Bloodstained: Ritual of the Night – Recensione

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Quella che state leggendo è una recensione sofferta. Lo è perché considero Castlevania: Symphony of the Night uno dei migliori esponenti del genere che ha contribuito a creare, e che completo ogni anno durante l’estate grazie alla mia fedele PS Vita (ormai è una tradizione). Lo è perché, curriculum alla mano, Koji Igarashi è un tipo che ci sa fare, d’altronde è stato il responsabile dello sviluppo di molti dei titoli della saga vampiresca Konami, tra cui proprio quel metroidvania che lasciò tutti a bocca aperta quando fece capolino sulla prima PlayStation più di venti anni fa. Quando Igarashi lasciò la storica compagnia giapponese per fondare la sua ArtPlay e chiedere fondi su Kickstarter per dare alla luce Bloodstained: Ritual of the Night, in oltre sessantamila risposero all’appello senza alcuna esitazione, d’altronde di una figura di tale calibro ci si può fidare, facendo confluire nelle casse della neonata software house ben cinque milioni e mezzo di dollari. Una cifra da capogiro, persino in quello che fu il periodo d’oro della piattaforma di crowdfunding.

A oggi sono passati quattro anni da quando, nel maggio del 2015, il game designer nipponico chiese aiuto ai fan per completare il suo personalissimo progetto, il primo dopo l’addio a Konami. Eppure quattro anni sono tantissimi nell’industria dei videogiochi. Quasi un lustro in cui il genere dei metroidvania ha visto sbocciare vere e proprie perle come l’incantevole Ori and the Blind Forest di Moon Studio, il piccolo Axiom Verge sviluppato dal solo Tom Happ, o ancora quel gioiellino targato Team Cherry che risponde al nome di Hollow Knight, giusto per citarne alcuni. Ognuna di queste opere ha saputo fare tesoro degli insegnamenti di Igarashi-san, senza dimenticare di apportare qualcosa di nuovo al proprio genere di appartenenza. Quattro anni, dicevamo, in cui i platform che strizzano l’occhio a Metroid e a Castlevania si sono evoluti, hanno cambiato pelle rimanendo sempre ancorati alle solidissime fondamenta gettate da Nintendo e da Konami.

PENSAVO FOSSE AMORE…

Una premessa necessaria, quella che avete appena letto, per rendervi partecipi di tutto il mio dolore e del disappunto che ho provato dopo aver assistito ai titoli di coda di Bloodstained: Ritual of the Night. Sensazioni forti, figlie di una delusione nata dal constatare che Koji Igarashi, colui che ha partecipato alla creazione di un intero genere di videogiochi (non mi stancherò mai di ricordarlo), non è riuscito a rielaborare la sua stessa ricetta, al contrario di quanto fatto dagli sviluppatori dei titoli citati poc’anzi.

Camminare nei corridoi del castello di Bloodstained significa muoversi con addosso un costante senso di déjà-vu, e non uno di quelli buoni

Camminare nei corridoi del castello di Bloodstained significa muoversi con addosso un costante senso di déjà-vu, e non uno di quelli buoni. I nemici, le meccaniche di gioco, persino la struttura stessa dei livelli, sono presi di peso da gran parte degli altri videogiochi realizzati da Igarashi-san, in particolare da Symphony of the Night e da Aria of Sorrow. Più volte sapevo già cosa sarebbe successo molti minuti prima che determinati eventi o situazioni si presentassero sullo schermo proprio perché Bloodstained riprende pedantemente i tropi di questi due giochi. Per fare un esempio, nell’opera prima di ArtPlay è presente una sezione piena di ingranaggi e altre diavolerie meccaniche, esattamente come già visto nella torre dell’orologio di Symphony of the Night: ebbene, ricordo di aver pensato “ecco, adesso mancano solo le meduse che mi pietrificano al contatto”. Indovinate un po’? Nemmeno cinque minuti ed ecco spuntare delle creature demoniache volanti simili alle meduse che, manco a dirlo, pietrificano al contatto. Il confine che separa il citazionismo dal plagio più becero è una linea sottilissima, soprattutto quando le opere derivate sono dello stesso autore di quelle originali, ma Igarashi e compagni lo superano più e più volte, scadendo addirittura nel ridicolo quando ci si ritrova con dei livelli esattamente identici a quelli presenti in Symphony of the Night, con oggetti e nemici posizionati nelle medesime posizioni.

E INVECE ERA UN CALESSE

Tuttavia, arrivati a questo punto della lettura vi starete certamente chiedendo come sia Bloodstained, pad alla mano. Magari dietro tutto questo sbrodolarsi addosso si nasconde un bel gioco. Peccato che qui la situazione si faccia ancora più complicata, perché giocando si ha l’impressione che l’opera firmata da Koji Igarashi non funzioni sempre come invece dovrebbe. È come se ogni tanto qualche ingranaggio si inceppasse, rendendo l’esperienza ludica tutt’altro che piacevole a causa dei vari problemi che coinvolgono il sistema di combattimento, tutti riconducibili a un singolo aspetto degli scontri: le hitbox.
Bloodstained Ritual of the Night Recensione

È come se ogni tanto qualche ingranaggio si inceppasse, rendendo l’esperienza ludica tutt’altro che piacevole

Serve una precisione millimetrica per riuscire a colpire i nemici con determinate armi, soprattutto con le fruste e con i pugnali, laddove le creature demoniache infliggono danni alla protagonista Miriam anche solo sfiorando l’area di prossimità che la circonda. Come se non bastasse, le animazioni di alcuni attacchi vanno a far combaciare quest’area di Miriam con la zona nociva attorno ai nemici: a questo punto succede che mentre si svolge un attacco. Miriam subisce i danni ma non ne infligge nessuno al demone di turno, questo perché nel frattempo l’animazione (e dunque la sequenza offensiva) è stata interrotta. Ora immaginate tutto questo durante gli scontri con i boss, tra attacchi ad area, proiettili vaganti e raggi di dimensioni estremamente generose. Nonostante esistano decine e decine di strumenti di offesa da recuperare in giro per il castello, quindi, ciò significa che alcune categorie di armi si rivelano del tutto inutilizzabili, limitando di fatto le opzioni a disposizione del giocatore.
Bloodstained Ritual of the Night Recensione

L’esplorazione appare dunque molto lineare, con pochissimo backtracking legato all’uso delle abilità sbloccate lungo il tragitto

Ma le criticità che coinvolgono il sistema di combattimento non sono le uniche che affliggono Bloodstained: Ritual of the Night. Anche l’esplorazione e la progressione del personaggio soffrono di qualche problema. Come avviene in ogni buon metroidvania che si rispetti, durante le sue peregrinazioni, Miriam entra in possesso di nuove abilità assorbendo i cristalli rilasciati dai nemici, esattamente come già visto in Castlevania: Aria of Sorrow per Game Boy Advance. Di queste, quelle realmente utili si contano sulle dita di due mani, mentre quelle legate al raggiungimento di zone nei livelli precedentemente precluse sono ancora meno. Va poi detto che un paio di queste capacità si utilizzano tre o quattro volte per poi dimenticarsi che esistano. L’esplorazione appare dunque molto lineare, con pochissimo backtracking legato all’uso delle abilità sbloccate lungo il tragitto. L’unico motivo che potrebbe spingere i giocatori a ripercorrere i propri passi è correlato al sistema di crafting: potrebbe essere necessario tornare in una determinata zona del castello per farmare gli ingredienti utili a costruire armi, armature e accessori, o per potenziare le abilità offensive e passive di Miriam. Onestamente, però, nelle oltre quindici ore che mi sono servite per completare il gioco al 99% (mi mancano solo un paio di boss opzionali) non ho mai sentito la necessità di tornare indietro per recuperare dei materiali.
Bloodstained Ritual of the Night Recensione

Bloodstained: Ritual of the Night si presenta sotto forma di un semplice compitino, la riproposizione fedele e pedissequa di una formula ludica ormai stantia

Potrei parlare a lungo anche dei tanti bug presenti in questa versione del gioco, ma questi possono essere risolti nel giro di qualche patch. Fortunatamente la versione PC, come quella impiegata per questa recensione, non soffre del baco che corrompe irrimediabilmente i salvataggi presente invece su console. In linea di massima, però, Bloodstained: Ritual of the Night si presenta sotto forma di un semplice compitino, la riproposizione fedele e pedissequa di una formula ludica ormai stantia. Al di là della chiarissima operazione amarcord, però, l’ultima fatica di Koji Igarashi è un’opera fuori tempo massimo circondata da numerosi esponenti ben più meritevoli. Fa male dirlo, ma c’è davvero di meglio sulla piazza.

Una cocente delusione, questo Bloodstained: Ritual of the Night. Un metroidvania fin troppo ancorato al passato che non aggiunge davvero nulla di nuovo al genere che lo stesso Koji Igarashi ha contribuito a far sbocciare. Per non parlare dei tanti problemi che affliggono non solo il comparto tecnico e artistico, ma anche quello prettamente ludico in particolare riferimento al sistema di combattimento. Da Igarashi-san era lecito attendersi molto di più, soprattutto considerando l’enorme successo riscosso in sede di campagna di crowdfunding.

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Pro

  • Colonna sonora eccellente.
  • Particolarmente longevo.
  • Design estetico dei livelli apprezzabile.

Contro

  • Amarcord che spesso sfocia nel plagio più becero.
  • Hitbox da rivedere completamente.
  • Modelli poligonali e animazioni orribili.
  • Tanti piccoli bug.
6.5

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Le leggende narrano che a Potenza ci sia un antro dentro al quale vive una misteriosa creatura chiamata Alteridan. In realtà è solo il nostro Daniele, che alterna stati diurni di brillantezza ad altri notturni dove i suoi amici non hanno ancora capito che non conviene fargli assumere troppo alcol.
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