obiezioni non quantifica mai i costi, sarebbe bello conoscere i costi di gestione ordinaria e confrontarli a quelli di smantellamento.
    Ultima modifica di Dos ex machina; 03-04-16 alle 10:01

  6. #166
    Quello col piede in bocca L'avatar di Zeppeli
    Data Registrazione
    Jan 2016
    Messaggi
    1.775

    Re: Referendum trivellazioni

    Citazione Originariamente Scritto da Dos ex machina Visualizza Messaggio
    In teoria se il costo di smantellamento fosse molto maggiore del costo di gestione ordinaria al minimo (comprendente stipendi ecc.) e l'azienda volesse evitare spese per un periodo potrebbe optare per tenere attiva la piattaforma. Dalla risposta di Lewyn mi pare che non sia così semplice.

    In realtà chi pone queste obiezioni non quantifica mai i costi, sarebbe bello conoscere i costi di gestione ordinaria e confrontarli a quelli di smantellamento.
    i costi di decommissionamento variano ovviamente in base alla struttura ed alla metodologia applicata, però diciamo che si va dal milione ai tre mediamente, comprensivo di bonifica. In ogni caso dipende dalla categoria della piattaforma, la più grande di categoria V può arrivare a costare oltre i 70 milioni (ma non è il caso di quelle sulle coste dell'Adriatico che credo siano di categoria II o al massimo III).

    Alcuni ipotizzano l'affondamento per creare un reef artificiale nell'Adriatico, simile alla situazione della Paguro (peccato che quella sia saltata in aria per un errore di trivellazione, causando danni faunistici impressionanti all'epoca), costerebbe meno in quanto si dovrebbe procedere solo alla bonifica e poco più. Io sinceramente un reef artificiale di piattaforme non lo vedo un fatto positivo, ma immagino che agli amanti di film alla Waterworld piaccia l'idea.
    Ultima modifica di Zeppeli; 03-04-16 alle 12:14

  7. #167
    Senior Member L'avatar di Lewyn
    Data Registrazione
    Jan 2016
    Messaggi
    362

    Re: Referendum trivellazioni

    Ma questa classificazione delle piattaforme dove l'hai trovata?

    Per il decomissionamento al momento c'è il progetto poseidon ( http://www.eniday.com/it/technology_it/oasi-di-vita/ ) che non prevede nessun affondamento.

  8. #168
    Quello col piede in bocca L'avatar di Zeppeli
    Data Registrazione
    Jan 2016
    Messaggi
    1.775

    Re: Referendum trivellazioni

    Citazione Originariamente Scritto da Lewyn Visualizza Messaggio
    Ma questa classificazione delle piattaforme dove l'hai trovata?

    Per il decomissionamento al momento c'è il progetto poseidon ( http://www.eniday.com/it/technology_it/oasi-di-vita/ ) che non prevede nessun affondamento.
    La classificazione americana in base alla profondità marina su cui si lavora (Disposal of offshore platform, NA 1985), non in base al tipo di metodologia estrattiva. Ci sono ampi studi sui costi di decommissionamento, oltre che sull'impatto ambientale marino, come quelli di Patin in "Environmental impact of the offshore oil and gas industry". Ognuno ovviamente dice la sua. Diciamo che se mi posti il sito dell'ENI ho qualche dubbio su quanto sia approfondito l'argomento (per non dire altro) e che un progetto che prevede per ora solo il monitoraggio di alcune specie di cetacei (come indica lo stesso sito), avrà un esito positivo.

    Qui c'è un buon testo, piuttosto lungo da leggere sull'argomento

    http://www.oceansciencetrust.org/wp-...missioning.pdf
    Ultima modifica di Zeppeli; 03-04-16 alle 18:04

  9. #169
    Senior Member L'avatar di Lewyn
    Data Registrazione
    Jan 2016
    Messaggi
    362

    Re: Referendum trivellazioni

    Mai sentita usare da nessuno quella classificazione. Si definisce il tipo di impianto (che dipende dalla profondità d'acqua) e bona.

    Riguardo al progetto, io ti ho portato un qualcosa che si sta facendo realmente in Italia, visto che è questo il tema del topic. Quando ci saranno altri progetti potremo parlare di quelli.

  10. #170
    Quello col piede in bocca L'avatar di Zeppeli
    Data Registrazione
    Jan 2016
    Messaggi
    1.775

    Re: Referendum trivellazioni

    Citazione Originariamente Scritto da Lewyn Visualizza Messaggio
    Mai sentita usare da nessuno quella classificazione. Si definisce il tipo di impianto (che dipende dalla profondità d'acqua) e bona.

    Riguardo al progetto, io ti ho portato un qualcosa che si sta facendo realmente in Italia, visto che è questo il tema del topic. Quando ci saranno altri progetti potremo parlare di quelli.
    Non l'avrai sentita usare, ma è,per esempio, nel testo di cui ti ho riportato il titolo, visto che è una pubblicazione della National Academy of Sciences.

  11. #171
    Senior Member L'avatar di Lewyn
    Data Registrazione
    Jan 2016
    Messaggi
    362

    Re: Referendum trivellazioni

    E io ti sto dicendo che o quella classificazione non è mai stata usata nell'industria o, per lo meno, non si usa più da anni, visto che nè io, nè diversi miei colleghi l'hanno mai sentita.

    Vogliamo fare considerazioni tecniche? Facciamole pure, ma usiamo una terminologia corretta, dato che usare certe espressioni (tra cui spicca "trivellazioni") ti qualifica come uno che non sa di cosa stia parlando.

  12. #172
    Senior Member L'avatar di Pinhead81
    Data Registrazione
    Jan 2016
    Messaggi
    1.648

    Re: Referendum trivellazioni

    La categorizzazione non l'avevo sentita mai nemmeno io non ci ho direttamente lavorato però; o meglio, sono stato una 30ina di volte su una dozzina di piattaforme off-shore per lavoro ma del tutto slegato all'attività estrattiva. Su docs vari relativi, classificazioni e denominazione però mi giunge nuovo quanto sopra (non dico sia falso, forse desueto o comunque non utilizzato qui nel bel paese).

  13. #173
    Quello col piede in bocca L'avatar di Zeppeli
    Data Registrazione
    Jan 2016
    Messaggi
    1.775

    Re: Referendum trivellazioni

    Citazione Originariamente Scritto da Pinhead81 Visualizza Messaggio
    La categorizzazione non l'avevo sentita mai nemmeno io non ci ho direttamente lavorato però; o meglio, sono stato una 30ina di volte su una dozzina di piattaforme off-shore per lavoro ma del tutto slegato all'attività estrattiva. Su docs vari relativi, classificazioni e denominazione però mi giunge nuovo quanto sopra (non dico sia falso, forse desueto o comunque non utilizzato qui nel bel paese).
    che non sia usata nel nostro paese o siano desuete è possibile, io mi baso su testi scientifici che ho letto, se poi pure la National Academy e le sue pubblicazioni sono vaccate, che vi debbo dire... Ognuno ha le sue opinioni in merito.

  14. #174

    Re: Referendum trivellazioni

    Due articoli interessanti e molto esplicativi.

    Io comunque ho deciso che voterò NO.


    In moltissimi ci avete chiesto un parere sul referendum abrogativo del 17 aprile e dato che manca poco è giunta l’ora. Tendenzialmente quando si affrontano questi argomenti è cosa buona avere qualcosa da raccontare e in molti lo hanno fatto. Facendo una ricerca su Google potete trovare molti articoli in cui gli autori spiegano perché voterebbero sì o no, altri dove vengono spiegati gli effetti del voto. La carne al fuoco è molta, ma essendo il referendum comunque un atto politico preferisco affrontare la questione in maniera diversa, con un metodo molto poco utilizzato in Italia: il reality check e nel dettaglio il reality check di quanto sostenuto dalla campagna del sì. Per quanto possa sembrare una presa di posizione è utile ricordare che stiamo parlando di un referendum abrogativo nato da un’iniziativa dei consigli regionali di Basilicata, Marche, Puglia, Sardegna, Veneto, Calabria, Liguria, Campania, Molise e Abruzzo – che poi si è tirato indietro – quindi c’è qualcuno che sta chiedendo agli italiani un’opinione sulla modifica di una norma dietro a una spinta politica. È importante perciò capire quali informazioni vengano date a sostegno di questa richiesta. Da notare che è la prima volta che un referendum viene indetto su iniziative delle regioni italiane. Prima di tutto alcuni link utili:

    LA DATA La prima polemica è stata sulla scelta della data, il 17 di aprile, non per la data in sé ma perché il comitato sostenitore chiedeva l’accorpamento con le elezioni amministrative di questo anno. Dal loro sito troviamo questo comunicato stampa (formato Word):
    “Chiedere al Governo di rivedere il provvedimento in favore di un election day che accorpi il voto alla prossima tornata elettorale delle amministrative e non firmare la deliberazione governativa che istituisce la data del 17 aprile per il voto referendario”. E’ la richiesta rivolta a Sergio Mattarella da associazioni ambientaliste, sociali e studentesche, organizzazioni sindacali, comitati e testate giornalistiche che hanno scritto oggi al presidente della Repubblica in merito alla data fissata ieri dal Governo per il referendum popolare sulle trivellazioni in mare.
    Nella lettera inviata al presidente Mattarella, i firmatari ribadiscono le ragioni a sostegno della necessità di un election day che accorpi il referendum alle prossime elezioni amministrative: una “richiesta avanzata da Regioni, parlamentari, associazioni ambientaliste, comitati e rappresentanti della società civile” e ignorata dal Governo, nonostante fosse “un’opzione perseguibile in tempi brevi, adottando lo strumento del decreto legge”.
    La scelta di una data diversa dall’election day potrebbe anche essere vista come una ripicca del Governo nei confronti del comitato sostenitore, ma è l’applicazione dell’attuale legge che concerne la questione elezioni, il Decreto Legge n. 98 del 6 Luglio 2011, articolo 7:
    1. A decorrere dal 2012 le consultazioni elettorali per le elezioni
    dei sindaci, dei Presidenti delle province e delle regioni, dei
    Consigli comunali, provinciali e regionali, del Senato della
    Repubblica e della Camera dei deputati, si svolgono, compatibilmente
    con quanto previsto dai rispettivi ordinamenti, in un’unica data
    nell’arco dell’anno.
    2. Qualora nel medesimo anno si svolgano le elezioni dei membri del
    Parlamento europeo spettanti all’Italia le consultazioni di cui al
    comma 1 si effettuano nella data stabilita per le elezioni del
    Parlamento europeo.
    I referendum non sono tra le consultazioni previste per l’accorpamento all’interno dell’election day. Il problema è in realtà antico e si ripropone a ogni referendum. Come riporta l’Huffington Post, nel 2009 e nel 2011 successe la stessa cosa con gli stessi toni – “spreco di risorse pubbliche” – a parti invertite: era il Partito Democratico ai tempi a sostenere la necessità di un accorpamento e presentò nel 2011 anche una mozione per chiederlo, così come quest’anno è stata SEL a presentare una proposta di legge che lo prevedesse. Questa faccenda rientra in quella categoria dei “giochini politici” dove tutti, a turno, fanno gli indignati, la voce del popolo o il padrone che non vuol sentire ragioni. Era quindi possibile accorpare il voto referendario nell’election day? Solo modificando apposta l’attuale legge in merito. La risposta quindi assomiglia molto più ad un sì che ad un no, ma chi propone i referendum dovrebbe partire dal presupposto che la legge non preveda questo accorpamento, ergo chi propone un referendum sa già che non capiterà. Chiedere per ogni singola necessità un DL è un principio sbagliato, pericoloso e controproducente, che rischia solo di creare confusione a livello normativo. Sul sito del Comitato viene riportato quanto segue riguardo alla data:
    Sarà possibile votare per il referendum soltanto nella giornata di domenica 17 aprile. Per la prima volta nella storia Repubblicana, infatti, il Governo ha convocato un referendum nella prima domenica disponibile per mettere i bastoni tra le ruote, riducendone sensibilmente il tempo a disposizione, a una campagna referendaria che evidentemente lo spaventa.
    Lettura politica a parte, se era la prima domenica utile significa che era una domenica utile, quindi il Governo non ha fatto nulla di irregolare. Come per il principio dell’election day, se si voleva evitare questo tipo di problema avrebbero dovuto pensarci molto prima. Che sia la prima volta poi non ha nessun valore significativo: questo è anche in assoluto il primo referendum su proposta dei consigli regionali. IL REFERENDUM E IL QUESITO Dettaglio non da poco è a cosa ci viene chiesto di esprimere una opinione contraria o a favore. Il titolo del referendum è:
    Divieto di attività di prospezione , ricerca e coltivazione di idrocarburi in zone di mare entro dodici miglia marine. Esenzione da tale divieto per i titoli abilitativi già rilasciati. Abrogazione della previsione che tali titoli hanno la durata della vita utile del giacimento.
    Mentre il quesito è il seguente:
    Volete voi che sia abrogato l’art. 6, comma 17, terzo periodo, del decreto legislativo 3 aprile 2006, n.152, “Norme in materia ambientale”, come sostituito dal comma 239 dell’art. 1 della legge 28 dicembre 2015, n. 208 “Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (legge di stabilità 2016)”, limitatamente alle seguenti parole: “per la durata di vita utile del giacimento, nel rispetto degli standard di sicurezza e di salvaguardia ambientale”?
    Più nel dettaglio spiegano il significato del referendum:
    Con il referendum del 17 aprile si chiede agli elettori di fermare definitivamente le trivellazioni in mare. In questo modo si riusciranno a tutelare definitivamente le acque territoriali italiane. Nello specifico si chiede di cancellare la norma che consente alle società petrolifere di cercare ed estrarre gas e petrolio entro le 12 miglia marine dalle coste italiane senza limiti di tempo. Nonostante, infatti, le società petrolifere non possano più richiedere per il futuro nuove concessioni per estrarre in mare entro le 12 miglia, le ricerche e le attività petrolifere già in corso non avrebbero più scadenza certa. Se si vuole mettere definitivamente al riparo i nostri mari dalle attività petrolifere, occorre votare “Sì” al referendum. In questo modo, le attività petrolifere andranno progressivamente a cessare, secondo la scadenza “naturale” fissata al momento del rilascio delle concessioni.
    Questo è un punto molto importante che purtroppo viene spiegato molto male:
    Con il referendum del 17 aprile si chiede agli elettori di fermare definitivamente le trivellazioni in mare.
    No, le trivellazioni in mare non vengono fermate definitivamente. Come riportano due righe dopo è già vietato fare nuove trivellazioni entro le 12 miglia marine, quindi è possibile effettuare nuove trivellazioni oltre le 12 miglia marine e questo non viene modificato dal referendum. Non sono quindi le trivellazioni ad essere colpite dal quesito – non è che ogni giorno queste strutture eseguano delle nuove perforazioni nel fondale – ma le concessioni per l’estrazione del gas naturale e di petrolio (di questo parliamo tra poco). Se vincesse il sì al momento attuale e nel breve termine cambierebbe ben poco. Qui potete vedere quali sono le zone dove è possibile effettuare richieste: Se il referendum non raggiungesse il quorum, o vincesse il no, tutte le concessioni attualmente attive entro le 12 miglia continuerebbero ad estrarre gas o petrolio fino all’esaurimento naturale delle risorse; se invece dovesse vincere il sì le concessioni non potranno più essere prorogate oltre l’attuale scadenza delle esistenti concessioni. Le concessioni scadute per le quali è già stata chiesta la proroga, se approvate, potranno comunque proseguire, nel caso vincesse il sì, fino alla nuova scadenza. Ecco la situazione attuale delle piattaforme marine aggiornate al 29 Febbraio 2016 in Italia dai dati del Ministero:
    • Totale: 135
    • Entro il limite delle 12 miglia: 92
    • Di queste, non operative: 8
    • Di queste, eroganti: 48
    • Di queste, non eroganti: 31
    • Che estraggono petrolio: 11, attive 10

    Da questi dati possiamo dedurre che 43 piattaforme marine, quasi il 32%, non sono interessate dall’esito del referendum. Di quelle interessate solo il 52% è attualmente operativo e di quelle operative solo il 20% estrae petrolio. COSA SI ESTRAE Perché questi dati sono importanti? Perché chi sostiene il sì ha incentrato la campagna contro il petrolio: Come abbiamo visto, il petrolio pesa solo su un quinto delle estrazioni delle piattaforme interessate. Questi sono i dati sui volumi complessivi estratti negli ultimi anni per il petrolio: L’estrazione di petrolio è passata da quasi 2 milioni a 750 mila tonnellate, quasi un terzo. Anche per il gas il trend è simile: Dal 1992 al 2014 l’estrazione complessiva (entro e oltre le 12 miglia) di gas è passato dai 13’500 ai 4’800 miliardi di metri cubi, assestandosi anche qui a poco sopra un terzo della produzione iniziale. Questi numeri sono utili per rendersi conto che l’estrazione non è in aumento, ma in calo. Un altra questione molto importante è che il referendum non va a colpire in nessun modo le “trivellazioni” su terra, ma solo quelle in mare entro le 12 miglia. La produzione italiana di gas interessata da questo referendum è poco meno del 30%, della quale circa il 9% entro breve tempo e il restante dilazionato nei prossimi anni in funzione della scadenza della concessione mentre per il petrolio si rinuncerebbe al 9% circa della produzione (dati). Le tabelle che vi ho riportato provengono dal Ministero dello Sviluppo Economico, Direzione Generale per le risorse minerarie ed energetiche (link). Semplificando, se vincesse il sì dovremmo rinunciare a circa il 10% della nostra produzione di petrolio e il 30% della produzione di gas. Se per il petrolio la paura di disastri ecologici e inquinamento del mare è comprensibile, è saggio rinunciare al 30% della nostra produzione di gas? CHI ESTRAE Sul sito del Comitato si trovano varie news, in una si possono leggere queste righe:
    Il nemico da contrastare è l’impero delle multinazionali, che ha messo in piedi un sistema di sfruttamento globale, capace di corrompere e scavalcare diritti. Abbattiamo questo modello economico imperiale estromettendo le multinazionali dalla gestione delle energie e sostituendovi un modello autogestito, comunità energetiche che agiscano dal basso, all’interno di modelli economici che diano risposte anche ai diritti occupazionali dei lavoratori di Viggiano e non solo.
    Oppure:
    Le multinazionali che chiedono un permesso per cercare o una concessione per estrarre idrocarburi non lo fanno per corrispondere alle esigenze del fabbisogno energetico nazionale né per creare posti di lavoro. Lo fanno solo per perseguire i propri interessi economici; e questo lo capisce anche un bambino.
    Dai dati che fornisce il ministero, entro le 12 miglia marine le concessioni sono attribuite a:

    La maggior parte delle concessioni è quindi in mano ad una azienda che senza dubbio rientra nel profilo “multinazionale”, ma è una azienda italiana (ENI). Così come è ovvio che non lo facciano per carità, lo stesso bambino però si rende conto che abbiamo bisogno di estrarre petrolio e gas, così come è chiaro a tutti che ci sia bisogno di soluzioni alternative. LE ALTERNATIVE Il referendum in questione non ha nessun effetto sull’investimento su soluzioni alternative, che siano solare o eolico. L’unico effetto diretto del referendum è diminuire gradualmente l’estrazione di gas e petrolio, non di diminuirne il consumo o di aumentare la produzione di energia da fonti rinnovabili. Dai flyer del Comitato del sì:
    Il tempo delle fonti fossili è scaduto: in Italia il nostro Governo deve investire da subito su un modello energetico pulito, rinnovabile, distribuito e democratico, già affermato nei
    Paesi più avanzati del nostro Pianeta
    Oggi l’Italia produce più del 40% della sua energia elettrica da fonti rinnovabili, con 80mila addetti tra diretti e indiretti, e una ricaduta economica di 6 miliardi di euro.
    L’aumento delle estrazioni di gas e petrolio nei nostri mari non è in alcun modo direttamente collegato al soddisfacimento del fabbisogno energetico nazionale.
    Se per il petrolio – che non significa solo benzina o gasolio, ma dal quale si ottengono una notevole quantità di derivati – c’è una comprensibile avversione, in un’ottica di passaggio ad un sistema più ecosostenibile il gas naturale ha un ruolo ancora importante. Per esempio, in Italia non è ancora stato completato il passaggio di tutte le caldaie per il riscaldamento domestico da gasolio a metano e queste inquinano ancora moltissimo. Il 40% di energia elettrica da fonti rinnovabili è un dato importante, ma, come dicevo, queste risorse non servono solo alla produzione di energia elettrica: facile ma incompleto il collegamento petrolio=carburante per auto e gas=riscaldamento e carburante. CHI CI GUADAGNA E LA QUESTIONE POLITICA Nei vari siti e volantini c’è un messaggio che viene passato un po’ in secondo piano, ma che mi sembra fondamentale. Come si diceva all’inizio non è più possibile effettuare nuove trivellazioni entro le 12 miglia marine – ed è una cosa positiva – ma nel frattempo il Governo ha fatto una modifica sulla durata:
    Perché questo quesito referendario, a cui Legambiente chiede di votare Sì? Perché il governo, con un emendamento alla legge di Stabilità 2016 (che modifica il decreto legislativo 152/2006) ha vietato tutte le nuove attività entro le 12 miglia marine, ma ha mantenuto i titoli già rilasciati prevedendo che essi possano rimanere vigenti “fino a vita utile del giacimento”.
    La legge in materia prevedeva che le concessioni di coltivazione avessero una durata trentennale (prorogabile attraverso apposita richiesta per periodi di ulteriori 5 o 10 anni) e i permessi di ricerca una durata di 6 anni (con massimo due proroghe consentite di 3 anni ciascuna); con questa modifica alla legge di Stabilità i titoli già rilasciati entro le 12 miglia dalla costa (e soltanto questi) non hanno più scadenza.
    In precedenza le concessioni avevano una durata iniziale di 30 anni, rinnovabile più volte. Per tutte le concessioni oltre le 12 miglia non è cambiato nulla, ma quelle entro i 12 non hanno più scadenza alcuna e potranno andare avanti fino all’esaurimento delle risorse senza bisogno di alcuna proroga; e questo viene visto come un regalo alle aziende estrattrici. La questione riguardo al guadagno delle compagnie viene ribadito più volte. Legambiente dice:
    “E’ importante ricordare – sottolinea Rossella Muroni, presidente di Legambiente – che mettere una scadenza alle concessioni date a società private, che svolgono la loro attività sfruttando beni appartenenti allo Stato, non è una fissazione delle associazioni ambientaliste o dei comitati, ma è una regola comunitaria.
    Al di là del merito – conclude la nota dell’associazione – non si comprende perché le aziende dell’oil&gas debbano godere di un privilegio che non è dato, giustamente, a nessun altro, e che si aggiunge a tanti altri, agevolazioni fiscali, sussidi indiretti o royalties molto vantaggiose, che Legambiente ha quantificato in circa 2,1miliardi di sussidi diretti o indiretti all’anno all’intero comparto.
    Il Comitato comunica:
    Gli idrocarburi presenti in Italia appartengono al patrimonio dello Stato, ma lo Stato dà in concessione a società private – per lo più straniere – la possibilità di sfruttare i giacimenti esistenti. Questo significa che le società private divengono proprietarie di ciò che viene estratto e possono disporne come meglio credano. Allo Stato esse sono tenute a versare solo un importo corrispondente al 7% del valore della quantità di petrolio estratto o al 10% del valore della quantità di gas estratto. Non tutta la quantità di petrolio e gas estratto è però soggetta a royalty. Le società petrolifere non versano niente alle casse dello Stato per le prime 50.000 tonnellate di petrolio e per i primi 80 milioni di metri cubi di gas estratti ogni anno e godono di un sistema di agevolazioni e incentivi fiscali tra i più favorevoli al mondo. Nell’ultimo anno dalle royalty provenienti da tutti gli idrocarburi estratti sono arrivati alle casse dello Stato solo 340 milioni di euro.
    I grandi vantaggi alle compagnie petrolifere non sono un’esclusiva italiana – il North Dakota è un esempio lampante e molto recente – ma questo non vuol dire che debba essere tollerato. Arriviamo però al punto più importante per il referendum: è questo lo strumento migliore per correggere la situazione? Non dovrebbe essere la politica – il Parlamento – a gestire queste cose? Il quesito referendario sembra avere più una ragione politica che ambientalista – che per assurdo è l’aspetto che ha le argomentazioni migliori. Leggendo le posizioni di chi sostiene il referendum, solo le questioni puramente ambientali sembrano avere un filo logico coerente. LA QUESTIONE AMBIENTALE
    Le ricerche di petrolio e gas mettono a rischio i nostri mari e non danno alcun beneficio durevole al Paese. Tutte le riserve di petrolio presenti nel mare italiano basterebbero a coprire solo 7 settimane di fabbisogno energetico, e quelle di gas appena 6 mesi.
    L’estrazione di idrocarburi è un’attività inquinante, con un impatto rilevante sull’ambiente e sull’ecosistema marino. Anche le fasi di ricerca che utilizzano la tecnica dell’airgun (esplosioni di aria compressa), hanno effetti devastanti per l’habitat e la fauna marina.
    La ricerca e l’estrazione di idrocarburi ha un notevole impatto sulla vita del mare. Le attività di routine delle piattaforme possono rilasciare sostanze chimiche inquinanti e pericolose nell’ecosistema marino, con un forte impatto sull’ambiente e sugli esseri viventi, come dimostrano i dati del ministero dell’Ambiente relativi ai controlli eseguiti nei pressi delle piattaforme in attività oggi nel mare italiano. Anche la ricerca del gas e del petrolio, che utilizza la tecnica dell’airgun (esplosioni di aria compressa), incide, in particolar modo, sulla fauna marina: le emissioni acustiche dovute all’utilizzo di tale tecnica possono elevare il livello di stress dei mammiferi marini, modificare il loro comportamento e indebolire il loro sistema immunitario. Possono provocare inoltre danni diretti a un’ampia gamma di organismi marini – cetacei, tartarughe, pesci, molluschi e crostacei – e alterare la catena trofica. Senza considerare che i mari italiani sono mari “chiusi” e un incidente anche di piccole dimensioni potrebbe mettere a repentaglio tutto questo. Un eventuale incidente – nei pozzi petroliferi offshore e/o durante il trasporto di petrolio – sarebbe fonte di danni incalcolabili con effetti immediati e a lungo termine sull’ambiente, la qualità della vita e con ripercussioni gravissime sull’economia turistica e della pesca.
    Qua esce l’anima ambientalista del referendum, sostenuta tra gli altri da Greenpeace, Legambiente e WWF, ed è tutto condivisibile, soprattutto l’avversione per gli effetti dell’airgun. La tutela dei nostri mari e della sua fauna è importante quanto lo sono le risorse che da lì possiamo ricavare. Ribadisco che trovo le argomentazioni a salvaguardia della fauna marina quelle più importanti, ma bisogna essere onesti con se stessi e ammettere che una vittoria del sì non cambierebbe di gran lunga la situazione, dato che oltre i 22km le attività non verranno assolutamente toccate, per non dimenticare che nei “nostri” mari ci sono le piattaforme autorizzate da altre nazioni. Bisognerebbe quindi rivalutare il concetto di “nostri” mari e forse di quanto sarebbe necessaria una politica comunitaria riguardo a questi problemi (risorse Vs salute del mare). Una regolamentazione più rigida sulle tecniche per la ricerca potrebbe essere una buona idea, ma dovrebbe essere realizzata come un proposta politica, non un referendum. CHI LO SOSTIENE La lettera al presidente Mattarella a proposito dell’accorpamento nell’election day riporta la firma di:
    Firmano la lettera al presidente Mattarella: Adusbef, Arci, Coordinamento FREE, Coordinamento nazionale NO TRIV, Cospe, Enpa, Fairwatch, Federazione Italiana Media Ambientali, Filt-Cgil Roma e Lazio, Fiom-Cgil, Focsiv, Fondazione UniVerde, Giornalisti nell’Erba, Green Cross Italia, Greenpeace, Italia Nostra, Kyoto Club, La Nuova Ecologia, LAV, Legambiente, Liberacittadinanza, Link Coordinamento Universitario, Lipu, Marevivo, Progressi, Pro-natura, QualEnergia, Rete della Conoscenza, Rete Studenti Medi, Si alle rinnovabili No al Nucleare, Slow Food Italia, Touring Club Italiano, Uisp, Unione degli Studenti, Unione degli Universitari, WWF, Altra Trento – Altra Rovereto, CIES, Clima Azione, Club Amici della Terra Versilia, Coalizione Mantovana per il Clima, Gruppo Impegno Missionario di Germignaga, Murales, Oltre La Crescita, Resilienza Verde, RSU Almaviva, Soc. Coop. E’ nostra, TerrediLago.
    E QUINDI? Lo scopo di questo articolo non è di spostare verso il sì, verso il no o alla astensione. Negli ultimi – molti – anni non mi sono dimostrato un elettore diligente, ma invitare all’astensione non è una cosa molto civile ed educativa. Ne abbiamo la facoltà ovviamente – a differenza di altri paesi – ma non è la presa di posizione più intelligente. Arriviamo però al momento di tirare le somme. Le trivelle. Chi spinge il referendum sta puntando molto alla figura della trivella: dire trivella invece di piattaforma di estrazione fa tutto un altro effetto, è chiaro. L’associazione con la denominazione notriv e al “fermare le trivelle” è una chiara forzatura della realtà come abbiamo visto: a nessuno è consentito già di trivellare entro quei confini che vengono trattati dal referendum. Il movimento contro la trivellazione è molto più largo e vorrebbe in realtà fermare qualsiasi trivellazione sul suolo o mare italiano, in assoluto. Il richiamo costante al petrolio, sproporzionato nel caso specifico data la ridotta quantità di piattaforme coinvolte che lo estraggono, è per rafforzare questa immagine. Nessuna trivella quindi verrà fermata da questo referendum. L’ambiente. Un dettaglio che pian piano è stato messo in secondo piano è che i quesiti iniziali fossero di più, 6 per la precisione, ma solo uno è passato allo scrutinio della Corte Costituzionale. Dal punto di vista “verde” il sesto quesito era molto importante (divieto assoluto di nuove ispezioni entro le 12 miglia dalla costa e dalle zone protette) e il quesito referendario rimasto, considerando la scelta del Governo di vietare tutte le trivellazioni in questa area, ha purtroppo uno scarso impatto. La questione economica e la necessità di queste risorse. La posizione del sì è molto confusa su questo punto. Mentre ci si impunta sul fatto che bisogna smettere di usare i combustibili fossili si cerca però di far passare il messaggio che poi tanto “non valga neanche la pena” allo Stato di estrarre dal mare, in quanto le royalties incassate sarebbero molto basse. Che lo Stato incassi molto poco sembra quasi una forzatura, necessaria per stimolare la pancia della gente, pronta a gridare di fronte a qualsiasi spreco di danaro pubblico. Si faccia una proposta di aumentare le royalties in maniera da poter ottenere più soldi – magari da reinvestire in progetti di salvaguardia del mare? – invece di lamentarsi che sono basse. In quel caso ne varrebbe la pena? Quella che secondo me è la posizione più criticabile del sì è quello che, sempre secondo la mia opinione, la popolazione ha percepito meglio: a noi servono il gas e il petrolio. Se, come conferma anche il comitato del sì, non cambierà nulla per anni, e poco abbastanza lentamente, non avrebbe più senso investire le risorse – tempo e attività politica – in altri progetti volti a ridurre i consumi? Le regioni. Guardando gli altri quesiti referendari bocciati si nota ancora di più quanto alle Regioni interessate pesi il fatto che lo Stato, quindi il Governo, possa prevaricare il loro volere. Non sono neanche andato a vedere di che colore siano i consigli regionali coinvolti perché non credo che sia semplicemente un problema di parte politica, ma di potere. Sui siti dei referendari si pone molto l’accento sulla contrapposizione con Renzi, l’arcinemico per questa faccenda, questo è verissimo, ma credo che le Regioni siano più arrabbiate per il potere decisionale che finisce allo Stato. I posti di lavoro. Questo punto non l’ho trattato finora. Idee assurde a parte, è chiaro che un poco alla volta i posti di lavoro di chi lavora nel campo dell’estrazione di petrolio e gas diventano a rischio. Questo però dovrebbe diventare una costante nel futuro: la spinta verso soluzioni alternative dovrebbe essere già presente e forte, ed essere uno stimolo per le tutte le aziende che sono coinvolte con l’energia. Ribadisco ancora che serve un progetto ad ampio respiro con tutte le parti coinvolte per avere risultati seri e importanti, non un referendum. Poi però la gente non deve lamentarsi degli impianti di pannelli solari, delle centrali eoliche o di eventuali nuove centrali idroelettriche. L’energia da qualche parte dobbiamo tirarla fuori. Ma non è solo quello: nuovi materiali e nuove tecnologie ci servono per uscire dall’era del petrolio. Però poi non lamentiamo dei soldi investiti nei progetti spaziali, che servono anche a questo. Spero di avervi aiutato a capire meglio, o almeno qualcosa in più, su questo referendum. Farsi una propria opinione su questioni importanti per la vita di un Paese dovrebbe venire naturale, ma spesso non ci dedichiamo molto tempo. Raramente esiste una posizione in assoluto giusta o una sbagliata su questioni economiche e politiche di questa portata e sarebbe meglio controllare direttamente l’operato delle amministrazioni locali e nazionali mentre queste esercitano i loro compiti piuttosto che stracciarsi le vesti in un secondo momento.


    Referendum Trivelle, una geologa: “ecco perché io non andrò a votare e se proprio fossi costretta, voterei NO”


    Ho letto tutti i vostri post sulle trivelle. Ho guardato tutte le sfilate delle immagini più o meno toccanti e più o meno simpatiche (l’ultima delle quali, “trivella tua sorella”, oltre che essere sfacciatamente maschilista, è stata proprio un epic fail, complimenti agli ideatori!). Immaginavo già che alcuni dei più famosi brand italiani arrivassero anche ad approfittare del momento caldo per le proprie campagne pubblicitarie (ed ecco infatti che “le uniche trivelle che ci piacciono” hanno per protagonisti un fusillo di pasta che si tuffa nel ragù e un cavatappi che affonda nel sughero di un nero d’avola). Mi rendo conto di quanto possa essere abbastanza facile restare impressionati da una campagna di Greenpeace che ci fa vedere le immagini del povero gabbiano tutto sudicio di petrolio che tenta disperatamente di aprire le ali. Ci vengono le lacrime agli occhi, vero? Ma siccome sono chiamata a dare un voto e mi piace pensare e agire con la mia testa, ho deciso di prendermi del tempo per informarmi e andare oltre le immagini e le informazioni che fonti “orientate” ci propinano in rete, soprattutto in materia ambientale, visto il tipico vizio che hanno certe campagne ambientaliste di puntare i piedi e otturare le orecchie. E quello che ho trovato in rete mi ha molto stupita. Sono partita da un paio di articoli (Il Post e Le Scienze) per poi approfondire saltellando da link a link fino a farmi un’idea mia che, per necessità di chiarezza, sento il bisogno di condividere. Premetto che ho molto a cuore l’ambiente ma rifiuto la definizione di ambientalista (parola che come “fondamentalista” e “integralista” denota un estremismo spesso privo di qualsiasi tipo di raziocinio). E no, non sono un geologo che lavora in piattaforma, sono un geologo disoccupato che manco ci pensa ad andare a lavorare in piattaforma, per carità. E non ho nessuno in famiglia che lavora alla Eni. Insomma nessun interesse personale nelle mie opinioni.
    Lasciando stare le motivazioni occupazionali (in caso di vittoria del SI, circa settemila lavoratori impiegati nel settore perderebbero il posto di lavoro, motivo per cui diversi sindacati si sono schierati a favore del NO) e le motivazioni economiche (dismettere gli impianti prima del tempo significa chiaramente un costo enorme per le spese di ammortamento, perché vuol dire non usare quell’impianto per l’intera vita operativa per cui era stato progettato) voglio discutere di seguito i motivi per cui non andare a votare nella speranza che non venga raggiunto il quorum, mi sembra la soluzione “più sostenibile”:
    1) Lo stop che prevede il referendum riguarda più il gas metano che il petrolio. In Italia il petrolio, l’oggetto più demonizzato dalle campagne “No-Triv”, viene estratto per la maggior parte a terra e non in mare. Gli impianti che saranno oggetto del referendum estraggono fondamentalmente metano, che sebbene fossile, è una fonte di gran lunga meno dannosa del petrolio e ancora per molti versi insostituibile (attualmente il 54% dell’offerta energetica mondiale). In questa pagina del sito dell’Ufficio Nazionale Minerario per gli Idrocarburi e le Georisorse, vi è l’elenco completo delle piattaforme oggetto del referendum (quelle entro i limiti delle 12 miglia), la profondità del fondale (dato spesso sottovalutato, ma molto importante) e il tipo di combustibile estratto. Nonostante Greenpeace si faccia portavoce di immagini con ragazzi in costume da bagno ricoperti di catrame e poveri pennuti starnazzanti nel petrolio, scorrere velocemente l’elenco degli impianti farà capire brevemente come la percentuale di impianti a GAS sia in netta maggioranza rispetto a quelli a OLIO. Questo si traduce con una sola frase: Siamo disinformati e pronti ad abboccare a qualsiasi cosa, basta che sia green.
    LaPresse/Vincenzo Livieri 2) la vittoria del SI porterà comunque alla costruzione di altri impianti. La costruzione di piattaforme entro le 12 miglia è vietata per legge dal 2006 (comma 17 dell’art. 6 del D.Lgs 152/06) e su questo possiamo stare sereni. La vittoria del SI non potrà, però, impedire alle compagnie di spostarsi e costruire nuovi impianti poco oltre questo limite. Praticamente con il SI quello che vogliamo dire alle compagnie e: << Sentite, anche se avete ancora un botto di gas da estrarre in questo giacimento, chiudete tutti i rubinetti e spostatevi più lontano oppure andatevene in un altro paese >>. Si, significa questo, ridotto ai minimi termini. La compagnia allora potrà scegliere se non cambiare stessa spiaggia stesso mare, dismettere l’impianto entro le 12 miglia e farne, per esempio, uno nuovo a 12,5 miglia (li dove nessuno potrà lamentarsi di nulla) oppure andare a cercare giacimenti altrove, sulla terraferma o in altri paesi. Ma inevitabilmente, altri impianti saranno costruiti e altri saranno potenziati, per sopperire al fabbisogno energetico. Se vietiamo l’utilizzo degli impianti esistenti, da qualche altra parte questo gas dovremo andarlo a prendere, no?

    3) La vittoria del SI non scongiura un rischio ambientale, anzi, contribuisce ad aumentare l’export petrolifero e quindi anche l’inquinamento. Ora, immaginiamoci un disastro ambientale, un grave incidente a una piattaforma petrolifera posizionata “correttamente” e cioè oltre il limite delle 12 miglia. Pensate davvero che un miglio, 5 miglia o anche 20 miglia possano fare la differenza? Sarebbe comunque una catastrofe e nessun vascello di Greenpeace o panda del WWF potrà correre avanti e indietro e fare da barricata all’avanzare del petrolio verso le coste. In più lo stop delle piattaforme esistenti si tradurrebbe in un maggiore traffico di petroliere che vanno a spasso per i nostri mari per portarci i combustibili che noi abbiamo deciso di non estrarre più ma di cui avremo ancora bisogno. Petroliere alimentate a petrolio, che trasportano petrolio e che possono esplodere o essere soggette a perdite e sversamenti. Senza dimenticarci che, sempre in Adriatico, anche la Croazia e la Grecia trivellano e, in futuro, potrebbero attingere ai giacimenti che l’Italia abbandonerà in caso di vittoria del SI. Insomma, a livello di rischio ambientale non cambia proprio nulla.
    4) La vittoria del SI non si traduce in una politica immediata a favore delle energie rinnovabili che a conti fatti da sole non possono ancora bastare. Cosa vi aspettate, che all’indomani della cessazione delle attività nelle piattaforme, l’Italia magicamente si sosterrà solo con le rinnovabili? Siamo d’accordo che l’utilizzo dei combustibili fossili non sia una pratica sostenibile. Ma appunto per questo bisognerebbe puntare non alla costruzione di altri impianti, bensì allo sfruttamento residuo di quelli già esistenti che devono fare da supporto alle energie rinnovabili sempre più in crescita ma non ancora autonome. In un futuro (credo ancora troppo lontano) si auspica l’utilizzo esclusivo di energie rinnovabili ma ciò deve essere fatto un passo alla volta, con la consapevolezza che un periodo di “transizione” è fisiologico e l’utilizzo delle fonti fossili, soprattutto del gas, ci dovrà accompagnare in questo passaggio. In poche parole, se togliamo il gas e il petrolio dobbiamo essere in grado di sostenere subito “la baracca” in un altro modo altrettanto efficiente. Le stesse Greenpeace, Legambiente, Marevivo, Touring Club italiano e WWF hanno detto: “quello che serve per difendere una volta per tutte i nostri mari è il rigetto immediato e definitivo di tutti i procedimenti ancora pendenti nell’area di interdizione delle 12 miglia dalla costa e una moratoria di tutte le attività di trivellazione a mare e a terra, sino a quando non sarà definito un Piano energetico nazionale volto alla protezione del clima e rispettoso dei territori e dei mari italiani”. Ok, siamo d’accordo, ma nel frattempo che definiamo il Piano energetico, l’Italia come vivrà?
    5) Il referendum è illegittimo, fa leva sulla disinformazione dei cittadini e sulla cattiva immagine che una trivella ha nell’immaginario comune. Non è un referendum lo strumento più adatto per risolvere un tema così complesso e così tecnico. O meglio, potrebbe esserlo se fossimo tutti degli esperti di coltivazione d’idrocarburi, ma non lo siamo. Trivellare non vuol dire necessariamente essere contro le politiche green, anzi, la normativa di settore è piuttosto severa e restrittiva nei confronti delle concessioni e degli adempimenti a cui le compagnie devono prestare attenzione.
    Le trivellazioni petrolifere 6) Non è vero che la presenza degli impianti abbia ostacolato il turismo… Se così fosse, il litorale romagnolo (dove ci sono il maggior numero di impianti) non registrerebbe ogni stagione i flussi turistici che sono invece ben noti. Così anche la Basilicata. In poche parole il turista da peso ad altre cose, e non alla presenza delle piattaforme.

    7) …e non è vero neanche che l’estrazione di combustibili dal sottosuolo può innescare terremoti come quello avvenuto anni fa in Emilia. Questa è un’argomentazione piuttosto tecnica di cui non auguro la lettura integrale nemmeno al mio peggior nemico, ma se volete trovate le conclusioni del rapporto a pagina 56 e successive di questo documento.
    La vittoria del SI contribuirà allo sfruttamento dei paesi in via di sviluppo. Dal momento che nel giro di qualche anno verranno dismesse le nostre piattaforme e che il passaggio verso le rinnovabili è ancora qualcosa di molto lento, la vita continua e noi dovremo pur accendere i fornelli di casa e per farlo ci servirà ancora del metano. Metano che le compagnie si dovranno andare a cercare da qualche altra parte e che ci venderanno (a costi più cari, ma questa è un’altra storia che ricorda tanto quello che successe per il nucleare). E noi lo compreremo questo metano, lo compreremo più caro ma con la coscienza più pulita perché siamo ambientalisti e abbiamo detto che il nostro mare “non si spirtusa”. Il nostro mare, appunto. Per fortuna arriva Claudio Descalzi, amministratore delegato Eni che, a braccetto di Renzi, già un paio d’anni fa esclamava soddisfatto: << In Mozambico l’Eni ha fatto la più importante scoperta di gas della sua storia: 2.400 miliardi di metri cubi di gas che consentirebbero di soddisfare il bisogno degli italiani per trent’anni >>. Inutile dire quanto poco gliene possa fregare del gas agli abitanti del Mozambico, loro che non hanno nè fornelli né automobili. Noi quindi ci prendiamo da loro gas e petrolio e loro si prendono solo gli eventuali rischi più qualche spicciolo che andrà nelle casse del governo locale. Molto comodo essere ambientalisti così, evvero?
    Io sinceramente non mi sentirei a posto con la coscienza a votare SI e poi accendere i fornelli con il gas che viene non dall’Adriatico (no per carità, il nostro mare va tutelato) ma dal Mozambico che accoglie le compagnie petrolifere che noi abbiamo cacciato, accollandosi il rischio ambientale perché ha solo gli occhi per piangere e nessun potere contrattuale per dire “no, noi le vostre trivelle qui non le vogliamo”.
    Quindi mi auguro semplicemente che chi deciderà di votare SI abbia un comportamento ineccepibile dal punto di vista energetico. Questo non significa solo fare la differenziata e andare in bicicletta. Significa essere pronti, per coerenza personale, a rinunciare all’indomani del referendum a qualsiasi forma di utilizzo dei combustibili fossili. Significa non possedere né auto né moto che non siano elettriche; significa non viaggiare né in aereo né in nave; significa avere una casa totalmente sostenuta da rinnovabili, con stufe a pellet o i raggi infrarossi; significa non comprare tantissimi prodotti che fanno parte della nostra vita quotidiana e per la produzione dei quali vengono usati combustibili fossili. Insomma, significa essere degli integralisti energetici, avere uno stile di vita molto più che green. Ma quanti, tra quelli che voteranno SI hanno una condotta del genere?
    Per chi volesse leggere le altre ragioni del NO e altri articoli, qui troverà anche troppo.



    Inoltre cosa ne pensate di questo spunto?

    "Uno dei promotori del referendum, la vittoria del sì non fermerà un bel niente, perché l'abrogazione di quella norma farà semplicemente rivivere una precedente norma (l'art. 9 comma 8 della legge 9/91) che consente il rinnovo quinquennale delle concessioni. In altre parole, l'oggetto del referendum (come peraltro si poteva desumere visti i promotori) con l'ambiente ha poco a che fare, perché in realtà è incentrato solo su una rivendicazione di potere delle Regioni, che vorrebbero riportare il procedimento di rinnovo su base locale con tutto ciò che ne consegue (anche in termini di corruzione).""

  15. #175
    Senior Member L'avatar di iWin uLose
    Data Registrazione
    Jan 2016
    Messaggi
    1.805

    Re: Referendum trivellazioni

    Citazione Originariamente Scritto da Kronos The Mad Visualizza Messaggio
    "Uno dei promotori del referendum, la vittoria del sì non fermerà un bel niente, perché l'abrogazione di quella norma farà semplicemente rivivere una precedente norma (l'art. 9 comma 8 della legge 9/91) che consente il rinnovo quinquennale delle concessioni. In altre parole, l'oggetto del referendum (come peraltro si poteva desumere visti i promotori) con l'ambiente ha poco a che fare, perché in realtà è incentrato solo su una rivendicazione di potere delle Regioni, che vorrebbero riportare il procedimento di rinnovo su base locale con tutto ciò che ne consegue (anche in termini di corruzione).""
    Non è vero. Come già scritto sopra, il decreto di Renzi vieta lo sfruttamento dei giacimenti entro le 12 miglia.

    "sono vietate le attivita' di ricerca, di prospezione nonche' di coltivazione di idrocarburi liquidi e gassosi in mare, di cui agli articoli 4, 6 e 9 della legge 9 gennaio 1991, n. 9. Il divieto e' altresi' stabilito nelle zone di mare poste entro dodici miglia dalle linee di costa lungo l'intero perimetro costiero nazionale e dal perimetro esterno delle suddette aree marine e costiere protette. I titoli abilitativi gia' rilasciati sono fatti salvi per la durata di vita utile del giacimento"

  16. #176
    LO Babbo L'avatar di Kinto
    Data Registrazione
    Jan 2016
    Località
    Pesaro
    Messaggi
    1.124

    Re: Referendum trivellazioni

    Citazione Originariamente Scritto da Kronos The Mad Visualizza Messaggio
    Due articoli interessanti e molto esplicativi.

    Io comunque ho deciso che voterò NO.




    Inoltre cosa ne pensate di questo spunto?

    "Uno dei promotori del referendum, la vittoria del sì non fermerà un bel niente, perché l'abrogazione di quella norma farà semplicemente rivivere una precedente norma (l'art. 9 comma 8 della legge 9/91) che consente il rinnovo quinquennale delle concessioni. In altre parole, l'oggetto del referendum (come peraltro si poteva desumere visti i promotori) con l'ambiente ha poco a che fare, perché in realtà è incentrato solo su una rivendicazione di potere delle Regioni, che vorrebbero riportare il procedimento di rinnovo su base locale con tutto ciò che ne consegue (anche in termini di corruzione).""
    Fonti? Giusto per eventualmente condividerli
    Case: HAF 912 plus | Ali: Corsair RM750i modulare | Cpu: Ryzen 1600 | Mobo: MSI B350 Tomahawk | SVideo: MSI GTX 760 Twin Frozr OC 2gb | Ram: Corsair CMK16GX4M2B3200C16 Vengeance LPX 3200 Mhz 2x8GB CL16 | SSD: Samsung 840 EVO 500Gb | Storage: WD WD20EARS Green 2Tb | Audio: Scythe SDAR-2100-BK Amp + Scythe SCBKS-1100 Kro Craft Speaker Rev. B | SO: Win 10 Pro | Monitor: LG 24EB23PM-B | NAS: Zyxel NSA325v2 + WD RED 3TB

  17. #177

    Re: Referendum trivellazioni

    Citazione Originariamente Scritto da Kinto Visualizza Messaggio
    Fonti? Giusto per eventualmente condividerli
    Uno è butac l'altro della geologa appena arrivo a casa metto che non l'ho sul cellulare

    Citazione Originariamente Scritto da iWin uLose Visualizza Messaggio
    Non è vero. Come già scritto sopra, il decreto di Renzi vieta lo sfruttamento dei giacimenti entro le 12 miglia.

    "sono vietate le attivita' di ricerca, di prospezione nonche' di coltivazione di idrocarburi liquidi e gassosi in mare, di cui agli articoli 4, 6 e 9 della legge 9 gennaio 1991, n. 9. Il divieto e' altresi' stabilito nelle zone di mare poste entro dodici miglia dalle linee di costa lungo l'intero perimetro costiero nazionale e dal perimetro esterno delle suddette aree marine e costiere protette. I titoli abilitativi gia' rilasciati sono fatti salvi per la durata di vita utile del giacimento"
    Penso che la frase li si riferisse a un eventuale scenario di stop anche oltre le 12 non lho presa dagli articoli ma dal web non ricordo manco dove :s

  18. #178
    Senior Member L'avatar di iWin uLose
    Data Registrazione
    Jan 2016
    Messaggi
    1.805

    Re: Referendum trivellazioni

    Citazione Originariamente Scritto da Kronos The Mad Visualizza Messaggio
    Penso che la frase li si riferisse a un eventuale scenario di stop anche oltre le 12 non lho presa dagli articoli ma dal web non ricordo manco dove :s
    Il referendum può solo impedire che lo sfruttamento dei giacimenti entro le 12 miglia sia prorogato oltre la scadenza delle rispettive concessioni. Sulle installazioni oltre le 12 miglia non ha alcuna rilevanza.

  19. #179
    Senior Member L'avatar di Lewyn
    Data Registrazione
    Jan 2016
    Messaggi
    362

    Re: Referendum trivellazioni

    Citazione Originariamente Scritto da Zeppeli Visualizza Messaggio
    che non sia usata nel nostro paese o siano desuete è possibile, io mi baso su testi scientifici che ho letto, se poi pure la National Academy e le sue pubblicazioni sono vaccate, che vi debbo dire... Ognuno ha le sue opinioni in merito.
    Non si tratta di opinioni, si tratta di terminologia.
    Se io mi metto a parlare del tuo lavoro usando termini a cazzo e pretendendo di avere ragione tu ti incazzi. Per me è lo stesso.

    Partially related:
    ieri solito circo di grillini a sparare stronzate e falsità. Disgustoso.
    Ultima modifica di Lewyn; 05-04-16 alle 17:48

  20. #180
    Senior Member L'avatar di Lewyn
    Data Registrazione
    Jan 2016
    Messaggi
    362

    Re: Referendum trivellazioni

    La legge in materia prevedeva che le concessioni di coltivazione avessero una durata trentennale (prorogabile attraverso apposita richiesta per periodi di ulteriori 5 o 10 anni) e i permessi di ricerca una durata di 6 anni (con massimo due proroghe consentite di 3 anni ciascuna); con questa modifica alla legge di Stabilità i titoli già rilasciati entro le 12 miglia dalla costa (e soltanto questi) non hanno più scadenza.
    In precedenza le concessioni avevano una durata iniziale di 30 anni, rinnovabile più volte. Per tutte le concessioni oltre le 12 miglia non è cambiato nulla, ma quelle entro i 12 non hanno più scadenza alcuna e potranno andare avanti fino all’esaurimento delle risorse senza bisogno di alcuna proroga; e questo viene visto come un regalo alle aziende estrattrici.



    Questa è una falsità.

Permessi di Scrittura

  • Tu non puoi inviare nuove discussioni
  • Tu non puoi inviare risposte
  • Tu non puoi inviare allegati
  • Tu non puoi modificare i tuoi messaggi
  •  
Chi Siamo
Forum ufficiale della rivista The Games Machine
Seguici su