Il pubblico dei videogiochi non è tutto uguale

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Partiamo da un esempio: vi ricordate del vostro primo flirt? Quella sensazione di smarrimento, curiosità e ansia? Parlo di quando avevate 14/15 anni e vi tenevate per la mano, magari camminando verso un matinée al cinema del centro, giusto perché alle superiori bisognava pur farlo, almeno una volta. Ecco, immagino che anche voi, come me, ricordiate quel rimescolamento animico giusto a grandi linee e che vi riguardiate nelle foto con un filo di compassione, ma non perché sia stato poco importante, quanto piuttosto perché sono passati 25 anni suonati e avete lasciato l’adolescenza al tempo in cui andava vissuta. E ora un fast forward degno di Marty McFly, ossia a quando avete fatto i conti per la prima volta con dei colleghi maliziosi, pronti a tutto pur di farvi le scarpe e prendersi il merito di qualcosa che avevate fatto voi. Mai provato? Uhm, dubito. Quindi vi immagino, come me, rientrare a casa arrabbiati e nervosi, con un senso di impotenza insaziabile se non abbassandosi al livello di chi ha lasciato la deontologia nell’armadio, insieme alle camicie stirate. Secondo voi, quel ragazzo ancora acerbo che vi chiedevo di ricordare all’inizio possedeva le categorie mentali necessarie a comprendere lo stato d’animo del vostro io attuale sulla via di casa? A meno che siate stati dei piccoli Sheldon Cooper della serie The Big Bang Theory, la risposta è un “no” secco. E se, mentre camminate a testa bassa rimuginando sull’accaduto, incontrate due ragazzini seduti sulla panchina che si leggono a vicenda Il Piccolo Principe, sorridete pensando a quanto sia bello l’amore, sperando per loro che la scuola non ricominci mai? Dai, non scherziamo! Ok, adesso vi starete chiedendo: “Ma cosa c’entra tutto questo coi videogiochi?”. Ci arrivo… tranquilli che ci arrivo.

È notizia fresca quella della pubblicazione di L.A. Noire su console next gen, così come risale a pochi giorni fa l’uscita di Life is Strange: Before the Storm. Il primo è un noire dai toni impegnati e dalle tematiche mature – tradimenti, sesso, corruzione – mentre il secondo è una sorta di romanzo di formazione, intriso di quelle incertezze proprie dell’età che precede la consapevolezza di un Io adulto. Mettiamo da parte ogni discorso sul rating, la qualità del gameplay o qualsivoglia precetto educativo, e concentriamoci solo sull’empatia che il giocatore può sviluppare nei confronti della sua controparte virtuale. Secondo voi, un ragazzo di diciotto anni riesce a immedesimarsi nella disfatta morale di Cole Phelps, protagonista di L.A. Noire? E un padre di famiglia, magari in difficoltà ad arrivare al 27 del mese, riesce a commuoversi davanti al romanticismo della relazione tra la Max Caulfield e Chloe Price di Life is Strange? Io penso di no; ma non nel senso che non si possano capire le vicende narrate nei rispettivi videogiochi, quanto che non sia possibile quel trasporto capace di coinvolgerti fino in fondo, proprio perché viene a mancare la sovrapposizione emotiva.

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Se non fossi stato genitore, The Last of Us non sarebbe stato altrettanto bello

Ci sono IP per cui questo discorso non avrebbe alcun senso, come un Mario + Rabbids: Kingdom Battle a caso (a meno di non essere conigli, certo), o altri che trattano storie più universali e meno intime; alcuni, tuttavia, toccano corde che o si hanno, o non possono suonare dentro di noi. Potrei citare diversi videogiochi indie che hanno fatto di questa koinonia un manifesto, ma preferisco rimanere sul mercato mainstream con The Last of Us, nella speranza che voi tutti l’abbiate fatto vostro. Per altro, se non l’avete (ancora) vissuto, avete un vuoto nella vostra carriera che andrebbe colmato al più presto. Premettendo che quanto sto per scrivere accade nei primi dieci minuti di gameplay e che in ogni caso è stato pubblicato ormai quattro anni fa, se non sapete nulla del gioco potrebbe essere un piccolo spoiler, quindi “uomo avvisato…”. A ogni modo, per quelli che ancora stanno leggendo, Joel perde la figlia il giorno in cui un’epidemia causata dalle spore di un fungo si trasforma in pandemia e decima la popolazione mondiale. Muore uccisa da un militare, che aveva l’ordine di far rispettare la zona di quarantena: una sequenza da far venire la pelle d’oca. Vent’anni dopo, quando i sopravvissuti vivono in piccole zone militarizzate, Joel incontra Ellie, una ragazzina del tutto simile alla figlia rimasta uccisa, e inizia con lei un viaggio rocambolesco che li porterà alle battute finali da vivere al cardiopalma. L’evolversi della loro relazione è narrata magistralmente, e si arriva al coup de théâtre con la stessa apnea con cui Bastian segue Atreyu salire sulla Torre d’Avorio nel film La Storia Infinita di Petersen. Ebbene, viste le tematiche messe sul piatto dai Naughty Dog nel corso dell’avventura e le scelte morali con cui Joel deve confrontarsi, sono convinto che io non avrei potuto “capire” quanto fosse profondo l’ordito narrativo di The Last of Us se non fossi stato genitore. Non avrei colto nella loro interezza non solo le sfumature più abbozzate, ma anche intere scene in cui si poggia il joypad sul pavimento e si è meri spettatori di quanto mostrato a schermo. Questo non avrebbe influito sul gameplay tout court, che sarebbe rimasto eccezionale e accattivante, ma di certo mi avrebbe precluso l’immedesimazione totale che, al contrario, mi ha fatto commuovere in diversi momenti salienti del racconto.

Tornando a monte, allora, il pubblico dei videogiochi è molto vario, e non è detto che tutti possano goderne alla stessa maniera. Non è l’età, però, la variabile, quanto il bagaglio di esperienze che uno si porta sulle spalle e che trova riflesse (o meno) sul monitor, specie se sono ancora vive nella memoria o nel vissuto. Lo stesso parallelo lo si potrebbe fare con un’infinità di libri e un’altra vagonata di film. Viene quasi automatico segnalare il romanzo Jack Frusciante è uscito dal gruppo di Enrico Brizzi, che letto a maturità acquisita perde gran parte del suo potere evocativo, o il film I ponti di Madison County, diretto e interpretato da un Clint Eastwood particolarmente ispirato nel raccontare l’insicurezza di una donna nel pieno della “crisi di mezza età”. Devo però fermarmi qui, prima che questa febbre da citazionismo spinto mi consumi del tutto, portandomi a raccontare di quando avevo diciassette anni e ascoltavo solo i NOFX, credendomi invincibile. Poi voi siete qui per i videogiochi… o no?

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