Outer Wilds: fenomenali poteri cosmici in un minuscolo spazio vitale – Speciale

Se l’universo è davvero infinito, perché Outer Wilds riesce ad approssimarne la magnificenza dell’horror vacui con un solo Sistema Solare?




Non servono migliaia di pianeti per far sentire chi sta davanti allo schermo davvero alla deriva nello spazio. Una scala così grande è utile per flettere i muscoli, per generare proceduralmente qualche buzzword ad uso e consumo dei reparti marketing, nella speranza che poi l’acquirente finale percepisca un premium value dettato da questi numeri. I videogiochi però sono anche un’altra cosa. Così come la luce è sia onda che particella loro sono sia prodotto che opera e, beh, non c’è nessun bisogno di anni luce con cui misurare le dimensioni del vuoto cosmico per ridurlo in bit e poligoni. Bastano sei pianeti e ventidue minuti per sentirsi infinitamente piccoli al cospetto di Outer Wilds. Anche se tutto Outer Wilds è schiacciato in soli 8 gigabyte di memoria occupata su disco, un universo compresso e pronto ad esplodere per dare inizio a una nuova vita, al resto della nostra nuova vita dopo aver sperimentato per l’ennesima volta quanto poco serva ad un videogioco per essere tale.

INTO THE (OUTER) WILDS

Un albero che cade in una foresta dove non c’è nessuno ad ascoltarlo fa comunque rumore? Nel caso di Outer Wilds la risposta è sì. Tutto in Outer Wilds emette i suoi rumori a prescindere dall’avere o meno un pubblico. Non serve essere su Gemello Cenere affinché le sue sabbie risalgano verso Gemello Braci, non c’è bisogno di osservare la superficie di Profondo Gigantesco per sapere che è tormentata da insistenti tornado. Outer Wilds è un meccanismo che non perde mai il suo segnale di clock. Perfettamente ripetibile, scientifico come il metodo predicato da Galileo Galilei. E nel suo aderire in modo così manifesto al metodo scientifico, nel suo essere regolato da leggi che sta al videogiocatore decifrare, Outer Wilds riesce a trasmettere quell’horror vacui che in altre space opera da videoludo manca. L’universo non ha bisogno di te: nel grande ordine delle cose sei assolutamente insignificante. O almeno, è facile pensarlo quando alla fine dell’ennesimo loop hai la sensazione di non aver aggiunto nessuna conoscenza rilevante in questi ultimi ventidue minuti, e il massimo che puoi fare è sederti e aspettare che sopraggiunga di nuovo l’inizio.  Molto spesso in Outer Wilds sei Michael Collins, il terzo uomo sulla Luna che di fatto sulla Luna non ha mai messo piede, confinato nella cabina di controllo dell’Apollo 11 ad aspettare che qualcuno o qualcosa faccia il suo lavoro. È una sensazione familiare, sperimentata decine e decine di volte in quelle vite davanti allo schermo che conduciamo quando il controller è spento e la console in standby. Molto meno familiare quando invece sei dietro quello stesso schermo, in un medium che ci ha abituato ad essere il centro di tutto l’universo renderizzato dall’engine di gioco. O almeno è così che ti senti, quando sai che l’iterazione che stai giocando non dipende più da te in senso stretto, che puoi solo aspettare e sperare di essere alle giuste coordinate spaziali e temporali per poterti avvicinare di un passo alla soluzione.

Quasi tutte le peggiori paure dell’essere umano in un solo frame.

Poi quasi per caso le tessere si incastrano. Un nuovo indizio, un elemento che prima non avevi colto, anche solo il classico Hail Mary da videogiocatore che le sta provando tutte finendo per provare per caso proprio quella mossa che serviva per andare avanti. La matassa si dipana almeno un po’, la direzione da prendere diventa più chiara. È un gioco di deduzioni, Outer Wilds, una di quelle esperienze dove non si procede in modo lineare da A a B ma il percorso va cercato sfruttando tutto quello che si impara su un pianeta per procedere nell’esplorazione del resto di questa galassia in miniatura. Potenzialmente potresti venire a capo della situazione fin da subito, gli elementi sono già tutti lì, non ci sono boss da sconfiggere o leve da tirare per sbloccare i passaggi. C’è solo la tua conoscenza dei meccanismi che regolano questo universo: è una conoscenza fallace, e i loop servono proprio a permetterti di riempire i buchi un po’ alla volta fino a capire finalmente qual è la condizione di uscita dal ciclo.

 OLTRE NATURA

 La pagina Wikipedia di Outer Wilds lo cataloga come “avventura dinamica”. È un’etichetta che in effetti finisce per dire tutto e non dire niente, che è in effetti l’unica cosa si possa fare davanti a opere così sfaccettate che cambiano posizione a seconda del momento in cui vengono guardate, un po’ come gli oggetti quantici presenti in-game. In Outer Wilds ci sono dei momenti dal flavor più o meno simulativo, dove si ha a che fare con le Leggi di Newton per riuscire ad abbandonare un corpo celeste e atterrare con grazia (o anche no) su un altro. Capita di doversi cimentare in fasi platform pur senza l’eleganza dei salti progettati su carta millimetrata di un Super Mario, e capita di dover gestire il livello di ossigeno e quello di propellente nel jetpack per riuscire a sopravvivere in una galassia tutto sommato abbastanza ostile. Il sistema solare di Outer Wilds è ancora una frontiera: si può viaggiare al di fuori di Timbro Legnoso ed esiste un’organizzazione dedicata alle esplorazioni spaziali, ma i viaggi non sono ancora alla portata di tutti e la sensazione è ancora quella di essere degli avventurieri che corrono rischi a cui una persona normale nemmeno penserebbe. Incluso quello di andare in giro con una tuta spaziale che può facilmente bucarsi (e per fortuna altrettanto facilmente essere riparata).

La musica in Outer Wilds finisce per essere una chiave. Esattamente come nella vita fuori dallo schermo del tuo PC.

In tutto questo il motore di tutta l’esperienza è la sete di conoscenza. È il motivo per cui si affrontano le fasi platform folli su Vuoto Fragile e si sfidano gli uragani di Profondo Gigantesco. Ogni elemento viene organizzato dal computer di bordo collegandolo agli altri, indicando per sottrazione quello che sarà il passo successivo per avvicinarsi all’Occhio dell’Universo. E forse è proprio questo il segreto del fascino di Outer Wilds. Il suo non essere eccessivo nella scala per permettere questo discorso per sottrazione, accontentarsi di secchiello e paletta e riuscire comunque a costruire una cattedrale capace di affascinare ed intimorire, per quanto sia costruita con la sabbia e alla prima alta marea venga cancellata dalla spiaggia ma non dalla memoria. Un Outer Wilds con più pianeti non sarebbe un Outer Wilds migliore, anzi, correrebbe il rischio di preferire la quantità alla qualità annacquando l’esperienza di gioco con contenuti che alla fine non restituirebbero le stesse sensazioni. Molta della malia dell’esperienza di gioco passa per un approccio molto simile a quello che ha fatto il successo di Hidetaka Miyazaki, ovvero una narrazione criptica e silenziosa in un contesto, tanto nei souls quanto qui, dove ci troviamo ad esistere anni e anni dopo gli eventi che hanno dato il là alla vicenda. Non è qualcosa che può essere espresso dalle buzzword cui si accennava prima, è un umore, è la voglia di raccontare la propria esperienza ad altri esploratori proprio perché la si percepisce come propria, come un unicum irripetibile nonostante il gioco ci condanni a ripeterci.

Tutto l’infinito…

Outer Wilds è molto più di quello che possano esprimere queste parole. Non ho la capacità di approssimare un universo con la stessa efficacia di Mobius Digital. Posso solo provare ad esprimermi a gesti nella speranza di riuscire in qualche modo a parlare una lingua universale che non conosce nessuno dei due. O forse sì, perché se alla fine in qualche modo ci siamo capiti – se in qualche modo siamo arrivati all’Occhio dell’Universo – quella lingua è davvero universale. Ed è la stessa che parla Outer Wilds, e di conseguenza l’universo in-real-life dentro il quale stiamo naufragando.

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