Il senso del (video)gioco

Il senso del (video)gioco

La domanda è talmente vasta che rischia di portare a risposte tanto banali quanto al limite del filosofico spinto, ma ogni tanto vale pure la pena di porsela. Perché (video)giochiamo? Perché, alla fine di una giornata di lavoro o di studio, quando abbiamo davanti a noi un tot di tempo libero (o meglio ancora “liberato”, come direbbero gli accademici), decidiamo di accendere il PC/console e dedicarci a un videogame, invece che un libro, un film, un fumetto o una serie TV (o qualsiasi altra cosa)?

Una risposta può essere solo la voglia di rilassarsi, ed è comunque una risposta bellissima

La risposta più scontata può essere semplicemente la voglia di rilassarsi un po’ e di svagarsi. Nient’altro. Ed è una risposta bellissima. Oppure il desiderio di cambiare “aria”, di uscire per qualche ora dalla nostra vita e tuffarci in quella di qualcun altro, entrare in un mondo diverso dal nostro e fuggire lontano. Senza che la nostra vita sia necessariamente brutta o misera, eh. Ci sta anche la voglia di mettersi alla prova, e di videogame che possono darci soddisfazione in questo senso ce ne sono tanti: giocare e vincere contro se stessi, ma anche contro gli altri, che si tratti di trovare più rapidamente possibile una combinazione di parole, di arrivare primo in un deathmatch furibondo o di staccare il giro veloce al Mugello. Può anche essere il piacere di esplorare mondi bellissimi, artisticamente affascinanti, e mi vengono in mente il Wyoming di Firewatch e le terre desolate di Mad Max, giusto per citarne un paio.

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Siamo proprio noi, in un videogioco, a permettere agli eventi stessi di svolgersi

Tutte queste cose, però, le troviamo anche altrove, che sia un romanzo o un film. E quindi dev’esserci dell’altro, qualcosa che ci fa preferire un videogioco a una fruizione più passiva. La risposta è ovvia, naturalmente, e siamo noi stessi. Nel momento in cui Lara impugna un arco o il pilota senza volto di Assetto Corsa imbraccia il volante, siamo noi che ci prepariamo a una nuova sfida. Diventiamo protagonisti per davvero, anche se nella vita e nel mondo di qualcun altro. L’immedesimazione, il processo che ci fa sentire “dentro”, quando funziona (perché non sempre funziona, e non sempre un gioco è pensato perché questo accada), ci trascina e ci coinvolge come nient’altro, ed è quello che rende il videogioco speciale, unico, una spanna sopra qualunque altra opera creativa. Possiamo partecipare direttamente agli avvenimenti, e anzi di più: siamo proprio noi a permettere agli eventi stessi di svolgersi. Senza di noi, senza la nostra presenza, quel mondo e quei personaggi non hanno motivo di essere, in nessun piano dell’esistenza. Sono le nostre scelte, e di nessun altro, quelle che fanno sì che gli eventi si svolgano in un determinato modo piuttosto che in un altro, cambiando faccia al mondo in cui ci troviamo, al modo in cui la gente interagisce con noi, e a noi stessi, che di quegli accadimenti portiamo i segni addosso. Fuori, nella rappresentazione di un avatar digitale, ma sempre più spesso anche dentro di noi.

Una capacità di coinvolgimento che negli anni si è fatta, e si farà, sempre più intensa e pulsante, che darà ancora più corpo e spessore al senso vero del (video)gioco.

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