Wolfenstein Youngblood – Recensione

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Corre l’anno 1980, gli Stati Uniti d’America sono finalmente liberi dal giogo nazista grazie alle azioni di William “B.J.” Blazkowicz e dei suoi compagni. Ora Terror Billy e la sua amata Anya si sono ritirati a vita privata per accudire le loro figlie gemelle, Jessica e Sophia, ormai teenager, mentre i crucchi dominano il resto del mondo. Non senza difficoltà, però, dal momento che la liberazione dell’America ha galvanizzato le sacche di resistenza che ora tentano di ribellarsi come possono al Terzo Reich. Su queste basi si poggia la narrazione di Wolfenstein: Youngblood, a metà strada tra spin-off e seguito vero e proprio della saga riportata in vita da MachineGames.

HANG’EM ALL

Un bel giorno, però, il buon William scompare in circostanze misteriose, di lui si sono perse le tracce. All’insaputa della madre e con l’aiuto di Abby, figlia di Grace Walker, le gemelle si imbarcano in un’avventura nel Vecchio Continente alla ricerca di B.J., infiltrandosi a Parigi per seguire una pista che punta direttamente verso la resistenza francese. Qui fanno la conoscenza di Juju, leader dei maquis parigini in grado di aiutare le sorelle e l’amica Abby a trovare il paparino. Ovviamente nulla è gratis, soprattutto in un mondo ucronico e brutale in cui i tedeschi hanno vinto la Seconda Guerra Mondiale, perciò le ragazze si ritrovano invischiate nelle operazioni di guerriglia urbana portate avanti da Juju e dagli altri membri della resistenza. Una mano lava l’altra. Aiutare i maquis fa sì che la stretta nazista sulla capitale francese si allenti sempre più, portando gradualmente alla cacciata del Reich da Parigi e all’acquisizione di nuovi indizi sulla posizione di Terror Billy.
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Aiutare i maquis fa sì che la stretta nazista sulla capitale francese si allenti sempre più

Peccato che l’impianto narrativo appaia sin da subito frammentato: ciò è dovuto principalmente alla struttura ludica di Wolfenstein: Youngblood, la quale non prevede una classica successione di missioni da portare a termine in ordine, bensì fornisce ai giocatori una serie di incarichi che le sorelle potranno completare come e quando vorranno. Va altresì aggiunto che non ci troviamo di fronte a un titolo che fa della trama il suo punto di forza, e ciò è un vero peccato poiché in passato MachineGames ha saputo imbastire delle storie di tutto rispetto che hanno accompagnato le violentissime sparatorie di B.J., riuscendo a coniugare la cronaca di eventi drammatici a uno stile pulp di stampo tarantiniano, non senza qualche innegabile scivolone in salsa trash. Il passaggio di consegne ad Arkane Studios, il cui team di Lione ha portato avanti lo sviluppo di Youngblood in collaborazione con lo studio nordico, ha fatto sì che questa impostazione del racconto si perdesse tra le pieghe di uno sparattutto incentrato in misura maggiore su uno stile espositivo ambientale, laddove il valore narrativo dei collezionabili, delle conversazioni tra i soldati e degli oggetti posizionati all’interno dei livelli appare senza dubbio maggiore rispetto a quello delle cutscene. È una forma di narrazione che negli anni è diventata uno dei tanti marchi di fabbrica di Arkane, che però non si incastra alla perfezione con la struttura della serie (re)inaugurata da MachineGames, risultando spesso fuori posto.

TURBO KILLER

Lo scopo della trasferta parigina di Jessica e Sophia in Wolfenstein: Youngblood è quindi quello di trovare il loro papà, ma per farlo devono aiutare i ribelli a combattere i nazisti. Quartiere dopo quartiere, casa dopo casa, il duo si ritrova a fronteggiare l’esercito tedesco e le forze della Gestapo vestendo le resistentissime armature progettate da Set Roth, vecchia conoscenza della serie. La nuova struttura non lineare ha poi permesso agli sviluppatori di innestare diverse meccaniche inedite, tra cui una progressione del personaggio che ricorda quella presente in un qualsiasi gioco di ruolo d’azione moderno, e uno sfaccettato sistema di personalizzazione e potenziamento dell’armamentario. Uccidendo crucchi, raccogliendo collezionabili e portando a termine gli incarichi dei maquis veniamo ricompensati con esperienza e monete d’argento. La prima è ovviamente legata al passaggio di livello e al potenziamento dell’avatar attraverso un albero delle abilità diviso in tre rami collegati ad altrettanti ambiti del combattimento, con la possibilità di sbloccare potenziamenti per la salute, estensioni dell’inventario dedicato a munizioni e granate, nuovi poteri dell’armatura e molto altro ancora. Il denaro raccolto, invece, è essenziale per installare modifiche alle armi in grado di mutare anche radicalmente il loro funzionamento, aggiungendo per esempio modalità di fuoco alternative o componenti ottiche capaci di individuare i nemici al di là di pareti e ostacoli. L’argento può altresì essere investito per acquistare oggetti di personalizzazione estetica quali skin per armi e nuove colorazioni per l’armatura, così da uccidere i crucchi sfoggiando sempre uno stile impeccabile.
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La nuova struttura non lineare ha permesso agli sviluppatori di innestare diverse meccaniche inedite

La possibilità di personalizzare virtualmente ogni aspetto ludicamente rilevante del proprio personaggio apre la strada a una profondità tattica di tutto rispetto, coadiuvata da un eccellente level design in cui si nota la sapiente mano degli autori di Dishonored. Rispetto a quanto visto in The New Order e in The New Colossus, la Parigi di Wolfenstein: Youngblood offre livelli interconnessi che si sviluppano non solo in orizzontale, ma anche in verticale. Ognuna di queste location è accessibile liberamente sin dall’inizio dell’avventura, fatta eccezione per alcuni livelli sbloccabili solamente dopo aver completato determinate missioni legate alla trama principale. Tra le strade della capitale francese occupata dai nazisti possiamo completare i vari incarichi nell’ordine che preferiamo e nelle modalità che più si addicono al nostro stile di gioco. Magari privilegiamo uno studio accurato dell’ambiente per cogliere di sorpresa i crucchi, oppure vogliamo semplicemente superare un checkpoint vomitando piombo sui tedeschi facendo quanto più rumore possibile. Ogni situazione può essere approcciata in più modi differenti: persino negli apparentemente claustrofobici livelli ambientati nei bunker sotterranei sono presenti strade alternative utilizzabili per dare sfogo alla propria creatività omicida.

ANARCHY ROAD

Una creatività che purtroppo viaggia con il freno a mano tirato a causa di una precisa scelta di design che limita le opzioni a propria disposizione. Una caduta di stile che non avrei mai pensato di notare giocando a un titolo firmato da chi ha fatto dell’assoluta libertà d’azione la propria bandiera sin da quell’Arx Fatalis classe 2002, opera prima del team francese. Di cosa sto parlando? Della dinamica delle armature a protezione delle diverse unità dell’esercito tedesco. Gran parte dei nemici è dotata di una corazza che può appartenere a due categorie, leggera o pesante, con un relativo indicatore sempre ben visibile sulla testa del crucco di turno. Ebbene, queste armature possono essere rimosse da qualsiasi arma, ma solamente quelle più adatte a un determinato tipo di corazza può strapparle via con maggiore semplicità. Detto in parole povere, una mitragliatrice è completamente inutile contro un soldato pesante, persino dopo aver applicato diversi potenziamenti in grado di aumentare il danno inflitto, a meno che non si abbia voglia di dar fondo a tutta la scorta di munizioni per eliminare un singolo nemico. Stesso dicasi per un’arma laser, ottima per far fuori rapidamente le unità più coriacee, ma del tutto inutilizzabile contro quei nazisti protetti da armature leggere, nonostante un raggio di energia concentrata sia tendenzialmente in grado di sciogliere qualsiasi cosa in un amen. Capite bene che ciò impedisce l’utilizzo dei propri strumenti di morte preferiti, costringendo il giocatore a cambiare continuamente arma durante le sparatorie se si affronta una partita in solitaria.
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L’intera esperienza può essere condivisa con un altro giocatore in carne e ossa che prende il controllo di una delle due sorelle

Già perché la vera novità di Wolfenstein: Youngblood consiste nella presenza della modalità di gioco cooperativa. L’intera esperienza può essere condivisa con un altro giocatore in carne e ossa che prende il controllo di una delle due sorelle (altrimenti ben governata dall’IA giocando in singolo), con un sistema “drop-in/drop-out” che funziona senza particolari sbavature. In questo caso è possibile spartirsi i ruoli: una gemella specializzata nelle armi leggera e l’altra in quelle pesanti, dando vita a delle azioni coordinate atte a superare con maggiore scioltezza anche le arene più complesse. Gli sviluppatori avrebbero comunque potuto gestire l’intera faccenda in maniera differente, garantendo la possibilità di scegliere liberamente se variare o meno l’approccio alle diverse situazioni di gioco, senza quindi la necessità di alterare artificialmente il flusso dei combattimenti, con il rischio di influire negativamente sul ritmo stesso delle sparatorie.

ROLLER MOBSTER

Wolfenstein: Youngblood si presenta così come uno sparatutto godibile sia da soli che in compagnia, non senza qualche inciampo dovuto principalmente all’innesto di meccaniche dall’utilità discutibile. Nulla che possa pregiudicare in qualche modo la buona riuscita del prodotto finale, intendiamoci, ma certe scelte potrebbero far storcere più di qualche naso. La delusione maggiore riguarda principalmente tutto l’impianto narrativo, decisamente sottotono e con delle protagoniste senza una goccia del carisma di B.J., mentre il gunplay mantiene sempre quegli alti standard qualitativi a cui MachineGames ci ha abituato negli ultimi anni, salvo i lievi problemi di ritmo citati poc’anzi.
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sul versante dei contenuti, quantitativamente ci troviamo più o meno sullo stesso livello di The New Colossus

Infine, sul versante dei contenuti, nonostante il prezzo budget, quantitativamente ci troviamo più o meno sullo stesso livello di The New Colossus. È possibile raggiungere i titoli di coda in una decina di ore, ma la presenza di numerosi oggetti collezionabili, segreti, easter egg, incarichi secondari e sfide bonus garantisce una longevità molto più elevata. Senza considerare che i diversi livelli di difficoltà e la possibilità di affrontare tutto il gioco in compagnia di un amico aggiungono ulteriore valore a un titolo già di per sé piuttosto valido.

Per certi versi, Wolfenstein: Youngblood potrebbe essere classificato erroneamente come un “more of the same”, ma le tante novità introdotte lo rendono un titolo imprescindibile per gli appassionati della serie. La modalità cooperativa funziona decisamente bene, riuscendo a fornire una maggiore profondità a un titolo altrimenti godibile tranquillamente anche in solitaria. Le nuove meccaniche si portano dietro anche qualche perplessità, ma tutto sommato il gioco funziona e riesce a intrattenere per una buona decina di ore (o qualcosa in più in caso vogliate completarlo al 100%).

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Pro

  • Perfettamente godibile sia da soli che in co-op.
  • Level design eccellente.
  • Tante meccaniche nuove…

Contro

  • Trama sottotono.
  • Qualità delle missioni secondarie altalenante.
  • ...ma non sempre impeccabili.
8

Più che buono

Le leggende narrano che a Potenza ci sia un antro dentro al quale vive una misteriosa creatura chiamata Alteridan. In realtà è solo il nostro Daniele, che alterna stati diurni di brillantezza ad altri notturni dove i suoi amici non hanno ancora capito che non conviene fargli assumere troppo alcol.
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