The Evil Within: Sebastian attraverso lo specchio – Speciale

Pillola azzurra, fine della storia: domani ti sveglierai in camera tua, e crederai a quello che vorrai. Pillola rossa, resti nel paese delle meraviglie, e vedrai quant’è profonda la tana del Bianconiglio.

Talvolta siamo così presi da apprezzare, criticare o demolire un titolo, divertendoci poi a scriverci sopra, che alcuni piccoli dettagli – così insignificanti – se estrapolati dal contesto e analizzati sotto una nuova luce, regalano ricchi significati grazie a quali si riesce anche a ribaltare un giudizio su un’opera, o magari vederla con occhi diversi, più consapevoli, aperti al cambiamento. Non è certo il caso dei due capitoli di The Evil Within, nati dalla perfida e brillante mente di Shinji Mikami che ha raccolto, come capita spesso, fedeli adoratori e severe critiche. In questa sede non intendo esprimere giudizi veri o presunti, però, ma approfondire un tarlo che ha accompagnato la mia avventura – forse meglio dire esperienza – con The Evil Within e che ha trovato una sua reale concretizzazione, tramutandosi in una totale devozione verso il franchise, solo nel secondo capitolo, quando quel piccolissimo dettaglio ha trovato le sagge mani di chi è riuscito a collocarlo con saggezza nel world building: lo specchio.

UNA CASUPOLA ALL’ORIZZONTE, QUALCOSA A CUI NON SI PRESTEREBBE ATTENZIONE, DI NORMA. MA UN SUONO CI ATTIRA

Sediamoci attorno al falò. Prendiamoci per mano. Ricordate la prima volta che in The Evil Within avete sentito, trovato e attraversato lo specchio? Io sì, e l’aver messo in ordine quelle tre distinte fasi non è stato un caso. Si esce dal villaggio pullulante di nemici, ci si inoltra in un’altra grande area dove sulla lunga distanza l’occhio scorge una casupola, niente di eccezionale, qualcosa a cui girereste attorno senza neanche pensarci, eppure udite un suono. Non è il sinistro mondo di gioco con le sue macabre follie, tanto meno il vento o il gracchiare di corvi nefasti, bensì qualcuno o qualcosa che preme i martelletti di un pianoforte. La sonata è conosciuta: Clair de Lune, di Debussy.





Avevo dieci o undici anni e al saggio di fine anno l’insegnante di pianoforte mi attribuì proprio quella sonata da eseguire davanti al folto pubblico di genitori dall’aria stanca, con fotocamere compatte in mano e continuo sventolare del programma per farsi un po’ d’aria nella grande sala priva di condizionatori a metà luglio. A margine della rievocazione del ricordo, la sonata di Debussy è universalmente riconosciuta come una sequenza di note atte a consolare, rassicurare l’ascoltatore. Dopo un continuo scorrere davanti ai nostri occhi di sangue e mostrusità, e la costante, opprimente carenza di proiettili, quella piccola stanza è l’ambiente più confortante del mondo. La musica nell’aria proviene però da un oggetto, non un pianoforte. Sul muro c’è uno specchio dal vetro rotto, e un abbagliante fascio di luce lo attraversa. La musica viene da lì. Sebastian attraversa lo specchio.

the evil within

Il resto più o meno è conosciuto: attraverso lo specchio si riesce ad accedere a una sorta di safe room dove poter potenziare il nostro protagonista, ottenere oggetti e recuperare preziosi documenti che approfondiscono la storia del titolo. La narrazione, volutamente spezzettata, fuori di testa e assolutamente devota a una venatura sadica, impedisce una piena consapevolezza di cosa sta accadendo nel mondo, o almeno, di capire che ci troviamo in un altro mondo, un realtà artificiale, qualcosa in cui siamo stato rinchiusi e lo specchio è l’unico canale di uscita (momentanea) per riorganizzare idee ed equipaggiamento.

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