Fallout 76 - Recensione

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Nel bene o – soprattutto – nel male, Fallout 76 è il videogioco del momento. Non si parla d’altro. È addirittura riuscito a eclissare temporaneamente Red Dead Redemption 2 grazie alla tempesta che si è scatenata su Bethesda Game Studios, tra utenti inferociti che sfruttano anche il più piccolo dei difetti al solo fine di denigrare l’opera di Todd Howard e compagni, e una piccola minoranza di fan irriducibili pronti a tutto pur di difendere un titolo con delle criticità impossibili da ignorare. Quindi come fare in un situazione del genere? Il minimo che possa offrirvi è un parere quanto più equilibrato possibile, lontano dagli eccessi presenti da entrambi i lati della barricata, mettendo in chiaro fin da subito che l’ultima incarnazione della più celebre saga ad ambientazione post-apocalittica non è così terribile come sta venendo dipinta in questi giorni.

MORTE E RINASCITA

Le vicende di Fallout 76 hanno inizio come di consueto all’interno di un Vault, proprio il numero 76 per essere precisi, un rifugio i cui abitanti sono stati scelti appositamente per tentare di riportare la Terra al suo antico splendore, prima che il fuoco di un conflitto termonucleare globale consumasse ogni cosa. Dopo un brevissimo tutorial che ci spiega le basi della sopravvivenza, l’enorme portale del bunker si spalanca su un paesaggio dalle tinte pastello: risulta davvero difficile credere che proprio in quel mondo pieno di vita – solo qualche decennio prima – siano cadute delle atomiche, spazzando via ogni forma di civiltà.

Spesso ci si ritrova da soli ad affrontare le minacce della Virginia Occidentale

Una volta fuori incontriamo altri giocatori che si muovono in lungo e largo nella piccola piazzetta antistante il Vault. Non sono tanti, d’altronde ogni server supporta appena una trentina di utenti connessi in contemporanea, quindi è sì possibile incontrare altra gente durante le peregrinazioni tra gli Appalachi, ma spesso ci si ritrova da soli ad affrontare le minacce della Virginia Occidentale. È molto più facile imbattersi in altri utenti dentro quelli che una volta erano i centri abitati o nelle stazioni delle ferrovie, al cui interno sono di stanza dei robot commercianti e dove è possibile creare, riparare e modificare oggetti attraverso degli appositi banchetti pubblici. Gli automi della RobCo, perlomeno quelli non ostili, sono poi gli unici personaggi non giocanti presenti nello sconfinato mondo di Fallout 76. Che fine abbiano fatto gli esseri umani non è dato sapere; o meglio, la risposta a questa domanda la si ottiene seguendo le missioni della main quest, in un susseguirsi di incarichi affidatici dai suddetti robot o dagli olonastri raccolti lungo il cammino. Ed è proprio qui che a mio avviso risiede il problema più grave dell’opera confezionata da Bethesda: ogni azione che portiamo avanti, ogni compito che accettiamo, ogni registrazione che ascoltiamo, tutto appare completamente slegato dal mondo di gioco. Mentre si gioca e la narrazione si sviluppa, ci si rende conto che le diverse tessere di questo anomalo puzzle chiamato Fallout 76 raramente si incastrano tra loro.

L’Appalachia appare come una vasta regione sostanzialmente vuota

Al di là di una trama del tutto priva di mordente, l’Appalachia appare come una vasta regione sostanzialmente vuota. Non mi riferisco alla mole di contenuti: paradossalmente è presente un gran numero di attività da svolgere, tanto che difficilmente si rimane con le mani in mano per più di una manciata di secondi, costantemente assediati da eventi pubblici, missioni giornaliere e incarichi principali o secondari. No, la vacuità dell’ultima fatica targata Bethesda risiede nell’assenza di qualsivoglia stimolo a completare le suddette attività. Nel momento in cui non vi sono PNG con i quali interagire, e non è neppure presente una storia abbastanza accattivante da tenere incollati allo schermo, qualsiasi azione diventa fine a sé stessa. Inoltre, quantità non sempre è sinonimo di qualità visto che quasi sempre ci troviamo a fare i conti con banali fetch quest che ci richiedono di viaggiare da un punto a un altro della mappa, raccogliere un determinato oggetto, e riportarlo al punto di partenza.

MAKE APPALACHIA GREAT AGAIN

Ciò fa di Fallout 76 un pessimo videogioco? Non direi, ma con queste premesse il pericolo noia è sempre in agguato. È chiaro che la soglia oltre la quale la monotonia diventa un problema vero e proprio è un valore difficilmente calcolabile, soprattutto in considerazione del fatto che il titolo in questione non è incentrato interamente sulla risoluzione delle quest. O meglio, le missioni servono a fornire una traccia da seguire e a dare delle ricompense, siano esse punti esperienza oppure oggetti di equipaggiamento (o entrambe le cose). Eppure Fallout 76 non è solo un gioco di ruolo online, ma anche un sandbox di stampo survival.

Fallout 76 non è solo un gioco di ruolo online, ma anche un sandbox di stampo survival

A tale scopo, già prima di uscire dal Vault ogni giocatore ottiene uno speciale dispositivo – il C.A.M.P. – grazie al quale stabilire una propria personalissima base in un posto qualsiasi della mappa. Bethesda ha quindi preso il sistema di costruzione già visto in azione in Fallout 4, migliorandone l’usabilità e aumentando a dismisura gli oggetti craftabili, dai pavimenti alle pareti, dagli oggetti di arredo ai sistemi di difesa automatici, passando ovviamente per le postazioni tramite le quali assemblare armi, armature ed equipaggiamento utili ad aumentare le chance di sopravvivenza. Il crafting è sicuramente l’aspetto più riuscito del gioco, non solo perché permette di dare libero sfogo alla creatività, ma anche perché garantisce l’opportunità di costruire e modificare qualsiasi pezzo dell’armatura, o di disassemblare e perfezionare armi da fuoco e da mischia in modo da adattarle al proprio stile di gioco. Tuttavia ho realizzato che esiste un’unica costante in Fallout 76: quando trovo un elemento che funziona, ecco che immediatamente si palesa l’altra faccia della medaglia, quella componente in grado di smorzare l’entusiasmo, un ingrediente la cui aggiunta pare sia stata prevista solo per azzoppare una feature altrimenti inattaccabile. Nel caso di specie, questo elemento di criticità è legato a filo doppio con il nuovo sistema di progressione del personaggio.

IL CASO DELLE FIGURINE

Al contrario di quanto avviene in tutte le altre incarnazioni del franchise, in questo caso la creazione del proprio alter-ego prevede la sola personalizzazione estetica. Niente punti da distribuire, niente abilità, nessun talento da selezionare: all’inizio tutti i personaggi sono uguali, con le caratteristiche principali come Forza, Agilità o Carisma impostate al minimo. Man mano che si accumula esperienza e si sale di livello, ecco che è possibile assegnare un singolo punto per far crescere una di queste caratteristiche, migliorando a cascata tutte le varie capacità correlate: aumentando la Forza, per esempio, cresce la soglia di peso trasportabile e migliora il danno in mischia.

I talenti doppi possono essere fusi per generarne uno di grado superiore e migliorarne i bonus forniti

Nulla di particolarmente elaborato, insomma, se non che in Fallout 76 i talenti funzionano in maniera completamente differente rispetto agli altri giochi della serie. Ora si ottiene una carta talento al passaggio di ogni livello, da scegliere tra una selezione semi-casuale relativa alla caratteristica che abbiamo deciso di migliorare, più un pacchetto di carte extra ogni quattro livelli. Quest’ultimo funziona come un pacchetto di figurine, quindi tutte le carte al suo interno sono state inserite in maniera randomizzata, con la possibilità di trovare qualche doppione. Niente paura, però: i talenti doppi possono essere fusi per generarne uno di grado superiore e migliorarne i bonus forniti. Ciononostante, un sistema del genere mostra il fianco a una critica davvero importante: così facendo è impossibile pianificare sin dall’inizio una build da seguire, questo perché ottenere i talenti giusti è facile come fare un terno al lotto. Vi basti pensare che pur puntando molto sull’Intelligenza – e qui mi collego all’appunto fatto in precedenza – non sono stato in grado di trovare il talento relativo alla modifica delle armi fino al raggiungimento del ventesimo livello, sebbene l’intelletto sia la caratteristica che governa tutte le variabili legate al crafting. Risultato? Sono stato costretto a utilizzare le armi base per più di una dozzina di ore, senza quindi la possibilità di sfruttare appieno uno dei cardini su cui si basa l’intera esperienza di Fallout 76.

UN CAROSELLO DI BUG

Per quanto riguarda l’interazione con gli altri giocatori, è possibile creare dei gruppi per affrontare in compagnia le varie quest, tuttavia non vi è un vero motivo che spinga a farlo. L’avventura è già di per sé dannatamente facile, con qualche picco di difficoltà negli eventi pubblici che vertono sugli scontri a fuoco, quindi si può tranquillamente portare a termine tutto il gioco in solitaria. Vi è poi una blanda componente PvP che si innesca quando si sfida a duello un altro utente, il quale non è per nulla costretto ad accettare la sfida. È inoltre presente un’apposita modalità competitiva che pone quattro giocatori l’uno contro l’altro, ma data la presenza di poche anime sui server è estremamente difficile trovare qualcuno che abbia intenzione di interrompere ciò che sta facendo per giocare contro altri avversari in carne e ossa.

È presente una blanda componente PvP che si innesca quando si sfida a duello un altro utente

Infine, sul versante tecnico siamo di fronte alla solita sagra del bug a cui Bethesda ci ha abituato ormai da anni. Il più grave che ho riscontrato? La scomparsa di tutti gli incarichi della main quest, compresi gli oggetti correlati, in seguito a un crash improvviso. Fortunatamente il problema si è risolto da solo al cambio di server, facendo rispuntare tutti gli oggetti scomparsi nell’inventario. Purtroppo imbattersi in bachi e glitch è davvero molto frequente, andando a influire negativamente sull’esperienza complessiva, tra cadaveri che svaniscono, nemici che appaiono all’improvviso, e proiettili che attraversano muri e finestre. Per non parlare delle performance: nonostante un engine ormai obsoleto e una resa visiva tutto sommato deludente, i 60 fotogrammi al secondo li ho raggiunti solamente abbassando i dettagli grafici al livello medio, e solo dopo l’ultima patch confezionata dagli sviluppatori. Impostandoli sul livello alto, invece, il frame rate è risultato fin troppo ballerino per restituire un’esperienza quanto più fluida possibile, nonostante abbia utilizzato un PC che rientra nei requisiti consigliati da Bethesda, tra l’altro senza ottenere dei benefici grafici degni di nota. Insomma, su questo versante Bethesda si sta muovendo con celerità, anche se temo che la strada sia ancora molto lunga.

Al di là di una realizzazione tecnica che sfoggia come sempre il marchio di fabbrica di Bethesda Game Studios, ossia la presenza di una gran quantità di bug e glitch assortiti, Fallout 76 offre un mondo sostanzialmente vuoto in cui paradossalmente vi sono tantissime cosa da fare, ma tutto appare fine a sé stesso. Quanto c’è di buono viene azzoppato da una progressione del personaggio fin troppo votata al caso, nonché da un world design blando e da una trama sostanzialmente inesistente. L’ultima fatica di Todd Howard e compagni è un esperimento che è senza dubbio in grado di intrattenere, ma la noia è sempre pericolosamente dietro l’angolo.

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Pro

  • C’è davvero tanta roba da fare.
  • Ottimo sistema di crafting.

Contro

  • Quantità raramente fa rima con qualità.
  • Il multiplayer, sia competitivo che cooperativo, ha poco senso.
  • Soliti problemi tecnici che Bethesda si porta dietro da anni.
6.2

Sufficiente

Le leggende narrano che a Potenza ci sia un antro dentro al quale vive una misteriosa creatura chiamata Alteridan. In realtà è solo il nostro Daniele, che alterna stati diurni di brillantezza ad altri notturni dove i suoi amici non hanno ancora capito che non conviene fargli assumere troppo alcol.
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