La fantascienza e il cyberpunk, dal libro al grande schermo (e alle serie TV) - Speciale

La fantascienza e il cyberpunkNelle riflessioni di qualche giorno fa, questo speciale doveva focalizzarsi interamente sulla sorpendente lettura di Sotto la Pelle di Michel Faber, per una volta avvenuta solo dopo aver visto il film di Jonathan Glazer, quello con una Scarlett Johansson più bella e “vera” che mai (quasi un paradosso, considerata la falsa identità della protagonista). Ora, al di là del fatto che un articolo del genere sarebbe stato ancora più di nicchia, roba da qualche decina di lettori in croce, la visione in una lunga maratona di otto episodi (su dieci) di Philip Dick’s Electric Dreams ha stimolato altri spunti sulla stessa analisi, antica almeno quanto la settima arte (con tutti i suoi figli, che siano i serial o, molto più sporadicamente, i videogiochi con ascendenza letteraria): adattare da un racconto o romanzo un’opera audiovisiva è una delle imprese più ostiche in cui soggettisti e sceneggiatori si possono andare a infilare. E la difficoltà, com’è ovvio che sia, è direttamente proporzionale al genio che si sta tentando di trasporre.

Cercherò di risolvere rapidamente la questione intorno a Sotto la Pelle. Il film mi era piaciuto parecchio, nonostante le drastiche libertà di cui ero a conoscenza solo per sommi capi, salvo constatare che il mio parere era ben lungi dall’essere universalmente condiviso: il regista ha interpretato a suo modo una piccola parte delle tematiche originali, cercando di sublimarle sul piano di un’onirica visionarietà, secondo me con gusto sopraffino, e finendo per evocare una sorta di L’uomo che cadde sulla Terra in versione morbosa e allucinata.

La fantascienza e il cyberpunk

la storia originale di Sotto la Pelle era ben più complessa e potenzialmente costosa

Per quanto il budget del film non fosse poi così infimo, magari per il non trascurabile cachet della Johansson (che comunque regge il film quasi da sola), la storia originale era ben più complessa e potenzialmente costosa, con tanto di alieni quadrupedi simili a canidi evoluti, fattoria per macellare “prelibatezze” terrestri e incursioni di navi spaziali in un selvaggio angolo della campagna gallese. Una trama molto più articolata, sorprendente per come viene posta pagina dopo pagina, che butta dentro alla sua postmodernità critiche argute alla civiltà dei consumi, all’allevamento intensivo degli animali e persino a selezionati crucci dell’uomo moderno (i pensieri degli autostoppisti caricati dall’aliena, “deturpata” da interventi chirurgici per farla assomigliare ai terrestri), e che quando non te lo aspetti apre alle sublimi impressioni che, attraverso occhi “vergini”, la bellezza del nostro pianeta può evocare anche in chi, sostanzialmente, ci considera solo una mandria di animali dalla prelibatissima carne. Gli uomini sono chiamati Vodsel, mentre gli alieni si chiamano tra loro “esseri umani”, quasi che, partendo dall’ipotetica traduzione della loro lingua, non si potesse trovare una definizione più consona. Un capolavoro, insomma, con cui il film non si è voluto confrontare ma può riuscire comunque a convivere, a patto di ritenerla un’opera autonoma che, tuttavia, si ispira in alcuni tratti allo scritto di Faber.

Realizzare il film di Sotto la Pelle è stato forse più semplice rispetto ad altri esempi, proprio per la scarsa conoscenza che il grande pubblico aveva (ed ha) dell’opera originale. Se vogliamo, con tutte le gigantesche distanze qualitative del caso, questo fu un po’ anche il privilegio di Blade Runner nel 1982: il film di Scott si é trovato nella comoda condizione di confrontarsi con la scarsissima conoscenza delle tante questioni poste dal romanzo, tra cui i media e l’impatto delle religioni, ma é anche la dimostrazione di come un team di geniali artigiani ben guidati possa, talvolta, arrivare a un risultato parimenti straordinario. Non c’è la moglie di Deckard, Rachael non é la proiezione di una delle “perfide” mogli dello scrittore e non ci sono nemmeno le pecore elettriche (al limite un boa, con un senso più semplice e materiale), ma tutto ciò che è stato aggiunto, modificato o stravolto è stato a sua volta capace di costruire una visione coerente e completa, compresa la struttura genetica di “androidi” che lo spettatore, per primo, non può che riconoscere in gran parte umani. Anzi, per molti versi i Replicanti sono bambini con il corpo di adulti, parimenti curiosi e talvolta crudeli, cosa che rende ancora più fluida la comprensione di un’empatia speculare, tra umano e artificiale, peraltro metabolizzata da vere masse di appassionati ben più tardi rispetto all’uscita del film, esattamente come l’assunzione al culto della pellicola.

QUANDO LA FANTASCIENZA DI DICK SI FA SERIE TV

E qui arriviamo a Philip Dick’s Electric Dreams, primo serial “antologico” (beh, fino a un certo punto) dedicato allo scrittore californiano dopo anni di cinema fantascientifico a vari livelli, ahimè tendenti con più facilità verso il basso. I problemi non sono pochi nemmeno in questo caso, ma almeno hanno il beneficio di non sfociare mai nel grottesco d’azione e di sforzarsi, in generale, di incorniciare il tutto in un mix visivo di alto profilo, mischiando l’estetica delle riviste pulp e sci-fi anni ‘50 e ‘60 (le stesse su cui Dick spesso scriveva) con il design delle tecnologie moderne. Purtroppo, la stessa attenzione a immagini “catchy” si è mangiata un po’ di cura sugli aspetti meno scontati, e soprattutto ha ceduto a troppi elementi ponte per la trama, che la rendessero in alcuni casi più “sceneggiata” e in altri costruissero un’intesa più diretta con la generazione Black Mirror. Tra gli esempi più riusciti c’è l’episodio più fedele di tutti, Human is, con il produttore della serie Bryan Cranston nel ruolo di assoluto protagonista (accanto, però, all’elegante e sontuosa Essie Davis); una puntata manchevole di carattere in alcuni passaggi, ma perfettamente in grado di restituire il messaggio accennato nel titolo, Umano è (ciò che umano appare), più come qualità universale che non come valore oggettivo della nostra specie.

La fantascienza e il cyberpunk

Philip Dick’s Electric Dreams è il primo serial “antologico” dedicato allo scrittore californiano dopo anni di cinema fantascientifico a vari livelli

Il risultato, però, in tanti altri casi è stato avvicinare Philip Dick a gusti decisamente più comuni e ormai noti, trasformando The Hood Maker, The Commuter o The Father Thing (dove Dick diede prova di enorme personalità, approcciando la sfruttatissima tematica de L’Invasione degi Ultracorpi in un’ottica molto più intima e meno sociale) in prodotti spesso conformi a immaginari oggi standardizzati, o che nel frattempo sono stati già saccheggiati a piccoli pezzi – e non sempre dichiaratamente – dalla fantascienza di mezzo secolo. Più interessante l’ottica reinterpretativa di Autofac, che nel tema del dominio delle macchine (incidentale, col mantenimento della produttività dopo una guerra atomica) fonde l’estrema e feconda visione di un altro racconto, Second Variety, tradendo l’esatta ottica di entrambi, ma con un impatto finale assolutamente non disprezzabile. A mio modo di vedere, poi, parte benissimo Crazy Diamond (dal racconto Sales Pitch), uscendo presto dal seminato del testo originale ma, allo stesso tempo, frullando tanti personaggi e temi apparentemente di peso come piaceva a fare a Dick nei suoi romanzi, salvo poi perdersi negli ultimi 20 minuti in una lunga fila di inconsistenze e approssimazioni. Un discorso simile si può fare di Real Life, che aggiorna la macchina del tempo e le incertezze esistenziali di Exhibit Piece nelle moderne frontiere della realtà virtuale; sul finale, però, non riesce a consegnare allo spettatore una sorpresa che sia veramente tale, con l’ulteriore pericolo di confrontarsi con eXistenZ di Cronemberg e uscirne con le ossa rotte agli occhi dello spettatore.

Ed è così che, per cercare un esempio insuperato di trasposizione “pura” da Philip Dick, ancora oggi occorre spostarsi lontano da Electric Dreams. A parte la riuscita ma “scolastica” fedeltà di Screamers (tratto dal citato Second Variety, genitore di tutte le guerre delle macchine contro l’uomo, da Terminator a Matrix), solo Richard Linklater è riuscito a costruire con A Scanner Darkly una riduzione fedele, completa di tutti gli ingredienti e personaggi più importanti, praticamente l’opposto di quel che accadde con Blade Runner. Nel primo caso l’autore ha rinunciato a esprimere una parte di se stesso, inchinandosi, geniale estetica a parte, alla grandezza del testo originale; nel secondo, invece, l’idea era di appropriarsi totalmente di un’idea al punto di farla diventare propria, costruendo un nuovo mondo che funzionasse altrettanto bene. L’unica tratto comune, per quanto banale possa apparire, è stata la grandezza di tutti i soggetti coinvolti, dall’ultimo dei tecnici fino ad attori, registi e semplici comprimari.

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la qualità di Philip Dick’s Electric Dreams non è apparsa così distante dalle ultime due stagioni di Black Mirror

A me, peraltro, la qualità di Philip Dick’s Electric Dreams non è apparsa così distante dalle ultime due stagioni di Black Mirror, senza dare a ciò un valore negativo. Al di là dell’indiscutibile superiorità delle prime stagioni del serial inglese, godo immensamente del ritorno agli episodi di fantascienza che mettono alla prova la creatività di soggettisti, registi e autori (un vera sfilza di ottimi e noti interpreti, quelli dell’ultimo arrivato), prima ancora che le esigenze degli appassionati più integralisti. Ogni tanto, però, un po’ come accade alla fine dell’episodio Impossibile Planet, prima di un epilogo (cambiato, rispetto all’omonimo racconto) tanto romantico quanto fuori tema, sarebbe meglio mettere a tacere i mille filtri colorati e le esplosioni degli effetti digitali moderni, e rendere i concetti così forti da potersi esprimere da soli, potenzialmente anche con una durata minore. Twilight Zone veniva realizzata grossomodo così, quando la tentazione del digitale non esisteva nemmeno: validi attori, pochi effetti, idee forti e incisive, al pari di racconti partoriti esattamente nello stesso modo, con l’asciuttezza e la precisione dei grandi autori che scrivevano per la serie. Forse, anche senza rincorrere il passato, quell’esempio potrebbe ancora servire.

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